C’era una volta in America… c’erano spazi enormi incontaminati, una natura rigogliosa, pochi uomini e tanti, tantissimi bisonti. Questi animali, ora simbolo degli Stati Uniti d’America, erano il cibo che sfamava gli indiani. Ce n’erano milioni nel 1860, ma in vent’anni, la bramosia dell’uomo (le loro pelli valevano parecchio) e le guerre indiane (uccidere i bisonti significava affamare i “pellerossa”), si è messa in moto una macchina di morte, una caccia collettiva, che ha portato a ridurre la popolazione di questo animale a soli trecento capi! Una mattanza a cui partecipavano cacciatori e scuoiatori professionisti, come Miller (Nicolas Cage) e Fred Schneider (Jeremy Bobb), cani sciolti con pochi scrupoli e speranze flebili di arricchimento, che troviamo nel film Butcher’s crossing (2022). In verità il protagonista del film sarebbe il giovane Will Andrews (Fred Hechinger) che da Harvard e dal mondo “civile” decide di viaggiare verso il Montana per assaporare la libertà e la vita dei grandi spazi, del vecchio west, della tradizione americana. E’ qui che incontra Miller e decide di accompagnarlo in una spedizione a caccia di bisonti, caccia che si trasforma in un viaggio di formazione durante il quale conoscerà la durezza della vita randagia tra il caldo estivo e la mancanza di acqua in zone desertiche e il pericolo di morire assiderati su montagne nel duro inverno… Poi ci sono quei bisonti ammazzati e scuoiati che ci interrogano su cosa ha fatto l’uomo all’ecologia di un mondo che allora era ancora perfettamente equilibrata. Un film retrò che il regista Gabe Polsky (fino a qui documentarista sportivo per lo più…) illumina con squarci immaginifici sospesi tra la bellezza della natura e i tormenti mentali (flashback di ricordi e di rappresentazioni delle proprie paure) del giovane Will. Il tutto dominato dallo sguardo al solito impassibile e dal volto perennemente truce di Nicolas Cage che più che recitare si confonde con il paesaggio ed è icona di un passato di cui Miller è tassello storico. (voto 6)
Negli ultimi anni sono vari i film girati da donne registe che hanno messo in scena i rapporti tra le donne e l’esercito francese. Voir du pays (2016); Fidelio, l’odyssée d’Alice (2014); In prima linea, una donna in marina (2018); la serie tv Le combattenti (2022) e tutte riguardano donne soldato e come si pongono all’interno dell’esercito o della marina francese. Cosa piuttosto interessante se, ad esempio, lo paragoniamo al cinema italiano di cui mi ricordo solo un interessante documentario di Maria Martinelli (Io giuro, appunti di donne soldato, 2007) e nulla per quanto riguarda la fiction. Ho appena recuperato la visione del film Mon legionnaire (2021) di Rachel Lang che invece vede la donna dall’altro lato, ovvero il lato delle mogli di alcuni legionari che fanno la spola tra la Corsica e il Mali dove stanno combattendo contro estremisti islamici. In Corsica si trova il quartier generale di un reggimento di paracadutisti in cui vivono come una comunità chiusa i soldati assieme alle loro famiglie. Il film fa il focus sulle mogli di un tenente (Louis Garrel) e di altre due donne, un’araba e un’ucraina anch’esse spose di soldati. La frequente lontananza dei mariti, il doversi occupare dei figli, le regole ossessive di comportamento e lo straniamento di vivere per alcune in un paese diverso dal proprio, sono le problematiche che queste donne devono affrontare. Ad esempio Nika (Ina Marija Bartaité), arrivata al seguito del marito ucraino, si ritrova sola a dover imparare la lingua e a doversi trovare un lavoro (farà la babysitter della moglie del tenente, Celine interpretata da Camille Cottin) ma, nonostante ami senza remore il suo uomo confessa all’avvocatessa Celine che “il sesso con lui fa schifo, è sempre lontano e non vuole avere figli, e nonostante ciò io lo amo tanto. Questo mi fa male” la risposta rassegnata dell’altra è “almeno tu sai perché sei qui con lui. Io invece non capisco più cosa c’entro in tutto questo”. Gli uomini in qualche modo percepiscono queste insoddisfazioni ma hanno altro a cui pensare, la patria chiama e devono stare attenti a non farsi ammazzare nel deserto africano. Tutti cercano di dare un senso alle loro esistenze ma non sempre hanno la risposta. Rachel Lang gira con la forza di una Kathryn Bigelow le sequenze di guerra (in cui praticamente non vediamo mai i nemici) mentre è trattenuta e avvolgente attorno alle sue protagoniste e ci restituisce, in mezzo alle bellezze dell’isola francese che fanno da sfondo, la loro infelicità e le loro frustrazioni. (Voto 6,5) Apple e Dell sono product placement informatico presente nel film, in cui ha buona visibilità Kellogg’s (una piramide di scatole di cereali viene costruita dal figlio del tenente) insieme ad un produttore locale di ortaggi Ortu Corru.
Il sodalizio tra Sean Baker, quello del premio Oscar per Anora per chi non lo sapesse, e la sinoamericana Shih-Ching Tsou è ultraventennale con film prodotti, codiretti (Take out del 2004) e cosceneggiati dai due. Sotto le luci dei riflettori è sempre finito Baker ma, vedendo l’esordio registico della Tsou La mia famiglia a Taipei (2025), si fa fatica a capire quanto le loro produzioni siano farina del sacco di uno o dell’altra. Protagoniste sono sempre donne che devono fare a pugni con la realtà della loro vita (“vuoi un cane? Hai già tua madre che fa una vita da cani”) come la splendida antieroina di Un sogno chiamato Florida o pure quella più smaliziata di Anora. Qui le donne problematiche, ma sempre belle, forti e anti-famiglia tradizionale si raddoppiano: sono una madre e una figlia, lasciate dall’uomo che era loro marito e padre, che si recano a Taipei per riprendere in mano in qualche modo la loro vita. La madre in grandi difficoltà economiche e con una famiglia di tre sorelle e un fratello con genitori con cui è in costante contrasto, apre un banco di ristorazione al mercato cittadino. La figlia lavora in un negozio di betel. Tra loro ci sono incomprensioni e continui scontri. Anche la loro vita sentimentale è complicata, intanto che la madre accetta le avance di un altro venditore del mercato (tra le diffidenze della di lei famiglia che aspira ad elevarsi dal basso ceto con il fratello imprenditore a Shangai e la madre che fa soldi con immigrazioni illegali), la figlia ha rapporti sessuali con il capo al lavoro, peccato che questo sia sposato e non divorziato come le aveva raccontato… Ma non aspettatevi solo un dramma della povertà con queste premesse (dopotutto in tutti i film di Baker prodotti da Tsou la parte di commedia è sempre presente) dato che il film è visto attraverso gli occhi ingenui della piccola I-jing (spettacolare la bimba che la interpreta), la figlia minore che completa la famigliola di sole donne, la vera protagonista del film. Buffissima nel suo credere (essendo mancina) che quella sia la mano del diavolo come gli ha raccontato il retrogrado nonno e veicolando a causa di questo, inconsapevolmente, gli eventi. Questo scarto tra commedia e realismo è paragonabile a quello formale. Girato con un I-phone, questa storia popolare tutta cinese di povertà e problemi esistenziali, viene raccontata con colori sgargianti, immagini ricercate (ad esempio utilizzando specchi, arredi e prospettive insolite) e carrellate articolate, non certo nei canoni neorealistici. Rispetto al cinema da regista di Baker, questo film diretto dalla Tsou e dai due cosceneggiato, è meno “rock” ma questo è dovuto probabilmente anche dal diverso contesto, la Cina metropolitana non è certo l’America dei grandi spazi e dell’esagerazione pulp. (voto 6/7) Tra il product placement auto Ford, succhi Sunkist, televisore Teco, whisky Dewar’s e un negozio che espone la marca di scarpe Keds.