Tra i film inediti in Italia (e in questo caso è un peccato) di Miklos Jancso, in pratica quelli della sua “vecchiaia”, vi è una commedia Nekem lampast adott kezembe az Ur, Pesten (1998) che inizia in un cimitero con tre becchini che guardano alla morte con distacco e pensano più che altro a rivendere i fiori recuperati dai funerali, a mischiare le ceneri dei morti, ad andare al bar a bere birra e whisky, mentre attorno a loro gira un mondo impazzito. Due dei tre, Kapa e Pepe inizieranno ad essere personaggi protagonisti di praticamente tutti i film successivi di Jancso. “Ditemi, sono io che sono pazzo o è il mondo che lo è?” si chiede Pepe, uno di loro in uno degli episodi del film. E’ quello che si chiede anche Jancso che appare nel film insieme al poeta Gyula Hernadi e di due “saggi” si aggirano nel film, nella parte di loro stessi, ad osservare le assurdità di ciò che li circonda. I tre becchini interpreteranno nei vari episodi personaggi diversi coi quali di questo mondo dipingeranno un ritratto impietoso e grottesco. Vedremo ragazze che uccidono tutta la famiglia (“può succedere” sarà il commento di un parente), capimafia, uomini che sparano alla moglie appena sposata, sicari pragmatici (“uccidiamo solo se ci pagano, non si preoccupi”), soprusi di classe (“se io riuscissi a cavalcare il cavallo alto, mi interesserebbe qualcosa dei piccoli uomini sotto?”). Racconti morali sottoforma di commedia dell’assurdo. (Voto 6+)
L’ingenuo Pepe e l’irascibile Kapa ritornano anche in Anyad! A szunyogok… (Mother! The mosquitoes, 1999) in cui si narra dei due che vorrebbero riuscire a diventare proprietari di un treno e per questo puntano ai soldi del “nonno” che tiene una grossa somma in una valigetta ben fornita. Alla partita però partecipano anche la moglie ninfomane di Pepe, Esmese, la quale per riuscire ad avere un figlio che non arriva fa sesso con chiunque incontri, e un figlio di Kapa che arriva all’improvviso (e che lui non sapeva di avere) con lo stesso obbiettivo: i soldi del vecchio ad ogni costo. Detta così sembra una commedia lineare ma con Jancso questo non può accadere, infatti le assurdità non mancano, con mele avvelenate (solo a metà), resurrezioni (Esmese muore e resuscita più volte e così anche il nonno), gruppi rock che si esibiscono ai lati della ferrovia, citazioni metafilmiche (non siamo in un film di Bunuel!) e… la statua della libertà! Quando il regista sembra aver lasciato perdere la cura visionaria che gli apparteneva, nel finale ci offre il meglio quando scopre le carte riprendendo la troupe del film e dandoci momenti di poetica che definerei godardiana. (Voto 6)
Il sodalizio dei tre autori Ferenc Grunwalsky, Gyula Hernadi e Miklos Jancso più il coregista Istvan Marton continua anche con Kelj fel, komam, ne aludjal (Wake up, mate, don’t you sleep, 2003) che è anche il quinto film con protagonisti Pepe e Kapa (Peter Scherer e Zoltan Mucsi), il penultimo. Il film non ha una vera e propria storia, vediamo gli attori Zoltan e Peter discutere con Jancso e Hernadi, poi li vediamo vittime dei nazisti contro gli ebrei, poi a che fare con una SS “pentita”, con gli “invasori” russi e con i militari ungheresi. In pratica brevi flash sulla storia delle continue guerre e passaggi da vittime a carnefici degli uomini in territorio ungherese. Il film è anche praticamente un musical dato che vi si esibiscono vari artisti giovani del panorama rock e rap ungherese. Un film in cui attori e personaggi si mischiano di continuo e le storie rappresentano la storia che ci ha portato alla realtà odierna. (Voto 5,5). Coca Cola (usata come bomba a mano) e Pepsi (un grosso frigorifero ne porta la vistosa pubblicità) potrebbero essere product placement del film.
Nel 2010 Miklos Jancso gira il suo ultimo lungometraggio. Finito il sodalizio con Grunwalsky e Hernadi, torna al suo cinema precedente. In Oda az igazsag (So much for Justice!), ritroviamo un giovane che deve ereditare il trono con i mezzi soliti del potere, omicidi ed avvelenamenti, e la cultura italiana che dal medioevo fece passare al Rinascimento anche in Ungheria, temi ricorrenti del nostro. Stranamente solo in quest’ultimo film, nelle sue analisi e metafore del potere, si occupa della casata Hunyadi da cui è uscito il sovrano ungherese più ricordato tutt’oggi dai suoi compatrioti, Mattia Corvino. A parte qualche momento del vecchio humour nero (alcuni protagonisti con le teste infilate su picche turche cantano una dolente canzone) e i soliti corollari di danze tradizionali, si fa fatica a riconoscere la poetica di Jancso e si rischia la noia di un “normale” film biografico. Bisogna dire che il mezzo televisivo non lascia probabilmente la stessa libertà espressiva al regista. (Voto 5)