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EVENTI
19 Ottobre 2010 - 15:05

VIE FESTIVAL

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Le marche vanno a teatro
VIE FESTIVAL

VIE FESTIVAL MODENA 2010

Si è appena concluso il festival teatrale Vie Festival svoltosi in vari Teatri di Modena e provincia. Dy’s news era presente. Abbiamo potuto vedere spettacoli giunti da vari paesi del mondo (Bielorussia, Giappone, Francia, Brasile, Stati Uniti…) e anche nuove produzioni italiane. Durante la manifestazione un po’ tutti i generi teatrali sono stati toccati. Abbiamo incontranto infatti compagnie che si rifanno agli happening del Living Theatre (tre spettacoli del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards), al Teatro Classico rimodernizzato (La vie est un reve di Galin Stoev), alla Danza (Virgilio Sieni), al Teatro di Ricerca (i giapponesi di Toshiki Okada), alla Performance (Daniel Linehan), al Teatro di Improvvisazione (Otro dei brasiliani Coletivo Improviso), al Teatro Politico (Belarus Free Theatre e Motus), a quello di varietà (1973 di Massimo Furlan) e perfino un paio di concerti rock anomali (Pippo Del Bono in veste di cantante! e i teatrali e “glamour” The Irrepressibles).

Questi contrasti di linguaggi teatrali, innovativi o meno, si evidenziano se confrontiamo fra loro le due rappresentazioni a mio parere più interessanti del festival.

Quai Ouest di Rachid Zanouda (da Bernard-Marie Koltes) e We are the undamaged others di Toshiki Okada.

Nel primo ci troviamo in una banlieu francese tra immigrati clandestini, nel secondo in un ambiente borghese giapponese.

Nel primo troviamo un incrocio di varie storie movimentate che riportano a traffici illeciti, fuga e ritorno del padre, approcci sessuali, tentativi di suicidio. La storia si svolge attorno al furto delle ruote e dello spinterogeno di una JAGUAR da parte degli abitanti del quartiere ad una coppia di borghesi in cui lui, industriale con problemi legali vestito CERRUTI, è in cerca di por fine ai suoi problemi con il suicidio. La coppia incontra Abad, figli di africani, impelagato in storie di spaccio e affari poco puliti, con poche aspettative di uscire dal suo “inferno”, infatti afferma che “in Paradiso può entrare solo chi indossa scarpe WESTON”.

Nel secondo invece un coppia di  lavoratori giapponesi ha l’unico problema di controllare i lavori del nuovo appartamento dove dovranno andare ad abitare, organizzare una cena minimale invitando un’amica di lei, bere una SPLUGEN prima di andare a letto dove freddi rapporti sessuali vengono consumati.

Il teatro di Zanouda/Koltes è un teatro di parola, in cui dialoghi e monologhi serratissimi vengono recitati a velocità irrefrenabile. Quello di Okada è un teatro di pause, silenzi, gesti e dialoghi rarefatti e recitati con lentezza quasi insostenibile. Nel primo ci si tocca, spinge, spara, nel secondo si evita accuratamente di avere un qualsiasi contatto fisico.

Nella loro completa diversità di messinscena, uno all’opposto dell’altro, entrambi hanno però uno stesso obiettivo, mostrare il disagio del vivere e l’impossibilità di essere felici.

Per entrar in zona DY’S citiamo un momento la performance di Daniel Linehan “Not About Everything”. Qui l’artista per 35’ non fa altro che girare su se stesso a varie velocità affermando la sua volontà di non voler parlare dei problemi dell’umanità. Nel suo moto continuo egli dice che non vuol parlare di disperazione, non vuol parlare di inquinamento, non vuol parlare di violenza ecc.

Non volendone parlare però li mette in mente agli spettatori che non possono far altro che porre la propria attenzione proprio su questi problemi di cui l’artista non vuol parlare.

Se prendiamo questo esempio per trasporlo al discorso dei prodotti negli spettacoli potremmo facilmente giungere alla conclusione che più ci interessa. Nelle piccole produzioni teatrali, come fondamentalmente sono la maggior parte delle pièce rappresentate, difficilmente qualcuno fa product placement, ma spesso per illustrare concetti vi è la presenza di marche che comunque per il solo fatto di apparire, anche quando il posizionamento avviene proprio per dar contro al prodotto stesso, ottengono il loro obiettivo: entrare nella testa del pubblico/consumatore.

Ad esempio, in uno spettacolo di denuncia come è EUREPICA del Belarus Free Theatre (vari episodi illustrano i mali della nostra Europa, dai ragazzini sniffatori di colla della Turchia, al razzismo italiano contro i rumeni, dagli episodi di cronaca sulle violenze famigliari in Spagna alla privazione delle libertà di parola e delle torture in Bielorussia, paese da cui provengono i Belarus) appaiono o sono citati la birra PILSNER (“Ho una birra PILSNER in mano e tutte le patatine. A voi restano solo le ambizioni”), la PLAYSTATION, un pacchetto di CAMEL e NINTENDO. Inoltre nell’episodio ambientato negli Stati Uniti, in cui si ironizza sullo spreco di energia e di cibo da parte della popolazione americana che poi cerca di rimediare facendo la raccolta differenziata e dividendo l’etichetta CHIQUITA dalla buccia della banana!, ad esempio, vengono consumati in scena: un pacchetto di CIPSTER, varie COCA COLA, SALATI PREZIOSI.

Anche in OTRO dei brasiliani Coletivo Improviso (una pièce libera in cui musicisti, danzatori e attori raccontano storie vere o meno sulle loro esperienze) la COCA COLA viene citata e bevuta, le musiche vengono attivate in scena utilizzando un portatile APPLE e in un racconto si narra di “trovare la zia su una VOLVO bianca con una sigaretta RICHMOND in bocca”.

Stefano Barbacini

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