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CINEMA
3 Agosto 2024 - 18:29

DIARIO VISIVO (Vari modi di interpretare l'horror)

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Lumberjack the monster; Amoklauf; The outlawers
DIARIO VISIVO (Vari modi di interpretare l'horror)

Ritorno di Takashi Miike in un film prodotto da Neflix (e qui lo trovate) e ritorno ad un cinema tosto e d’atmosfera come non sempre l’ondivago e prolificissimo regista ci ha abituato. In Lumberjack the monster (questo il titolo internazionale) si narra di una coppia di pseudo-scienziati che crea, tramite chip impiantati a bambini rapiti, degli adulti psicopatici (la motivazione non ha molta importanza anche perché difficile da renderla credibile…) e un paio di questi li ritroviamo anni dopo a dar da filo da torcere alla detective Arashiko Toshiro. Infatti si aggira per la città un serial killer che colpisce adulti che hanno per caratteristica che li accomuna l’essere cattivi e provenire da diversi orfanatrofi. Caratteristiche che possiede anche lo spietato ed opportunista avvocato Akira Ninomiya che presto avrà a che fare sia con il serial killer (che agisce con la maschera di un personaggio di una favola, Lumberjack the monster, appunto) e con la detective in un giallo-thriller cupo e psicologico (o meglio psicopatico dato che quasi tutti i personaggi lo sono…) che ricorda le migliori opere di Kyoshi Kurosawa (voto 6,5). BMW la marca di auto più comunemente usata nel film e come product placement potremmo evidenziare l’esplicito riferimento al Supermercato Kitanoace.

Edito da Spasmo Video nel 2019 su dvd mi guardo uno dei primi film del famigerato Uwe Boll, Amoklauf del 1993. Erano i primi passi del regista tedesco che allora faceva filmini con pochissimi soldi sulla scia dei vari Buttgereit e Schnaas. Diciamolo subito che è difficile difendere Amoklauf, film di un’ora scarsa e nonostante ciò lento e senza ritmo nonostante sia estremo e malato. Un cameriere frustrato e rinchiuso in se stesso che passa il tempo guardando Il prezzo è giusto su RTL, filmati di esecuzioni sulla sedia elettrica abbastanza impressionanti (nell’intervista negli extra del dvd Boll dice che la produzione americana ha chiesto il filmato per documentarsi prima di realizzare Dead man walking di Tim Robbins) e film porno anni ’80 (parecchi minuti scorrono su scene hard provenienti dalla tv) mentre si masturba. Unico “diversivo” alla sua grigia vita  è quando può aggredire ed uccidere donne o sparare ad un gruppo di ragazzi, probabilmente perché si divertono troppo. Fine. Un filmaccio ma in cui l’amarezza di Boll, che pensava al momento di dover abbandonare il cinema per mancanza di riconoscimenti e finanziamenti, viene esplicitata con immagini sporche, alienate e pure con dettagli sgranati e al ralenty che hanno valenza sperimentale non priva di interesse. (voto 5+). Boll ci dice pure che ha “piluccato” in giro qualcosina da vari sponsor, tra cui qualche pasto gratis da McDonalds. Nel product placement finiscono così Reebok, Panasonic, Agfa e Chrysler (un lungo spot mostrato in tv). Coca Cola, pure presente, ci sembra invece casuale (su un ombrellone a cui il protagonista passa davanti).

“Per quel che concerne The Outlawers (2022) di Robbie Banfitch (…) il film ci mette poco meno di un’ora per partire poi, una volta lanciato, miscela found footage e cinema sperimentale, per arrivare ad un horror astratto e opaco. Secondo l’umore, il risultato affascina o dà la voglia di strapparsi le unghie”. Con queste poche righe San Helving, critico incaricato dalla rivista Mad Movies, nella rubrica Notules Vod Lunaires, di trovare film di genere di qualsiasi qualità sulle piattaforme, fa un’analisi coincisa ma completa di quello che potete aspettarvi guardando il film dell’americano Robbie Banfitch, film indipendente in cui il regista interpreta anche uno dei quattro protagonisti, si incarica della fotografia, della produzione e del montaggio. Si è contornato di amici e parenti e si è diretto nel deserto del Mojave dove, nella finzione, deve girare un video musicale per l’amica Michelle. Con lui un altro amico e una truccatrice. I quattro passano la notte dentro a due tende e, senza troppe sorprese, si ritrovano a dover affrontare qualcosa di misterioso ed inesplicabile, comunque… definitivo. Ma non perdiamo troppo tempo con la trama di cui al regista interessa pochissimo. Quello che gli interessa è l’immagine, creare qualcosa di confuso, tosto e sperimentale. Mentre nella prima parte le immagini si differenziano dai soliti found footage (immagini sfocate e traballanti con brutta definizione video) con riprese decisamente definite, accattivanti e fluide che ricordano il “solito” Malick (il suo cinema controverso è diventato un punto di partenza per parecchi giovani sperimentatori cinematografici) per poi diventare un calderone di sequenze notturne al limite del visibile in cui il suono, gli elementi infuriati, i dettagli di materiali organici inquadrati solo da una torcia, il deserto ripreso da rasoterra con i corpi insanguinati che vi si perdono tra il tremendo e il poetico, il tanto sangue probabilmente dovuto alla presenza di strani vermi mostruosi, il montaggio frammentato, le strisce di luce che ricordano Brakhage, sconcertano lo spettatore, che, come fa notare Helving, o è predisposto a “sopportare” la provocazione della ricerca sperimentale o rischia di restare basito di fronte a qualcosa di incomprensibile. Nel finale vi è anche un’esplosione di gore con peni tranciati e budella che fuoriescono da automutilazioni. Qualcuno ha definito questo nuovo filone di cinema horror come “liminale” ed un altro esempio (forse anche più estremo per inintelligibilità) è Skinamarink di Kyle Edward Ball visto al Tohorror dello scorso anno. Un’evoluzione del pov che in effetti ha bisogno di nuove idee se vuole sopravvivere. (Voto 6+) Nessun product placement se non vogliamo considerare tale una citazione della Coca Cola.

STEFANO BARBACINI

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