Prima o poi bisognava parlare di Josie and the pussycats in un sito di product placement anche se farlo oggi a più di tre lustri dall’uscita, in un momento in cui ci si ricorda solamente del cartone animato e vagamente del fatto che ne sia stato tratto un film live action, sembra non avere molto senso. Ma visto che vi ci sono incappato contro val la pena di farlo perché è stato da noi ingiustamente trascurato.
E non per il valore del film che non è certo eccelso e neppure per i tanti piccoli pregi cinematografici che comunque ha come la presenza delle giovani Rosario Dawson, Tara Reid e Rachel Leigh Cook (poi tutte con una carriera futura più o meno luminosa a Hollywood); i due cattivi resi gustosamente grotteschi da Parker Posey e Alan Cumming; le numerose inside jokes tipo “perché ci sei anche tu?-perché ero nei fumetti” oppure la boyband dei Dujour che raccontano di esser stati malmenati dai fan dei Metallica e di essersi salvati perché sapevano a memoria “Enter Sandman” e altre; il piacevole lato musicale tra il videclip e il musical pop.
Il prodotto è studiato per un pubblico giovane e che si accontenta di carinerie, cosine fresche e velocemente assimilabili. Però è anche costruito per dire ai ragazzini quanto rischiano di essere rincoglioniti da questi stessi prodotti. Già Carlo Fagnani su un vecchio numero di Nocturno scriveva: “Le tre azzeccate gattine (…) sanno muoversi in una realtà ipertrofica, tra sogni formato tv e la colorata spensieratezza posticcia e inconsistente. Vengono così rappresentate le dinamiche fredde dei discografici che “gettano via” ragazzi dopo aver spremuto la loro stagione di gloria: ci sono le tentazioni di lasciarsi andare all’onnipotenza da star; ci sono i pregiudizi razziali nei confronti di Valery, resa l’anello debole del gruppo perché di colore; c’è la maniacale voglia di sentirsi “cool/figo” non per se stessi ma a discapito di qualcuno.”
Ma questo quadro di un mondo discografico in cui conta solo l’apparenza e non la sostanza viene ulteriormente aggravato dalle mire del tutto capitalistiche di Fiona (la Parker) a capo della Megarecords, la casa discografica che ha come scopo, grazie ad un fantascientifico (ma neanche tanto) macchinario ad alta tecnologia, il megasound 8000, di inserire nelle canzoni delle frasi subliminali in grado di scatenare la voglia di acquistare un prodotto in chi le ascolta. Quindi il product placement nascosto a mezzo CD e perfezionato con futuristiche cuffiette a forma di orecchie di gatto, che devono essere diffuse proprio grazie alle Pussycats, atte a diffondere i messaggi.
L’accusa è chiara al conformismo della moda, all’impossibilità di scelta del singolo (“la volontà individuale è sopravvalutata” viene detto), al lavaggio del cervello per cui se oggi va il rosa tutti in rosa, se domani si dice che va l’arancio e non più il rosa ecco che tutti acquistano l’arancio. Tutto ciò spiegato nel finale in un chiarimento non necessario.
Quello che è interessante però è che il film stesso denuncia ciò con un meccanismo che contraddice se stesso. Infatti per rendere chiaro il messaggio vengono utilizzate nel film dalle 40 alle 50 grandi firme (contarle tutte non è così semplice) tra cui spiccano principalmente PUMA e COCA COLA ma poi anche FORD, STARBUCKS, EVIAN, MTV, MOTOROLA, PRINGLES, REVLON, RAY BAN, DIESEL, SEGA, UNITED COLORS OF BENETTON, MC DONALD’S (con addirittura una doccia tutta griffata McDo con anche porta-saponi e profumi con il logo…) e tante altre. Nei messaggi subliminali arrivano pubblicità comparate tipo: sei stufo di REEBOK acquista PUMA, oppure le TRETORN sono le nuove ADIDAS, la DIET COKE è la nuova PEPSI ecc. Insomma in pratica per denunciare l’eccesso di pubblicità si produce il film che forse ne contiene di più in assoluto!
Per questo pensiamo (e purtroppo il ragionamento potrebbe essere esteso a molti altri film che denunciano qualche stortura) che il film sia inefficace e così ridotto a mero oggetto di divertimento e che i ragazzi a cui si vuol fare la ramanzina rischino neanche di accorgersi di ciò fermandosi alla superficialità.
L’alternativo, chi è fuori dal coro, nel film viene ucciso o fatto sparire, nella realtà viene globalizzato in un linguaggio standardizzato perché solo così vendibile.