Facebook Twitter Canale Youtube RSS
CINEMA
28 Marzo 2024 - 00:11

LEGAL THRILLER TRA PREMINGER E CASSAVETES

 Print Mail
Anatomia di una caduta (Justine Triet, Francia, 2023)
LEGAL THRILLER TRA PREMINGER E CASSAVETES

Dopo la trilogia di variazioni su tre donne (La bataille de Solferino, Tutti gli uomini di Victoria e Sybil), l’ormai certezza del giovane cinema francese, Justine Triet, ha deciso di avventurarsi (non troppo come spiegherò) in un legal thriller, film di genere che guarda ai classici Frenesia del delitto (1959-Richard Fleischer), Anatomia di un omicidio (1959-Otto Preminger da cui prende evidentemente il titolo), La verità (1960-Henri-Georges Clouzot), ma anche al più recente O.J. Made in America (2016-Ezra Edelman), nonché a fatti di cronaca come quello di Amanda Knox. E’ la stessa regista in un’intervista concessa a Franck Garbaz e Adrien Gombeaud e riportata su Positif n. 749/750 a specificare queste influenze. Sempre qui aggiunge: “In un processo c’è la facciata, qui una donna accusata dell’omicidio di suo marito, e dietro, c’è quello che la società ci racconta”.

Tutto questo per introdurre Anatomia di una caduta film pluripremiato, Palma d’oro a Cannes, incetta di Cesar, Oscar alla miglior sceneggiatura e vari altri riconoscimenti ottenuti. Il quarto film della regista francese parte dalla morte, dovuta ad una caduta da una finestra, del marito della protagonista, Sandra Voyet, scrittrice affermata che viveva con lui e con il figlioletto ipovedente a seguito di un incidente che scopriremo importante nel seguito della narrazione. Suicidio, incidente o uxoricidio? Con gran clamore di stampa e invasione nella privacy della donna e del figlio, la nostra viene incriminata perché sospetta assassina ed inizia un processo avvincente, senza esclusioni di colpi tra accusa e difesa, in cui vengono svelati particolari intimi della coppia a causa dei quali la donna è costretta a mettersi a nudo davanti al mondo e al figlio (tradimenti, litigi, frustrazioni, amore/odio, incomprensioni, tutto viene buttato in pasto al pubblico).

La Triet è bravissima sia ad addentrarsi nella psicologia dei suoi personaggi, sia nel gestire un dramma che fondamentalmente si svolge in due soli luoghi, l’aula del processo e lo chalet di montagna in Savoia in cui la famiglia vive piuttosto ritirata, facendo scorrere le due ore e mezza di film senza che un briciolo di noia scorra sullo spettatore. L’analisi di una donna dalle certezze ben radicate, libera e indipendente, quella del marito aspirante scrittore senza le qualità della moglie e per questo frustrato ed infine quella del figlio costretto a convivere con la quasi totale cecità ma in realtà l’unico che riesce a vedere “oltre” i traumi del suo incidente (di cui il padre si sente colpevole) e quelli dello scoprire che la sua famiglia si è disgregata completamente, vengono tenuti insieme con grande maestria dalla Triet, abbinando le regole dei classici già citati ma non rinunciando al proprio cinema che deriva da uno sguardo documentale e dalle forti figure piene di contrasti e nevrosi portate sullo schermo da un altro autore da lei amato, Cassavetes.

Se a ciò aggiungiamo la prestazione attoriale dell’ormai certezza del panorama interpretativo internazionale, Sandra Huller (vedere anche La zona d’interesse), otteniamo un film meritatamente lodato un po’ ovunque. Sicuramente alla Triet non manca la capacità di scegliere interpreti femminili non standardizzate ma invece capaci di riempire lo schermo dando una personalità densa e “reale” ai loro personaggi come Laetitia Dosch, Virginie Efira, Adele Exarchopoulos e, appunto, Sandra Huller, tutte interpreti volute dalla regista nei suoi film, tutte magnifiche. A tutti gli effetti ai personaggi femminili della “trilogia” possiamo accodare anche Sandra Voyet. (voto 7,5).

Suzuki (auto dell’intervistatrice di inizio film), macchina fotografica Nikon e una tv Bravia nel product placement del film.

STEFANO BARBACINI

 www.dysnews.eu