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CINEMA
10 Marzo 2026 - 00:26

DIARIO VISIVO (Recuperi degli ultimi anni)

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Senza prove; Una sconosciuta a Tunisi; Weapons; Animal kingdom; Dead shot
DIARIO VISIVO (Recuperi degli ultimi anni)

C’è un’unica scena che ci risveglia dal torpore dovuto alla mancanza di visione cinematografica nel film Senza prove (Toi non plus tu n’a rien vu, 2022) di Beatrice Pollet, il volto della protagonista che emerge parzialmente (in un’inquadratura dall’alto) dall’acqua intorbidita dal bagnoschiuma dove è immersa e che le fa da cornice. Molto bella e significativa, tutto quello che manca al resto del film. Peccato perché la storia (tratta un fatto vero) affronta un caso anomalo di gravidanza negata ed è intrigante. La protagonista Claire (Maud Wyler che fa un lavoro discreto sul personaggio) partorisce senza mai sapere di essere stata incinta. Nessuno, amiche o marito avevano immaginato lo potesse essere dato che non aveva nessun ingrossamento del ventre. Quando il fatto avviene, il marito rientrato in casa, trova la moglie svenuta in un lago di sangue con un coltello sporco dello stesso sangue. Si scoprirà che la donna ha messo il nascituro in un sacco della spazzatura e lo ha portato su un cassonetto in strada, prima di tornare a casa e rischiare di morire dissanguata. La donna pare non ricordare nulla e non sapere di aver partorito. Il film se ben diretto potrebbe esser stato interessante scegliendo alcune di tante strade possibili: la dissociazione mente e azione di una donna, l’avvenimento possibile ma ai limiti della scienza della gravidanza senza effetti fisici, il dibattito processuale, l’opinione pubblica che si scatena contro la donna vedendola come un mostro. In mano ad Eastwood o a Friedkin il materiale sarebbe stato trattato in modo da trarne una vicenda avvincente per il pubblico, la Pollet invece dà piccoli accenni di tutti gli argomenti senza mai approfondire, senza mai coinvolgere. Peccato (voto 5+) Il Mac della Apple unico marchio di un possibile product placement.

Com’è la situazione in Tunisia dopo le Primavere Arabe? A vedere quel che è descritto nel film Una sconosciuta a Tunisi (2024) di Mehdi M. Barsaoui, per le donne è stato un mezzo se non un totale fallimento. Ispirandosi ad un fatto realmente accaduto nel 2011, il regista ci mostra la protagonista, Aya (Fatma Sfarr), a ritrovarsi, a trent’anni, inserviente in un Hotel con un padre e una madre che da quando ne aveva 14 la sfruttano per portare a casa i soldi che poi il padre sperpera, un amante che le promette un futuro con lui ma non abbandona la moglie, una misera prospettiva di sposare un vecchio benestante, praticamente venduta dai genitori, e per questo costretta a chiedere le venga ricostruito l’imene (perché evidentemente ancora, almeno nel sud del paese, funziona così). Una vita da cui vorrebbe fuggire e l’occasione le arriva con un incidente stradale dove viene creduta morta. A questo punto scappa a Tunisi per rifarsi una vita con un altro nome. Qui, però, entrerà in un nuovo inferno, quello di una città grande e moderna che prevede la presenza di mezzane che vogliono farla prostituire, una polizia corrotta e violenta, politici che vogliono insabbiare le sporcizie che accadono… insomma, una situazione da cui può sfuggire, forse, solo se sfrutta il suo status di Fu Mattia Pascal in abiti femminili… Il film è intrigante, quasi una detective story, in cui l’intimità di Aya viene brutalmente messa in difficoltà e con personaggi doppiogiochisti che rendono bene l’idea di come era (è?) sopravvivere in Tunisia. (voto 7) Nessun product placement evidente.

17 bambini spariscono alle 2 e 17 di notte dalle loro case incamminandosi verso il buio. Sono tutti della stessa classe e con la stessa maestra elementare. Solo uno, Alex, continua a presentarsi in classe. Genitori infuriati contro la povera maestrina a cui viene scritto WITCH con pittura indelebile sulla Toyota. Cosa succede nel paesino della sonnacchiosa Pennsylvania? Quali misteri nascondono queste sparizioni? Uomini che si trasformano in zombie assassini, genitori catatonici, una specie di vecchia che sembra la versione femminile di Pennywise, una moglie infuriata perché il marito poliziotto va a letto con la maestrina (tutt’altro che candida tra alcol ingerito e trasgressione sessuale – e Julia Garner con quel faccino timidino amplifica il contrasto), strani riti di sangue e capelli strappati, una casa gotica inquietante… Sarà perché riesce a mettere originalità in un tema abusato, sarà per quella costruzione a personaggi che si intrecciano con gli altri con storie che vanno avanti e indietro tra presente e passato (portando tutti ad uno stesso centro che è quello in cui hanno puntato anche i bambini nella loro strana fuga), sarà per i caratteri azzeccati fisionomicamente, sarà perché non ci si annoia per le intere due ore che questo horror-thriller particolare, Weapons (2025) di Zach Cregger, si fa luce in mezzo ad opere che comunque hanno reso il 2025 un anno notevole per il genere (Sinners, Send Help, Nosferatu, Bring her back…). (voto 7) Coca Cola, Bud, Miller, Lite, J&B, Monster: tante le bibite alcoliche e non nel product placement del film. Di Toyota abbiamo detto ma la star stavolta è la Campbell’s soup che ha un ruolo fondamentale nell’opera.

Un mondo in cui uno strano virus trasforma gli uomini in animali di varie specie. Questo è il contesto in cui si svolge il fantasy Animal kingdom (2023), film francese di Thomas Cailley che ha avuto un clamoroso successo internazionale. Il focus è su un uomo (Romaine Duris) che assieme al figlio (Paul Kircher) si mette alla ricerca della moglie fuggita dal luogo in cui vengono tenuti i “mutanti”. Lei infatti è stata colpita dal virus e ormai è completamente trasformata in un grosso felino. Durante la ricerca assistiamo al doloroso processo di crescita del figlio che apprende di essere anch’egli malato e che sta per trasformarsi in un lupo. Questo lo porta ad entrare nel bosco dove dimorano vari mutati, in particolare diventerà “amico” di un uomo-uccello e di un ragazzo-lucertola. Mentre tra i normali comincia la ovvia caccia al diverso, ovvero la segregazione e l’uccisione dei trasformati ritenuti pericolosi, il nostro ragazzo comincia a capire che anche i mutati soffrono e avrebbero tutto il diritto di vivere come gli altri. Visivamente il film non è male ma resta una favoletta fantasy del genere molto di moda di questi tempi con buoni intenti sociali che guardano all’integrazione del diverso, all’antirazzismo, all’ecologia, ai rapporti coi genitori, alla crescita personale in un mondo pericoloso (quello dei normali…). (voto 6-). La Citroen con cui i due iniziano la ricerca della madre, la Coca Cola e una bicicletta Marin nel product placement del film.

Ancora l’IRA, ancora un action ambientato in Irlanda negli anni ‘70, ancora una vendetta da compiere. Dead shot: vendetta disperata (2023) è un po’ il gemello di L’ultima vendetta di cui ho già scritto e lo trovate su Sky. Il film dei fratelli britannici Charles e Thomas Guard (un solo altro lungometraggio al loro attivo, il non riuscitissimo remake del sudcoreano Two Sisters, The uninvited del già lontano 2009), creano un’atmosfera dark con cattivissimi terroristi dell’IRA contrapposti ad altri spietati poliziotti inglesi in un contesto cittadino, nei sobborghi di Londra, e per questo si differenzia da L’ultima vendetta che, invece, si svolgeva principalmente sulle coste irlandesi. In questo caso colui che vuole vendicarsi dell’uccisione della moglie incinta è Michael O’Hara (Colin Morgan), un ex arruolato tra i ribelli irlandesi che ha lasciato la causa perché contrario alle stragi per protestare contro l’ingerenza inglese. Mentre porta la moglie in procinto di partorire verso l’ospedale viene assalito da alcuni soldati inglesi e si dà alla fuga. Il soldato di colore Henry Tempest (Aml Ameen), credendo che nell’auto abbandonata ci sia il terrorista, spara all’auto e uccide la moglie di O’Hara. Da qui inizia una caccia all’uomo da parte dell’irlandese che lo porterà a Londra dove, nel frattempo, Tempest è stato arruolato “di forza” tra le fila della squadra antiterrorismo della polizia britannica… Il film ha alcuni buoni momenti (bello il rapporto che ha Henry con la corista Ruth) e si lascia seguire verso l’accusa evidente della degenerazione nella violenza sempre più immotivata tra irlandesi e inglesi, ma è un po’ troppo sbrigativo non lasciando molto spazio all’approfondimento dei caratteri. (voto 6-) La Ford è l’unica marca presente nel product placement.

STEFANO BARBACINI

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