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CINEMA
14 Giugno 2026 - 11:36

DIARIO VISIVO (Noemie Merlant)

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Attrice e regista spudorata
DIARIO VISIVO (Noemie Merlant)

Un’attrice, cantante, modella. Orgogliosa del proprio corpo e delle sue interpretazioni di donne libere e passionali. Conosciuta principalmente per la sua notevole performance in Ritratto della giovane in fiamme (2019), fa comunione con la regista Celine Sciamma, collaboratrice anche di Jacques Audiard (e infatti per lui interpreterà Parigi, 13 Arr.), con la quale collaborerà in seguito come vedremo. Interpreterà anche, senza risparmio fisico in Baby Ruby (2022), subito dopo aver diretto il suo primo lungometraggio.

Tra il 2019 e il 2021 troviamo la nostra in Romania (dove pare abbia avuto anche un incontro sentimentale con un gitano, la cui esperienza diventerà base per le sue storie) e qui inizia le prime esperienze da regista girando un cortometraggio, Shakira, e poi il suo esordio nel lungo con Mi iubita, mon amour (2021). Quattro ragazze dalla Francia si recano in Romania per festeggiare l’addio al nubilato di Jeanne (la Merlant) quando la loro auto viene rubata. Saranno accolte da una famiglia di gitani che scopriranno in difficoltà per il razzismo da loro subito (“in Romania siamo visti peggio che in Francia”) e per la povertà che li ha portati a chiedere un prestito ad uno strozzino violento per poter far curare la madre. Jeanne si innamora, corrisposta, del figlio diciassettenne Nino (Gimi Covaci già protagonista di Shakira) e si lascia coinvolgere in un adulterio prematrimoniale complicato per ovvie ragioni (differenza di età, culture, nazioni, ceto sociale…). Il film è stato girato in un paio di settimane con budget quasi zero, utilizzando la vera casa di Gimi Covaci, facendo recitare i veri genitori di lui, mentre lo strozzino è interpretato da suo cognato (fatto uscire dal letto in fretta e furia alle tre di notte per girare la sua parte senza che lui ne sapesse nulla…). E’ un piccolo film, con una trama semplice e risaputa, ma ha i suoi momenti buoni (le lacrime dei genitori di Covaci, i giochi amichevoli e amorosi sulla spiaggia tra le ragazze e Nino (scene che potremmo accostare al cinema di Garrell), la sentita interpretazione umbratile ma vinta dalla passione di Noemie Merlant. (voto 6-) Camel, Skol, Adidas, Boss e Pepsi si vedono anche se potrebbero non essere vero product placement vista la tipologia del film, Snapchat, Whatsapp e Facebook sono citate.

Potete trovare su Mymovies il secondo film di Noemie Merlant Le donne al balcone (2024) in cui ho trovato una ventata d’aria fresca. E’, infatti, una commedia stralunata, ai limiti dell’assurdo, con momenti spudoratamente pulp, che ci immerge nel mondo della femminilità senza censure o limitazioni espressive. Noemie Merlant, dopo l’intimo romanticismo etnico di Mi iubita, mon amour, ha studiato ed è diventata regista più consapevole dei suoi mezzi. Già la sequenza iniziale (sembra un unico pianosequenza lunghissimo ma in realtà vi è uno stacco in mezzo) che vede la camera volare tra i condomini di un quartiere di Marsiglia a “spiare” le donne che cercano un brandello di fresco sui balconi in mezzo ad un’estate torrida, per poi soffermarsi su una donna di colore sdraiata a terra apparentemente svenuta. Piena di ecchimosi, viene insultata per l’ennesima volta dal marito e allora si alza colpendolo con una paletta per i rifiuti e poi soffocandolo sedendo sulla sua faccia! La macchina segue i personaggi dentro e fuori dall’appartamento praticamente senza soluzione di continuità. Virtuosismi che si ripeteranno anche durante il resto del film che, avrete capito, ha piglio femminista ma con una spudoratezza e una comicità piena di bizzarrie che lo distanzia da altre opere molto impegnate ma anche molto noiose. La storia racconta di tre donne, Ruby (Souheila Yacoub in un ruolo impudico che la vede ben diversa che non nel personaggio di Shishakli in Dune…) una camgirl spudorata senza problemi morali, Nicole (Sanda Codreanu già vista nel film d’esordio della Merlant) scrittrice piuttosto frustratella e Elise (la stessa Noemie Merlant), attrice con problemi con un ragazzo ossessivo e sull’isterico andante. Le tre donne conoscono, da balcone a balcone, un fisicato fotografo (Lucas Bravo) di cui Nicole è segretamente innamorata ma il quale punta alla più vistosa Ruby. Dopo una serata di foto e allegria a quattro, Ruby e il fotografo restano soli. Rivediamo Ruby tornare dalle amiche completamente ricoperta di sangue e sotto shock. Le tre donne tornano all’appartamento dell’uomo e… lo trovano impalato su un grosso treppiede da studio fotografico! Cosa è successo? E cosa fare con questo ingombrante cadavere a cui, tra l’altro, manca un pezzo di pene rotolato sul pavimento?... Il film contiene parecchie modalità della rappresentazione intima femminile che i registi “maschi” (ma anche le registe meno spigliate della Merlant) non si permetterebbero, se non per film considerati eccessivi e volutamente provocatori. Qui invece diventa normalità per le ragazze scoreggiare, squirtare, ronfare, vomitare, ricevere sperma sul viso, masturbarsi in compagnia strusciandosi sulle maniglie di una sedia a dondolo… La Merlant si è messa tra le interpreti anche perché alcune performance non sarebbe stato facile chiederle ad altre attrici, come l’inquadratura prolungata della sua vagina sul lettino ginecologico… L’esibizione continua di seni, culi e vagina, appunto, che se messe in un film da un uomo sarebbe accusata di “gratuità”, qui diventa provocazione femminile, rivendicazione del diritto di potersi mostrare come si vuole, di imporre la nudità come determinazione di sé stesse. Emblematica la carrellata finale in cui le tre (in realtà solo Ruby ed Elise) mostrano i seni camminando per strada dove incontrano altre donne nude, anche con fisici non certo perfetti…, come a dire che lo possono fare senza che nessun uomo debba dare giudizi su di loro o cercare di farne oggetti sessuali. Purtroppo in alcuni momenti anche la Merlant (con le altre cinque aiuto-sceneggiatrici tra cui la già citata Celine Sciamma, come spesso le sue colleghe “femministe”, cade nell’errore di mettere in parole (alcuni pipponi atti ad “educare” gli uomini) quello che già le immagini ci dicono benissimo. Peccato perché invece altri dialoghi pungenti ed intelligenti ci avevano deliziato. (Voto 7-) Poco il prouct placement tra cui annoveriamo un pc portatile HP, un frigorifero Smeg e un’Opel.

Ma non si può chiudere questa breve disanima del cinema di Noemie Merlant senza citare anche la sua interpretazione di Emmanuelle (2024) perché dimostra come la nostra sia coraggiosa e non abbia alcun problema moralistico nel mostrare il proprio corpo e nell’usarlo come immagine di indipendenza femminile (lo avevamo già visto) e non come mero strumento commerciale nella visione maschile comune. Parlando del film ci chiediamo se veramente c’era ancora il bisogno di rispolverare il testo di Emmanelle Arsan e, soprattutto, il personaggio decisamente inflazionato in tre decenni di cinema e tv. Visti i risultati la risposta, mi pare evidente, è no. Il film è stato un flop di critica e, soprattutto, economico. In Italia praticamente non se ne è mai parlato e non è stato distribuito, solo ora che è su Prime Video possiamo vederlo. Ripartendo dal testo originale (con tanto di rapporto sessuale nella toilette dell’aereo come nel primo film della serie) la regista Audrey Diwan (apprezzata internazionalmente per il film La scelta di Anne) vorrebbe farne una versione tutta dal punto di vista femminile, esplorando l’erotismo della donna senza falsa pudicizia ma neppure ad uso esclusivo del voyeur. Purtroppo ne esce una sceneggiatura debole (non che si partisse da un capolavoro della letteratura…) ed un’opera tutto sommato noiosa e, diciamolo, sbagliata. Non tutto è da buttare però. Ad esempio la scelta di ambientarlo praticamente tutto all’interno di un hotel di lusso in cui anche ciò che non è permesso… è permesso, e dando importanza al rapporto tra Emmanuelle, che di lavoro fa la controllora sulla gestione di vari alberghi da parte di un’azienda che possiede vari luxury hotel, e la gestora dell’attività (Margot, interpretata da Naomi Watts), una specie di gioco del gatto col topo, dà un po’ più di concretezza ad una trama tutta votata all’attrazione sessuale per l’altro. L’altro può essere l’escort ninfomane Zelda (Chacha Huang) o il misterioso cliente giapponese Kei (Will Sharpe), uno che paga la stanza ma non vi dorme mai e pare non avere nessun interesse né per l’erotismo, né per il cibo, né per il riposo. L’altro punto a favore della Diwan, che si spera dopo questo disastro economico riesca ancora a lavorare con continuità, è proprio la sua elegante regia in cui sa dosare carrellate e inquadrature fascinose ma non laccate. Probabilmente non vi è più spazio al cinema per i film erotici, sono finiti i tempi del softcore e ancor più quelli dell’autorialità nel campo. Ormai non vi è più recezione per questi prodotti, la rinnovata pudicizia ipocrita del cinema mondiale ha abituato lo spettatore a una visione edulcorata e piatta, in cui il sesso è solo nelle serie tv, giusto per dare un colpo di eccitazione ad uno spettatore seduto sul divano di casa senza doversi imbarazzare. Però, ancora una volta, nonostante il fallimento dell’operazione, Emmanuelle dimostra come l’erotismo al momento sia tutto nelle mani delle artiste donna. Qui alla Diwan si aggiunge alla sceneggiatura Rebecca Zlotowski e la protagonista è appunto la Merlant (tutte registe francesi della nuova generazione) che si butta nel progetto con la sua solita spudoratezza (ancora la sua vagina protagonista mentre si depila alla brasiliana…), usando la sua bellezza raffinata e il suo corpo, di un sexy non preconfezionato, come arma contro la banalità di una visione edulcorata. (voto 5)

STEFANO BARBACINI

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