Ritorniamo ai classici. Satyajit Ray, maestro del cinema indiano, da riscoprire perché rischia di essere dimenticato dai giovani cinefili (mentre ahimé non sarà mai scoperto dai giovani che non si occupano di cinema). I suoi film non passano per televisione nonostante un’offerta ormai quasi illimitata, se non alcuni sulla benemerita Fuori orario (il nome del programma ci dice tutto).
Chi volesse avere un’idea dell’India nei primi vent’anni di indipendenza, su come era strutturata la società e quali ne erano i problemi dopo l’occidentalizzazione e l’industrializzazione del paese, non può prescindere, almeno iconograficamente, dai film di Ray.
Un buon esempio sicuramente è La grande città uno dei suoi capolavori. E’ una perla assoluta perché affronta nello stesso film importanti questioni aperte nella società indiana e lo fa con leggerezza, poesia e realismo. I vari temi sono, alla rinfusa, la difficoltà di adattarsi alla città moderna da parte di giovani che arrivano dalla periferia (riguardatevi anche la trilogia di Apu, i primi e importantissimi film del regista), le difficoltà economiche in un paese in cui la cultura è secondaria agli affari, la situazione subordinata della donna che non deve lavorare e men che meno mettersi il rossetto…, il razzismo, i soprusi dei datori di lavoro verso i propri dipendenti.
Molta carne al fuoco nella riduzione che lo stesso Ray fa del romanzo dello scrittore indiano Narendra Nath Mitra, ma il regista riesce a gestire il tutto con delicatezza e precisione, aiutato dall’interpretazione della splendida attrice Madhabi Mukherjee, racchiudendo il tutto nella storia minimalista di una famiglia.
Lui è un ragioniere impiegato di banca che fatica a mettere insieme i soldi per mantenere la moglie, la sorella e i genitori (il padre è un ex-insegnante a cui non resta praticamente nulla per vivere e che va ad elemosinare tra gli ex-alunni per spingerli a pietà e prestargli dei soldi). Lei ha allora un’idea, per aiutare il marito cerca un lavoro e lo trova. Ed è molto brava a farlo (vende un moderno tessitore casa per casa). Riuscirà a guadagnare più di lui ed è allora che cominciano i problemi. I suoceri disprezzano che una donna lavori, il marito colpito nell’orgoglio (e perché le trova addirittura un rossetto nella borsa) sospetta di lei e fa di tutto per farle lasciare il lavoro. Ma un ulteriore evento colpisce il povero capofamiglia, la banca fa bancarotta e lui si ritrova senza lavoro. Non resta che chiedere alla moglie di continuare a lavorare… Umiliazione… La storia principale si incrocia anche con un subplot che riguarda il rapporto della protagonista con una compagna di lavoro, un’angloindiana per questo vessata e mal vista dal principale. Tra le due donne sarà amicizia che porterà la nostra “eroina” a rinunciare al lavoro in solidarietà con la compagna licenziata ingiustamente… Scelta coraggiosa (si ritrovano tutti senza lavoro…) ma che riconcilierà i due coniugi in un lieto fine un po’ troppo sbrigativo e forzato (unica pecca di un bellissimo film).
Satyajit Ray è regista classico, ammiratore del neorealismo (vedere l’episodio degli occhiali di cui abbisogna il padre del protagonista che non ha i soldi per comprarli), ma ciò non gli impedisce di consegnare allo spettatore colpi di maestria registica ammirabili. Ne sono esempio le scene in cui la protagonista viene duplicata negli specchi ed è costretta a guardarsi dentro, quella in cui il suocero cade dalle scale, costruita con intelligenza e quella, wellesiana oserei dire, in cui, dopo aver scoperto il rossetto nella borsa di lei, lui in primo piano senza dir nulla accusa lei in piedi alle sue spalle in profondità di campo che gli dice: - fai quel che vuoi ma non pensar male di me.
La banca dove lavora il protagonista e che fallisce fragorosamente si chiama NEW BHARAT BANK ed è naturalmente un fake ma il film di Ray non è senza product placement, anzi ne ha due ben evidenti, un pannello pubblicitario della PAN AMERICAN sulla parete di un ufficio (ci sembra difficile credere che non sia stato inquadrato a bella posta…) e un grosso pacco di sigarette CHESTERFIELD che rappresenterebbero l’ideale del capitalismo americano che spazza via le tradizioni indiane.