Quello che si trova all’interno di un film come Hard to be a god (2013), ultimo capolavoro di Aleksei German, è qualcosa di incredibile, un’esperienza probabilmente insuperabile per densità e visionarietà. I suoi lunghi ed elaboratissimi piani sequenza (solo quelli di Soy Cuba del 1964 di Michail Kalatozov forse possono esservi paragonati) si immergono in una ricostruzione medievale piena di merda, marciume, fango, aquitrini, cadaveri putrescenti, moccio, vomito, in un bianco e nero splendido che rende il tutto ancora più squallido e marcescente, per ossimoro… bellissimo.
Le inquadrature dei film di German (e questo è quello che porta tutto al suo estremo) sono riempite di roba, talmente zeppi che per tutto il film ci è impossibile vedere il cielo o l’orizzonte. Un’accozzaglia soffocante di uomini sporchi, malvestiti e deformi, oggetti di tutti i tipi, fango, rami, pioggia, stagni, recinti, fumo, nebbia, macchinari tra i più strani, strumenti musicali, corde, catene, torce, budella, brodaglie non molto differenti al fango che circonda i personaggi. Forse solo Greenaway riesce a riempire la visione di tanti dettagli.
“Si apre su un inverno di Bruegel, s’inabissa nella melma di un inferno di Bosch. E’ un rutilante cascare di corpi, una sublime morte al lavoro. Uno sfatto percorso picaresco affogato nel fango, una preghiera fallita miseramente.” Scriveva Giulio Sangiorgio nella rubrica Scanners su FilmTv n.18 del 2015. Il film, passato a suo tempo a Fuori Orario su Rai 3, mantiene anche ad una visione televisiva la sua forza ma posso immaginare la botta che ti può dare al cinema (speriamo in qualche festival non troppo remoto in una retrospettiva su uno dei più grandi registi russi e mondiali, sulla scia di Tarkovskij e Sokurov).
Tratto da un romanzo scifi distopico dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij, gli stessi di Stalker e I giorni dell’eclissi per completare il cerchio…, è ambientato in un pianeta che, come ci narra la voce fuori campo ad apertura del film, non è la terra e dove vive una civiltà rimasta al medioevo. Qui si è instaurato il “terrestre” Rumata che viene trattato come un dio, ma un dio dei poveracci, un dio da corte dei miracoli. La trama è a dir poco difficoltosa da seguire (per comprendere tutte le brevi apparizioni di personaggi e le microstorie bisognerebbe moltiplicare la visione del film, che dura quasi tre ore, per almeno altre 4 o 5 volte) ma poco importa. Se proprio vogliamo si capisce che esiste una specie di guerra tra un esercito di grigi contro un esercito di neri, che ci sono potenti ordini monastici e baroni e intellettuali che vengono catturati. Rumata attraversa tutto questo come se si trovasse a suo agio tra melma, sporcizia e violenza e come fosse intoccabile dagli eventi. Quello che però non si fa fatica a capire è la visione da pessimismo cosmico: “se sconfiggi i ricchi e i forti poi questi verranno sostituiti dai più forti tra i deboli; se i grigi conquistano una terra poi arriveranno i neri”. La parola pace non è mai nominata e tra i resti dei massacri si aggirano i pezzenti a raccogliere il poco di utile per sopravvivere fino alla prossima violenza.
Nessun product placement, va da sé.