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CINEMA
7 Gennaio 2022 - 09:46

DIARIO VISIVO (Fruit Chan)

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The longest summer (Fruit Chan, HK, 1998)
DIARIO VISIVO (Fruit Chan)

Secondo film della trilogia del “handover” per Fruit Chan girato subito dopo Made in Hong Kong, The longest summer è temporalmente collocato nell’estate, calda e piovosa, che porterà al ritorno storico di Hong Kong alla “mainland” Cina dopo anni di protettorato britannico.

In questa lunga estate un gruppo di soldati honkonghesi arruolati nell’esercito britannico è costretto al congedo e gli ex-commilitoni si ritrovano in difficoltà finanziarie e a trovare un lavoro. Uno di questi, il vero protagonista del film, Ga-Yin, trascinato dal fratello (che già ha contatti con la criminalità) diventa autista di un boss locale e insieme agli amici deciderà di organizzare una rapina ad una banca. La rapina fatta con armi giocattolo sarà un fallimento perché un altro gruppo di rapinatori ha avuto la stessa idea ma loro hanno armi vere… nella confusione i nostri si ritroveranno in fuga assieme ad una rapinatrice appartenente all’altra banda che per assurdo è anche la figlia del loro boss!

La trama non è certo lineare e l’interesse di Fruit Chan, come già nel primo film, è quello di documentare il passaggio di Hong Kong alla Cina con spezzoni televisivi, immagini di manifestazioni pro e contro il passaggio, e costruendo i personaggi in modo da evidenziare un malessere di vivere acuito dallo stato di confusione. Il regista è totalmente anarchico e sperimentale nelle sue scelte mischiando vari stili apparentemente senza un vero progetto filologico; action (la sequenza della rapina), violenza al limite del gore (lo scontro con la band di ragazzi e il colpo di pistola che “buca” le guance di uno di questi), momenti lirici (i ritrovi dei commilitoni e i loro ricordi) e drammatici (la morte incombe incessantemente sul futuro dei nostri) e anche tanto black humour (ad esempio quando una ragazzina molesta viene gettata dal finestrino di un treno) anche oltre i limiti dello scatologico (un'altra ragazza a cui viene spalmato in faccia il contenuto di un pannolone…).

Il finale che cerca di tirare le fila di un racconto sfilacciato e difficile da seguire (ma ha importanza nell’urgenza di fare cinema personale in una situazione storica così particolare?) è potente e amaro presentandoci come unica soluzione allo “star bene” il non essere più in grado di ricordare; poter vivere in completa inconsapevolezza di quello che accade intorno.

Dal Nocturno n. 7 del gennaio 2003 raccolgo queste significative parole che inquadrano il primo Fruit Chan: “Non credo che sarò mai un regista di sucesso ma non mi interessa. Mi piace fare questo lavoro e cerco di fare film nella maniera che ritengo opportuna, seguendo i miei gusti e i miei desideri.”

Il film è pieno di product placement cosa bizzarra per un film indipendente, evitiamo di elencare tutte le marche altrimenti avremmo solo una lista noiosa, accenniamo solo ai più importanti. Un distributore Mobil e un 7 Eleven sono due luoghi dove avvengono scene importanti, la  BMW è l’auto decapottabile guidata dalla figlia del boss che è importante all’interno della trama, la birra Beck ha la meglio sulle altre marche di birre pure presenti ma che restano sullo sfondo (San Miguel, Carlsberg), bizzarra l’insistenza sulla marca di preservativi Durex (casuale?) nella sequenza dentro il supermercato.

Stefano barbacini

Hui nin yin fa dak bit doh

Regia: Chan Fruit
Data di uscita: 01/01/1998
Location: Hong Kong

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