Vedere Io capitano fa venire in mente i libri per ragazzi tipo L’isola del tesoro di Stevenson, Huckleberry Finn, Salgari… Il ragazzino che parte alla ventura e in un processo di crescita è costretto a prendersi le sue responsabilità affrontando criminali e avventurieri cattivissimi è un archetipo che Garrone riporta al giorno d’oggi non tralasciando anche un coté favolistico.
Peccato che Seydou e il cugino Moussa affrontino pericoli del tutto reali, quelli che tutti i giorni migranti africani affrontano nei deserti africani, tra i trafficanti e i banditi, malmenati e tenuti in cattività dalla mafia libica, infine ammassati su barconi arrugginiti a rischiare di morire in mare. Tra l’indifferenza, anzi l’astio, di praticamente tutti. La favola e l’avventura finiscono davanti ad una realtà raccontata in modo a suo modo politico da Garrone anche se questo non è un film a tesi. E’ semplicemente una storia, ma raccontare una storia che si aggancia ad avvenimenti reali e quotidiani non può che essere anche politica.
Seydou e Moussa non scappano da nessuna guerra, sicuramente non vivono da nababbi ma hanno una famiglia che vuole loro bene a Dakar e che non vorrebbe se ne andassero. Vogliono andarsene solo per essere uguali ai loro coetanei europei e avere le stesse opportunità, poter viaggiare e trovare una possibilità di realizzazione (i due sognano una carriera da divi del rap) dei loro desideri. Sono quei tipici emigranti che secondo i governanti del vecchio continente sono da “combattere” per difendere i confini, dato che non sono rifugiati di guerra. Sono ragazzi come tanti ma diversi da loro… Sono carne da sfruttare, deboli da derubare, giovani da seviziare. Anche la demonizzazione degli scafisti viene presentata da un altro punto di vista. In questo caso lo scafista diventa, suo malgrado, Seydou che è costretto a prendere in mano la situazione messo a guidare la nave e a salvare eroicamente tutti i compagni di viaggio. Smitizza la colpevolizzazione dello scafista che spesso è solo un poveraccio in mano a delinquenti che non stanno certo a rischiare la vita in mare ma organizzano il traffico degli esseri umani o le prigioni volute dai governi, anche italiani, che li foraggiano con denaro pubblico per, ipoteticamente, fermare il loro arrivo sulle nostre terre.
Racconto picaresco e di formazione che solo con il semplice svolgersi di una storia di viaggio, normale eroismo e avventura tra i pericoli dell’ignoto, diventa critica ad una società e ad un modo di porsi di fronte all’altro, come qualsiasi favola, qualsiasi film, qualsiasi libro dovrebbe fare. Intrattenere con la finzione e allo stesso tempo essere specchio del mondo reale. (Voto 7)
Fuoristrada Toyota e innumerevoli brand di abbigliamento sportivo (Adidas, Puma, Nike e altre) più funzionali al racconto che non reale product placement, ci pare.