Facebook Twitter Canale Youtube RSS
CINEMA
18 Settembre 2026 - 20:01

DIARIO VISIVO (Sean Baker)

 Print Mail
Il poeta dei losers e i suoi film meno famosi
DIARIO VISIVO (Sean Baker)

Noleggio, curioso, il primo film di Sean Baker (Oscar con Anora) su Prime Video per vedere come ha iniziato il suo percorso il brillante regista americano. Four letter words (2000) è piuttosto deludente, con tutti i difetti dall’esordiente indipendente, con pochi soldi e tanta voglia di metter sullo schermo se stesso e i suoi amici (utilizzando attori, non in persona) credendo che i loro dialoghi siano particolarmente interessanti per il mondo intero… Racchiusi in una dimora con giardino per una festa organizzata dal padrone di casa, allo scopo riunire i suoi amici che non vedeva da un po’, i protagonisti (quasi tutti maschili) non fanno altro che cianciare, cianciare e cianciare. Se qualcuno si aspetta una svolta drammatica o comunque finzionale, ebbene questa non c’è. I discorsi sono quelli che qualsiasi post-adolescente maschio può fare quando si ritrova (magari ad una cena dopo calcetto o dopo asta di fantacalcio…) tra amici: si parla di donne… e ci si ubriaca bevendo birra. Donne amate, agognate, analizzate sessualmente e psicologicamente, ci si vanta di pompini ricevuti e rifiutati, ci si strugge per amori andati in malora, si raccontano rapporti bizzarri, ci si sorprende per atteggiamenti di donne spigliate di cui, fondamentalmente, ci si sente inferiori… Insomma, un’ora e venti di dialoghi che qualsiasi venticinque/trentenne può sentire normalmente tra amici: perché tutto ciò dovrebbe interessarci? Qualcuno ha citato Clerks ma vi siamo molto lontani, dove lì c’era un’ironia che sconfinava nell’assurdo della vita “normale” e raggiungeva livelli di genialità, qui c’è solo ovvietà. Qualcun altro ha citato addirittura Cassavetes… va beh qui non commento neppure. (voto 5) Dove il film brilla è nella presenza di brand che penso abbia messo solo come simboli di modernità (difficile sapere se vi è un vero product placement retribuito). Vi troviamo Bud, Marlboro, Hustler la rivista porno, Adidas, citazioni di Mars e Halls, della rivista GQ e di Calvin Klein, del MacIntosh. Poi nel finale la Budweiser è sostituita da lattine di Coca Cola rubate per giocare a… baseball Coca Cola (in cui le lattine diventano palline da far esplodere con una Slugger da baseball).

Nel film successivo inizia la collaborazione con la compagna di studi di cinema, la taiwanese-americana di New York Shih-Ching Tsou, che firma in coregia l’opera Take out (2004). Bizzarro che quando si parli di Sean Baker la Tsou non venga praticamente quasi mai citata, o almeno citata in secondo piano. In realtà il suo apporto in molte opere si sente eccome. In questa, ad esempio, che con uno stile molto libero (macchina a mano per tutto il film) documenta una giornata in una cucina cinese a New York (sembra di essere in un film di Wiseman), con la proprietaria che cucina e gestisce clientela, soldi e collaboratori. Tra questi Ming Ding, fratellastro della donna, che porta il cibo da asporto a destinazione (in pratica un rider in bicicletta) in una giornata in cui piove costantemente. Seguiamo il suo affannarsi per cercare di essere gentile con i vari clienti e esploriamo così vari personaggi e caseggiati newyorchesi. Cinema verità, ci dice Baker, come sua ispirazione. Girato con budget praticamente a zero, riesce a portare a casa il risultato prefisso combinando il neorealismo di Ladri di bicicletta con lo stile “sporco” del cinema indipendente di NY. Ming Ding è anche protagonista della parte più finzionale del racconto, infatti per poter arrivare illegalmente negli Stati Uniti si è indebitato con degli usurai e ha tempo fino alla sera per procurarsi almeno 800 dollari del suo enorme debito… Take out è un’opera sincera, emozionante e del tutto priva di eccessi, giusta. Quando mettevo in rilievo il ruolo della Tsou è perchè, oltre al fatto che il film sia ambientato tra emigrati cinesi, è un po’ la prova per il suo primo film da regista (con la collaborazione di Baker nella sceneggiatura) La mia famiglia a Taipei (2025). (voto 7) Naturalmente in un film senza budget è inutile cercare product placement, ma comunque alcune marche si notano, Coca Cola, Pepsi e Fila.

Continua a ricercare la spontaneità documentaria del cinema verità, Sean Baker, con il successivo Prince of Broadway (2008) girato anche questo tutto con macchina a mano. Stavolta non vi è la collaborazione di Shih-Ching Tsou e non siamo più in un quartiere cinese ma sulla Broadway a New York. Il protagonista, un'altra tipologia di “sfigato” come lo era il cinese Ming Ding che, ironicamente, si chiama Lucky. Afroamericano che si autodefinisce “venditore professionista” ma non nasconde di essere anche un “truffatore”, infatti la merce che vende sono capi di abbigliamento contraffatti di grandi marche del settore. O meglio, fa lo strillone e il “buttadentro” per i negozi che li vendono. Gli affari gli vanno bene e la sua discesa verso le difficoltà gli accade tra capo e collo quando una latinoamericana, con cui ha avuto qualche rapporto sessuale tempo prima, gli mette in mano un bimbo, poco più che neonato, dicendo che è suo figlio… Il pargolo mette in crisi attività e rapporti con la compagna del povero Lucky che subisce anche un furto che lo mette pure in difficoltà finanziaria… Un antieroe come quello di Take out in rappresentanza dei poveracci senza documenti in regola che si devono arrangiare per sopravvivere nei sobborghi americani tra mille difficoltà (parallelamente vi è la vicenda non meno “infelice” del proprietario armeno-libanese di uno dei negozi per cui Lucky lavora). Eppure entrambi avranno la forza per non lasciarsi sopraffare dagli eventi e di rialzarsi. Continua così l’esplorazione del mondo dei dimenticati, dei perdenti e del sottobosco di lavoro più o meno legale che sia un ristorante cinese o un venditore di vestiti contraffatti con tutti i personaggi che vi girano attorno. Il film precedente era più serrato e “hard” e poggiava su interpreti meglio integrati che non i “non professionisti” di questo Prince of Broadway e un po’ il film, onesto e partecipato comunque, ne risente. (voto 6,5) Inutile dire che vi è un “gratuito” product placement (anche questo film pare sia costato meno di 100.000 dollari) di innumerevoli marche (che in effetti dalla contraffazione non ricavano soldi ma pubblicità gratis) come Gucci, Prada, Nike, Vuitton, Jordan, Coach, Updown, Timberland, Air force one, Lacoste… ma anche oggetti che appaiono e che hanno le marche ben in vista come un Mac della Apple, Trisonic, Sahara, De Longhi… vi è poi la presenza di Fanta e Pepsi, di una maglietta Harley Davidson e una simpatica citazione come metafora sessuale per gli Oreo. Infine vi sono tutti i negozi e ristoranti della zona inquadrati. Se tutte queste presenze avessero contribuito finanziariamente al film probabilmente il budget sarebbe almeno raddoppiato…

Sobborghi di Los Angeles, con la sua camera inquieta Sean Baker (che qui oltre all’utilizzo a mano monta le scene con la stessa frenesia con cui la protagonista Sin-Dee Rella, tutto un programma, cerca il suo uomo perché l’ha tradita) si getta tra i soliti losers da lui tanto amati. In questo caso si tratta di prostitute trans, tra cui, appunto, la citata Sin-Dee che, uscita di galera dopo un mese di detenzione, scopre dall’amica/o del cuore, collega in… affari, che il suo uomo (anche loro pappone) l’ha tradita con una… donna! Si trascinerà per i quartieri della città per rintracciare la rivale, anch’essa prostituta in un bordello femminile, prendendola per i capelli e portandola a forza da Chester, colui che sfrutta la vendita dei loro corpi, spaccia e tradisce. La storia si intreccia con quella di un taxista armeno (lo stesso interprete Karren Karagulian del proprietario del negozio di Prince of Broadway), sposato con suocera e figlioletto in carico, che ha il vizietto di propinare blow job ai trans tra cui Sin-Dee e l’amica. Il tutto finisce con l’incontro del gruppetto di prostitute, trans, pappone, taxista, moglie e… suocera nel negozio di donut gestito da Shih-Ching Tsou (qui solo in veste di attrice) dove lo squallido realismo di questo sottobosco di disperati (condito da scene anche piuttosto esplicite di sesso) esplode in una commedia esilarante. Tra realismo, gusto per l’assurdo, sesso senza troppe censure e comicità il cinema di Sean Baker con Tangerine (2015) trova il suo stile che poi riproporrà nei suoi film migliori, ovvero il successivo Un sogno chiamato Florida e poi il successo Oscar di Anora. (voto 7) Nel product placement potremmo riscontrare Coca Cola, Fedex e una Passat Volkswagen.

Red Rocket (2021) è forse il film che più di tutti gli altri combina i vari stili e interessi di Sean Baker. Vi unisce lo stile docufiction di Take Out e di Prince of Broadway con la commedia irriverente e la cura delle ambientazioni di Anora e Un sogno chiamato Florida, mantenendo l’argomentazione che riguarda dei dropout e dei perdenti (costante di tutti i suoi film) che hanno a che fare con il sesso, sempre trattato in modo esplicito quanto ironico. In questo caso il protagonista è Mikey che torna dalla moglie nel Texas dopo che i due sono stati separati per anni, con lui in California (da cui è dovuto fuggire) e lei sperduta nella polverosa provincia. Non sappiamo se i racconti di quello che è successo ai due corrisponda a realtà perché lo apprendiamo dalle parole di Mikey, che è un gran bugiardo e fanfarone. Comunque pare che i due, Mikey e la moglie Lexi, siano stati due famose pornostar e che poi lei se ne sia andata da lui diventando una drogata di eroina. Ora comunque non se la passa bene vivendo con la vecchia madre (stupenda prestazione “realistica” della non professionista Brenda Deiss, purtroppo scomparsa da questo mondo solo un anno dopo il film) e guadagnandosi la vita prostituendosi. Se l’arrivo di Mikey non è assolutamente gradito, l’uomo riesce ugualmente ad imporsi alle due donne quando riesce a portare soldi in casa cominciando a spacciare marijuana. I soldi e un rinnovato legame sessuale tra i coniugi porta Lexi a credere in una nuova vita con il compagno da cui forse è stata abbandonata o forse se ne è allontanata, comunque non si erano lasciati bene. Ma questa speranza dura poco perché Mikey si invaghisce di una diciassettenne dal faccino tanto innocente quanto il suo comportamento è esplicito sessualmente, una vera piccola ninfomane sfrontata. Mikey vede in lei una potenziale futura pornostar e cerca di convincerla a seguirlo a Los Angeles per farla diventare… famosa in quel campo, sognando, lui, una casa di produzione tutta sua con lei come prima star. Mikey è interpretato con foga da Simon Rex (che non ha problemi a farsi riprendere girando nudo con il batacchio di fuori per tutto il paese), con passione decadente da Bree Elrod (Lexi) e con spigliatezza provocante e conturbante (non solo per il protagonista ma anche per lo spettatore…) dalla giovane Suzanna Son (poi degna ninfa del sesso assieme alla protagonista Lily-Rose Depp nella serie Idol) che ci fa dono della sua capacità di cantante e musicista suonando e cantando… nuda (performance che ripeterà anche nella citata serie tv). Insomma un film eccitante come lo è lo stile irrequieto e allo stesso tempo documentale (Baker è il poeta dannato dei losers…) del regista. (voto 7) Il locale Donut hole in cui Mikey nota la bella Strawberry (la ragazzina) esiste veramente in Texas e rappresenta il product placement principale del film in cui si notano anche firme sportive come Adidas e Under Armour, la solita Coca Cola e la birra Lone Star.

STEFANO BARBACINI

© www.dysnews.eu