Dalla meritoria collana Perduti nel buio (una decina di titoli rari e difficilmente rintracciabili degli albori del cinema sonoro italiano editi da Ripley’s video) traggo il film Corte d’assise (1931) di Guido Brignone. Film prodotto dalla Pittaluga/Cines, è un’opera sorprendente per la modernità con cui guarda al cinema americano di genere (è un giallo-processuale) ma girato con l’immaginifica tecnica retaggio dei tempi migliori del cinema muto: primi piani intensi e drammatici (hitchcockiani direi), figure riprese dal basso, insistenza su inquadrature di oggetti e dettagli, passaggi da cinema sperimentale. Pochi giorni fa sono andato a vedere la bella mostra su Novecento di Bertolucci a Parma, qui vi erano qua e là inserti critici sul film; uno di questi (con tanto di esemplificazione visiva su schermi) discettava sul “primo piano sequenza di 360 gradi mai visto al cinema” prendendo a riferimento per il regista quello leggermente più corto di Andrej Tarkovskij nel suo Andrej Rublev. Ebbene, un piano sequenza di quasi 360 gradi (saranno 350…) si trova proprio in questo film del 1931 di Guido Brignone! Rivedere questi film rari riserva piacevoli sorprese… Dicevo che siamo di fronte ad un film giallo in cui all’inizio vi è, naturalmente, un omicidio, quello del banchiere Adolfo Calandri, avvenuto nel giardino esterno della villa della famiglia benestante Astorri. Viene subito messo ai ferri il guardiacaccia, al servizio degli Astorri, Barra (Carlo Ninchi) dato che il colpo che ha ucciso il Calandri è stato sparato dalla sua pistola. Inizia il processo e dalle varie testimonianze escono rivelazioni insospettabili presentateci con alcuni fulminanti flashback. Il banchiere era un rapace donnaiolo che ha insidiato la cognata del guardiacaccia, sta ricattando la signora Astorri (Marcella Albani), perché la vuole possedere, a causa del fratello di lei disperato e senza soldi, ha rotto i rapporti con Giulio Alberti (Elio Steiner) perché lo crede l’amante della Astorri. Quest’ultimo era sul luogo del delitto e diventa anch’esso uno dei sospettati. A mettere dubbi, più che chiarezze, ci pensa il giornalista Cramoli (Renzo Ricci) che ha raccolto indizi nella villa… Molti avevano motivi per contrastare Calandri e solo alla fine sapremo chi è l’assassina o chi è l’assassino. A completamento di questa deliziosa operina (per altro insolita per l’esperto Guido Brignone considerato “autore di film manierati e calligrafici che piacevano e commuovevano la massa del pubblico. Manierato lo era anche lui, del resto, con la sua correttezza formale, perfetta e i suoi guanti bianchi che non dimenticava mai d’infilare ogni volta che entrava negli studi.” -Ludovico Toeplitz, L’avventurosa storia del cinema italiano 1, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Cineteca di Bologna-) vi sono anche alcuni accenni di critica di classe: all’inizio gli azzimati e snob frequentatori di casa Astorri guardano dalla finestra il passaggio dei contadini che cantano tornando dal lavoro con commenti su come sono carini e intonati detti con la superiorità che si riserva ai poveri di spirito, poi, naturalmente, gli approcci di Calandri in un flasback mentre tratta la contadina, cognata di Barra, come un oggetto sessuale da possedere. (voto 7) Nel film hanno molta importanza le sigarette Muratti, citate più volte, product placement evidente.
Decisamente brillante anche Ginevra degli Almieri (1936) che nasce da una leggenda trecentesca fiorentina potrebbe essere una delle storie amate dai romantici sepolcrali, storia triste e gotica da cui Guido Brignone trae una commedia con una splendida Elsa Merlini (viso moderno e peperino che avrebbe potuto rivaleggiare con la Clara Bow di Cosetta) che interpreta la protagonista. Ginevra è innamorata di Antonio (l’amante dello schermo Amedeo Nazzari) ma il padre la costringe a sposare lo sgradevole nobile Francesco degli Agolanti, cacciatore di dote pieno di debiti ed affiancato dall’avido azzecagarbugli Notaro della Scheggia (un teatrale e perfetto, maneggione, Luigi Almirante). Il giorno delle nozze Ginevra guarda addolorata il volto tra la folla di Antonio e cade morta a terra. Il cerusico ne riscontra la morte dovuta all’epidemia di “moria” che in quel periodo colpiva Firenze. Francesco e il Notaro non si fanno scrupoli a rubare i gioielli di Ginevra dal cadavere, visto che devono rendere la dote al padre. Poi l’uomo sommerso dai debiti si decide a sposare in tutta fretta una megera con i soldi. Nel frattempo… Ginevra risorge! Caso di morte apparente o spettro? Diventerà un caso giuridico e finirà per coronare l’amore di Ginevra e Antonio contro la scoperta dell’interesse di Francesco meramente economico. Dicevo che la versione di Brignone ha tutte le caratteristiche della commedia con caratteristi canterini e buffi (anche la Merlini canta una canzone) e vi sono varie gag tipiche della comicità quando si ha a che fare con uno spettro o con un corpo ritenuto tale. Inoltre, il regista, con alcune carrellate ben studiate, rende gioiosa la narrazione collettiva. Ma Brignone non manca di presentarci una sequenza magistrale quando due ladri si recano al sepolcro per rubare i gioielli di Ginevra e impauriti vedono il cadavere muoversi, per poi seguire il risveglio della donna e la sua fuga verso una casa che la accolga. La sequenza è girata con tutti i crismi del gotico in una notte tempestosa di vento e pioggia. (voto 6+)
Fin dalle parole di Mario Mattoli raccolte ne L’avventurosa storia del cinema italiano 1, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Cineteca di Bologna capiamo che tipo di film è il da poco rimesso in circolazione (grazie a Raiplay, cosa non ancora avvenuta per il “seguito” Nonna Felicita) Felicita Colombo (1937): “Con i grandi attori dell’epoca il regista era superfluo, si trattava di persone che entravano da sé nel personaggio, ne intuivano ogni sfumatura. Quando girai Felicita Colombo e Nonna Felicita con Dina Galli che li dava a teatro, io non dovetti insegnarle nulla: nel fare cinema lei fu formidabile quanto lo era sulla scena.” Mattoli è uno di quei registi che si è sempre nascosto dietro la macchina da presa lasciando gli interpreti a fare il film (succederà poi con i tanti Totò da lui diretti), uno di quegli artisti che sapevano andare incontro al gusto popolare senza far sentire “la mano del regista” e che avevano un ottimo successo anche per questo. Nel caso specifico del testo teatrale di Giuseppe Adami, non fa altro che rendere cinematografico quello che si svolgeva a teatro grazie all’adattabilità dell’attrice, Dina Galli appunto, che si mangia il film. Lei è una salumiera che si è fatta un sacco di soldi grazie al negozio di qualità in centro a Milano (proprietaria di case e ville) ed ha una graziosa figlia adolescente che torna da due anni di studi in Svizzera. Torna accompagnata (e innamorata) da un baldo giovane, il quale è figlio di un conte snob e squattrinato. Quest’ultimo quando scopre che l’erede vuol sposare la figlia di una “bottegaia” si mette di traverso e vieta il matrimonio. Saranno i soldi e l’insistenza della Galli a fargli cambiare idea. Una volta sposati i due giovani, i quattro vanno ad abitare in una villa e qui il conte, borioso e contornato da insopportabili nobili altezzosi, spende e spande i soldi della… consuocera finché questa non si stufa e fa in modo che se ne vada assieme ai suoi… amici altolocati. Finirà con una riconciliazione in nome del piccolo nipotino appena nato. Una commediola senza pretese in cui la Galli fa il bello e il cattivo tempo mettendo sullo schermo la sua verace milanesità (non per nulla quando nel 1968 è stato tratto dal testo un film per la tv fu interpretato dall’erede più famosa della Galli, Franca Valeri) ben coadiuvata dall’altro marpione del palcoscenico e del cinema Armando Falconi nel ruolo del conte. Divertente nel film il gioco delle varie parlate regionali italiane, la milanese, appunto, la napoletana e la romagnola in altri interpreti. (voto 5/6) Nella grande bottega di proprietà della protagonista vi sono tanti prodotti ma nessuno con marche tranne… Cirio, evidentemente product placement del film.