Marcos Uzal, critico dei Cahiers du cinema, omaggia nel settembre del 2023 sul n. 801 della rivista Sophie Fillieres, morta a soli 58 anni. Regista e sceneggiatrice ha completato 6 lungometraggi di cui l’ultimo poche settimane prima del decesso. Uzal ne lamenta la scarsa considerazione generale e così la presenta: “Sophie Fillieres era una grande cineasta. E totalmente inclassificabile (…) Uscita dal primo corso della Femis (come Noemie Lvovsky (…) fu cosceneggiatrice di Xavier Beauvois (Nord, 1991), Noemie Lvovsky (Oublie-moi, 1994) e dei fratelli Larrieu (Un homme, un vrai, 2003), ma è difficile apparentarla ad una famiglia artistica dato che la tanta fantasia e la melanconia dei suoi film non la facevano assomigliare a nessun altro.”
Il film d’esordio, Grande petite del 1994 è attualmente praticamente introvabile e Uzal lo definisce “un film formidabile”. Invece era passato su Rai Cinema (ancora ai tempi di Canal +…) il suo secondo Aie del 2000, scritto e diretto da lei ed interpretato dalla sorella Helene Fillieres. Trattasi di una commedia romantica decisamente anomala, come anomala e strana è Aie, così chiamata da tutti ma in realtà di nome Marie-Pierre (“ma è brutto”). Robert (André Dussolier), che ama la neomamma (il bambino però non è suo perché i due si sono lasciati anni addietro) Claire (Emmanuelle Devos) e si ritrova disorientato dal non poter tornare con lei, incontra in un bar la bella Aie (Helene Fillieres) che senza mezzi termini gli confessa di essere cameriera e modella, di essere bulimica (mangia enormi quantità di dolci che poi vomita) e di essere disposta di giocare con lui agli innamorati. All’inizio Robert sta al gioco ma poi è spaventato dalla stranezza della donna (quasi una stalker pazzerella) che però insiste e riesce a farlo innamorare di lei… o almeno così sembra. Ad un certo punto lei arriva a raccontargli che è un’extraterrestre giunta sulla terra e il film devia verso una fantasia poetica che trasforma la donna da innamorata ad una versione femminile di Cupido, infatti, grazie alla sua spontaneità bizzarra ed inafferrabile, permette a Robert di avere il coraggio di tornare dall’amata Claire. “Il suo film più folle (…) le straordinario Aie, dove Helene Fillieres interpreta un’affascinante affabulatrice, davanti alla quale è impossibile saper cos’è gioco o verità, ingenuità o dolce follia.” (Uzal) I dialoghi scritti da Sophie sono sempre gustosi, ai limiti del surreale, anche se non condivido l’esaltazione di Uzal per il film che, pur gradevole e diverso, resta qualcosa di sospeso, un leggera brezza che non diventa mai vento potente. Gli utenti di Imdb e anche la critica lo hanno giudicato negativamente, bisogna dire ingenerosamente (voto 6). Vi si trova un po’ di product placement più che altro nei dialoghi, infatti si citano Autan, le riviste Elle, Cosmopolitan e Marie Claire e al bar un amico di Robert chiede un Ricard senz’acqua.
Se era strana Aie, non lo è di meno Fontaine Leglou, psichiatra in una clinica per alienati, la cui vita, apparentemente normale, nasconde voglie represse, una sessualità disordinata e momenti di surrealtà nelle sue azioni altrettanto bizzarri di quelli riscontrati nel film precedente. Un esempio per tutti, avrà un incontro in “persona” con il suo… destino fattosi uomo. E’ indecisa sull’amore che prova per il compagno che cerca in tutti i modi di convincerla a sposarlo (ma lei ingoia l’anello di fidanzamento per poi recuperarlo… nella sua cacca, momenti di comicità dell’assurdo che troviamo ogni tanto nei film della Fillieres) anche perché ha un’attrazione per uno dei suoi pazienti, Lambert Wilson in trattamento elettrochoc. Potremmo dire che Gentille (2005) è il ribaltamento di genere (da uomo a donna) del percorso di “certificazione” dell’innamoramento dopo aver attraversato una prova della sua solidità rispetto a Aie (nel precedente era Dussolier che, per ritrovare le certezze dell’amore di Claire passa per la variante Aie, qui è Fontaine – tra l’altro interpretata dalla stessa attrice che interpretata Claire e cioè Emmanuelle Devos – che per dire sì al compagno Michel Strogoff! passa per l’infatuazione platonica per Wilson). Ne esce un’altra commedia sentimentale non certo convenzionale che non sai bene come prendere e che finisce con una simpatica scena in cui i protagonisti sono imballati in tute per alte temperature della North Face, uno dei product placement del film. (Voto 6) Oltre alla citata marca vestiaria, abbiamo nel film scarpe Louboutin (regalo di una precedente relazione con un collega), il gioco Scrabble e Mont Lozere.
Le eroine della Fillieres sono sempre donne in cerca di identità, dell’amore ma con la diffidenza verso il partner, sempre indecise se fuggire verso una loro libertà individuale o lasciare un po’ di se stesse nel rapporto a due. Così è per Celimene/Nathalie in Un chat un chat ad esempio e così sarà ancor di più per la Pomme (Emmanuelle Devos) di Arrete ou je continue (2014), il cui rapporto con Pierre (Mathieu Amalric) vive sui continui sospetti, sull’anaffettività, sul trascinarsi nella vita di coppia più per abitudine che per passione. Pomme allora cerca nella natura, nella foresta, una nuova via personale. Si lascia perdere per giorni nei boschi assaporando una vita solitaria e libera. La natura aveva già avuto questo ruolo, solo in una breve sequenza finale, in Aie, ma qui ha un ruolo preponderante e permette alla regista di ampliare il suo cinema, finora arroccato nelle città e negli appartamenti. E’ il suo film più intenso, quello più calibrato, anche se non mancano i suoi dialoghi alteri, sfasati. Un esempio: Pomme prende un taxi e dopo una lunga sequenza taciturna il taxista le dice – Non le dà fastidio che io non stia parlando? Dovrei non dire nulla? Sono un uomo di poche parole. Un uomo alto e molto taciturno. Una sfinge. Mia moglie si aspetta sempre che io le parli… Monologo che può sembrare ai limiti dell’assurdo ma che invece è specchio di quel che sta succedendo tra Pomme e Pierre. Alla fine il taxista chiede il nome alla donna e Pomme risponde che si chiama Gena Rowlands, nome non certo scelto a caso: il rimando al cinema di Cassavetes e ai suoi ritratti di donne nevrotiche ed insoddisfatte interpretate dalla moglie è evidente. (voto 6,5) Una citazione per Tinder apre un possibile product placement che diventa effettivo con la sequenza in cui Pierre dice di essere in un Carrefour, in quella in cui Pomme apprezza la bellezza dell’auto di un taxista che gli dice che è un’Audi A6 nuova di zecca, anche se in precedenza si erano viste Renault (auto e pubblicità), poi tute Adidas, giacca a vento Etnies e la compagnia di Taxi Lyonnaise.
Lo sdoppiamento tra donna matura e in crisi e donna giovane piena di speranze verso l’amore è presente in tutti i film della Fillieres, ma viene esplicitata con una trovata brillante da parte della regista in quello che probabilmente è il suo miglior film, ovvero La belle et la belle (2018), in cui la protagonista Sandrine Kiberlain incontra se stessa da giovane (interpretata dalla figlia di Sophie Fillieres, Agathe Bonitzer) e il film è tutto incentrato sul rapporto tra le due per scoprire che l’esperienza vissuta dalla Kiberlain non può cambiare nulla nel se stessa ragazza, gli errori e le avventure fanno parte della crescita inevitabilmente anche se questa porta ad amarezze e ciò si capisce quando entrambe le donne (cioè lei stessa in due momenti differenti della vita e con due consapevolezze diverse) si innamorano dello stesso uomo… (voto 6/7)
Riprendo ancora parole di Marcos Uzal nell’articolo dei Cahiers già citato: “(Sophie) rassomigliava al suo cinema: tanto divertente quanto pudica, portava su di sé una singolare miscela di forza e dolcezza. Gravemente malata, ha girato questa estate (quella del 2023 ndr) il suo ultimo film. Fu ospedalizzata il giorno dopo l’ultimo giorno di riprese, prima di morire il 31 luglio all’età di 58 anni. Su sua richiesta, i suoi figli, Agathe e Adam, hanno supervisionato la post-produzione di quest’opera postuma.” Questo film è Ma vie, ma gueule un film testamento, la donna protagonista Barberie “Barbie” Bichette (una spiritosa quanto toccante Agnes Aoui) è summa di tutte le principali figure femminili dei suoi film. Una donna di 55 anni in crisi esistenziale che si trova sfasata rispetto al mondo che la circonda, separata con due figli grandi si ritrova malata in ospedale dove in qualche modo rimugina sul passato e cerca di esorcizzare la paura della morte. Partirà per un viaggio verso la provincia britannica dove troverà quiete e speranza nella verde natura dell’isola. Un film che, visto il momento della regista, riempie lo spettatore di malinconica tristezza ma, attenzione, la Fillieres racconta comunque a modo suo, non rinunciando all’ironia dei suoi dialoghi surreali e svolazzanti verso una poetica fantasiosa. Molto di biografico troviamo qui e in tutti i suoi film che, dalla descrizione di Uzal, sembrano assomigliarle. Speriamo che quel verde rassicurante e ritemprante la regista lo abbia trovato nelle grandi praterie dell’aldilà. (voto 6+)