Manca poco ai 90 anni per Clint Eastwood e il regista americano è quanto mai vispo e soprattutto prolifico. Gira un film dietro l’altro con produzioni agili e sempre di una esemplare capacità professionale. Come per quasi tutti gli ultimi film Clint si ispira ad una personaggio e ad un evento reale in Richard Jewell, titolo corrispondente al personaggio reale di cui riproduce la vicenda.
L’obeso e sempliciotto, ma tutt’altro che stupido, Richard è un ex vicesceriffo cacciato dalle forze dell’ordine perché troppo ligio al dovere. Le sue prese di posizione per far rispettare le regole lo mettono spesso in contrasto con le persone e con i superiori e finisce a fare il vigilante per le Olimpiadi di Atlanta del 1996. Proprio il suo scrupolo quasi autistico nel voler rispettare protocolli e procedure lo porta a scoprire una bomba abbandonata in uno zaino e, dopo esser stato snobbato dai veri poliziotti e dalla FBI, riesce a dare l’allarme e ad evitare il peggio al momento dello scoppio della bomba e cioè una strage. Muoiono comunque due persone e vi sono centinaia di feriti. Si muove la macchina della stampa e dopo un primo momento in cui viene celebrato come eroe, diventa il maggior imputato della strage stessa. L’insensibilità dell’opinione pubblica e l’incapacità delle istituzioni fanno in modo che il buon Richard venga additato come mostro e debba difendersi contro tutto e tutti con il solo aiuto di un avvocato ai margini.
Il film è una delle opere più riuscite dell’ultimo Eastwood che riesce nell’impresa di mettere assieme narrazione avvincente, problematiche sociali e uno sguardo sull’America degli anni ’90 (l’intera filmografia di Eastwood potrebbe essere utile da sparare nello spazio per il classico extraterrestre curioso di studiare l’uomo americano e la società in cui vive…). Eastwood centra l’obiettivo anche perché ci presenta l’evento reale attraverso i topoi del cinema, e di quello che più ci piace. Quello dei grandi maestri del cinema civile come Lumet o Petri e di quei grandi sceneggiatori che hanno creato i personaggi archetipi del cinema di genere. Abbiamo tra i personaggi la giornalista senza scrupoli (proprio nessuno, disposta anche ad andare a letto con chi le passa le notizie riservate…) interessata solo alla fama (Olivia Wilde e i suoi occhi, citando Canetti, insostenibili, in cui ci si affoga dentro, ci si perde, non si sa più dove si è), l’agente FBI ottuso e debole (“mad men” John Hamm), l’avvocato d’assalto abbandonato da tutti e ora scalcagnato con l’occasione di rialzare la testa (Sam Rockwell che fa… Sam Rockwell), le donne “ordinarie ma con le palle” ovvero la moglie dell’avvocato (la misurata Nina Arianda) e la madre di Richard (Kathy Bates come al solito impeccabile). Ma la forza del film è sicuramente Paul Walter Hauser, l’attore che interpreta Richard Jewell con il suo corpaccione che evoca impaccio e provincialità e dà vita ad uno dei personaggi più belli della filmografia eastwoodiana ma anche un personaggio memorabile per il cinema tutto, un essere ordinario e mammone, goloso e inquadrato, semplice e scaltro. Il bambinone americano, quello da prendere in giro con tenerezza.
Eastwood con Richard Jewell continua a presentarci protagonisti outsider e forti immersi in un contesto storico evocativo di problematiche sociali e morali ritrovando la compattezza e la forza dei suoi film migliori (Flag of your fathers, Gran Torino, Million dollar baby, The mule), lontano dall’insipida ricostruzione cronachistica dei deludenti due film che come questo erano ispirati a precisi fatti di cronaca Sully e Ore 15:17.
Product placement abbondante con protagoniste le brand di AT&T sponsor dei concerti alle olimpiadi (nel film ma non nella realtà storica riguardando le foto d’epoca era Budweiser comunque presente anche qui ma con minor rilevanza), Coca Cola un po’ dappertutto, CNN, Toyota, Sony, Canon… Posto di assoluto rilievo per Snickers, la nota barretta di cioccolato di cui l’avvocato è goloso e che cementerà l’amicizia tra Richard e lui.