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CINEMA
15 Febbraio 2026 - 22:13

DIARIO VISIVO (Zappando tra i generi: alcuni film recenti)

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Baby Ruby; Elena; L'ultima vendetta; Barricade
DIARIO VISIVO (Zappando tra i generi: alcuni film recenti)

L’attrice non protagonista, ospite in vari episodi di serie tv americane e vista in Siren (2013), Bess Wohl, esordisce alla regia con Baby Ruby (2022), un film che affronta di petto la maternità. Il trauma della depressione post-partum è un orrore psicologico che nei casi estremi diventa conflittualità con il neonato e con il marito. Già in passato la maternità è stata utilizzata nel genere horror in modo metaforico, la Wohl invece l’affronta direttamente, trasformando sintomi e fisime create dall’instabilità psicologica in manifestazioni orrorifiche che miscelano fantasia e realtà, violenza e paura, sessualità e frustrazione. Ad interpretare la tormentata protagonista ha chiamato la francese Noemie Merlant (quella che dirigerà The balconettes due anni dopo, film dove mostrerà le pudenda in primo piano facendo apparire Sharon Stone una scolaretta, e poi protagonista del nuovo film di Emmanuelle) che qui cerca di dare credibilità alla madre disturbata dopo la nascita della piccola Ruby. Il film, nella sua convenzionalità, non sarebbe neanche male ma soffre decisamente, nel mio giudizio, il confronto con il più recente Die my love che della stessa materia (depressione, violenza, crisi di coppia) fa qualcosa di ben più visionario e originale e, soprattutto, paragonare l’interpretazione di Jennifer Lawrence con quella della pur brava Noemie è ingeneroso. (voto 5,5) Google e il Mac della Apple come product placement.

Il regista russo Andrey Zvyagintsev, tra gli autori di quella nazione che si sono messi in luce internazionalmente, si differenzia un po’ dalla poetica dei grandi autori russi. La lentezza delle lunghe inquadrature in piano sequenza sono sostituite da leggeri movimenti di macchina che inquadrano i personaggi in mezzo ad architetture geometriche. Un modo di rendere freddo e asettico il racconto alla maniera dei nuovi autori nordici. Il suo ultimo Loveless (2017) mi era piaciuto notevolmente come pure il suo esordio Il ritorno (2003). In mezzo tre lungometraggi tra cui Elena (2011) che ho appena recuperato. La storia è quella di una coppia anziana in pensione, formata da un ricchissimo uomo d’affari e da un’ex infermiera (i due si sono conosciuti dieci anni prima in ospedale). Entrambi hanno avuto altri partner in precedenza ed hanno due figli, una donna lui, un uomo lei. Il figlio di Elena, la lei della coppia, è un nullafacente maschilista che sta crescendo un figlio altrettanto fannullone e anche mezzo delinquentello, oltre a continuare a sfornare figli che non può mantenere. La madre diventa così una mucca da mungere, sfruttando anche il nuovo compagno ricco, per sopravvivere nella sua inetta pigrizia. Fino a che il compagno di Elena non si stanca di elargire soldi a due persone considerate inutili e rifiuta alla moglie di darle i soldi per evitare che il nipote vada sotto le armi e in guerra. Il racconto avanza in modo calmo mettendo in mostra, piano piano, ciò che si cela sotto la patina di ordinarietà dei gesti e degli avvenimenti: differenze sociali e sentimentali che stridono (la figlia di lui non è meno fancazzista dei parenti di Elena ma viene trattata con indulgenza maggiore), l’amore cieco di una madre che porta a comportamenti estremi, il nepotismo come grande male che porta per il voler bene a far male. Secco, tagliente, pessimista sull’animo umano. Una versione sintetica e glaciale di Parasite(voto 6/7) Si fuma Marlboro, il ricco usa un’Audi e ingolla Viagra, t-shirt dei giovani sono Adidas e Reebok. Questo il product placement del film.

Irlanda, 1974. Siamo nel pieno delle violenze dell’IRA per contrastare l’influenza britannica sulla parte nord dell’isola. Un gruppo di terroristi ha appena compiuto un attentato con un auto bomba uccidendo anche un paio di bambini. Cambio di scena, villaggio sperduto sulla costa frastagliata irlandese, troviamo Liam Neeson/Finbar che uccide a sangue freddo un uomo e scopriamo che è un sicario al soldo di Colm Meaney/Robert, un non ben definito personaggio che probabilmente è pagato da mafiosi o comunque criminali per eliminare i nemici. Nel paesino, lo avrete capito, arrivano per nascondersi anche i terroristi di cui ho detto. Finbar però, nonostante quello che fa, è un brav’uomo, ben voluto dalla comunità, empatico e dolente per ciò che è accaduto nel passato alla moglie. Vuole molto bene ad una bambina, figlia di una barista, che vede un po’ come la figlia che avrebbe voluto avere. Quando uno dei terroristi la maltratta (probabilmente la violenta), il nostro lo fa fuori. A questo punto la capa terrorista Kerry Condon/Doireann, sorella dell’ucciso, ha un conto aperto con Finbar per vendicare il fratello e inizia un pericoloso e violento gioco a due con qualche comparsa a spalleggiare una e l’altro. Robert Lorenz con L’ultima vendetta (2023) che si trova ora su Primevideo, licenzia un film finalmente abbastanza buono dopo un esordio in cui spreca la presenza di Clint Eastwood (di cui già in precedenza era collaboratore) con un film sul baseball (Di nuovo in gioco) a mio parere di banalità sconcertante (ma piuttosto ben accolto dal pubblico per il solito “effetto” Eastwood) e un action, sempre con Neeson (Un uomo sopra la legge) mal accolto un po’ da tutti. Qui riesce ad utilizzare al meglio i fantastici scenari irlandesi ed è aiutato da maiuscole prestazioni degli attori. Non tanto da Neeson (che si limita ad una faccia da cane bastonato per tutto il film) o da Meaney che fa il suo, ma per le schizzatissime interpretazioni di una Kerry Condon di perfida malvagità e di Jack Gleeson (già folle Joffrey Baratheon ne Il trono di spade) qui con baffetti e occhi da sovraeccitato senza filtri morali. Un impasto di sensi di colpa, scelte di violenza che corrodono l’anima, melanconiche accettazioni del destino (la politica entra di soppiatto solo per creare… atmosfera) forse un po' troppo insistito, ma in definitiva non male (voto 6+) E in Irlanda come fai a non vedere nel product placement la Guinness? E infatti eccola, personaggio collaterale sempre presente. Per altro solo Ford, Texaco e snack irlandesi Tayto.

Ennesima versione di Texas Chainsaw Massacre, e quindi di una famiglia di rozzi cannibali in caccia di vacanzieri, in questo caso con la famiglia che agisce all’interno della Foresta Nera in Germania. Infatti il regista è l’iperattivo Timo Rose, un cineasta tedesco che con la sua casa di produzione naviga da un quarto di secolo nel genere a basso costo. In questo Barricade (2007) ripercorre la strada dell’underground gore dei connazionali Ittenbach e Schnaas. Si affida a due interpreti americani, Raine Brown e Joe Zazo, entrambi con carriera cinematografica quasi esclusivamente in zona B-movie, che interpretano due vecchi amici che si reincontrano proprio in Germania e decidono insieme ad un terzo amico di fare una gita nel bosco (dove i due allacceranno anche una relazione sentimentale nonostante lei sia divorziata con una figlia, piccolo inserto per dare un po’ di spessore, invero minimo, ad un film costruito solo per mostrare la… macelleria) e qui, il va sans dire, incontrano la family che dovranno affrontare. Tutto il lato action, cioè degli scontri con gli elementi della famiglia, sono girati malissimo, pistole e fucili che passano di mano in mano con una facilità ridicola, pugni inverosimili, dimenticanze di ferite (lui mette i piedi su dei chiodi, resta incastrato, ma in seguito come non fosse successo niente…), cambi di “psicologie” immotivate (lei che dei due, nonostante sia piccolina, ancorchè tonica, mentre lui è un grosso palestrato, è quella che ha le palle, ad un certo punto si mette a gridare dalla paura come una fragilissima “crying girl”, prima di tornare l’eroina del film). Invece la parte effetti speciali è fatta decisamente bene e il repertorio budella, sangue e slasher accontenta i fan. (voto 5-) Per possibile product placement si vedono l’AVIS nell’aeroporto, una Renault con cui i tre vanno al bosco e un Martini bevuto dalla Brown.

STEFANO BARBACINI

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