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CINEMA
29 Dicembre 2023 - 18:31

DIARIO VISIVO

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Un giallo gotico di Freda e ancora Jancso
DIARIO VISIVO

Giallo che sconfina nel gotico girato tra Londra e Roma da Riccardo Freda nel pieno del periodo sessantottino (una bella sequenza di un raduno di fricchettoni e motociclisti con sesso e droga liberi ne colgono il climax), A doppia faccia (1969) è un gradevole film di genere derivativo da Hitchcock, Argento e Edgar Wallace. Klaus Kinski protagonista assoluto, uomo alla deriva dopo l’incidente-omicidio della moglie, fuma e beve incessantemente per tutto il film in cui lo vediamo aggirarsi, dopo l’incontro con un’enigmatica ragazza (Christiane Kruger), tra raduni di giovani, ville, teatro e hotel per capire se la propria moglie è veramente morta o se invece è ancora viva come farebbe pensare un filmino sadolesbo mostratogli dalla Kruger (la moglie Margaret Lee ha tendenze omosessuali che esplicitava con l’amica del cuore Annabella Incontrera). Buona atmosfera di ballata tragica fino ad un finale che prima promette bene poi diventa sbrigativo e “buttato su”. Non aiutano gli effetti speciali, poco speciali…, che vanificano alcune buone intuizioni di regia e che faranno dire a Fulci (autore del soggetto da cui tutto ha inizio) che ormai a Freda non ne fregava più niente… Per Giusti nel suo Stracult “thriller di grande presa che Freda ha tratto da Edgar Wallace (…) Klaus Kinski è pazzo, isterico, ma domina il film.”. Stefano Dalla Casa sul suo “bignamino” Riccardo Freda, Sopralluoghi/3 Bulzoni Editore: “Il giallonero è diventato da un po’ di tempo il terreno deputato per le tentazioni dell’erotico (…). A doppia faccia (…) è figlio di questa impostazione (…) Amore lesbico (…), atmosfere torbide, odi che superano il legame di sangue tra padre e figlia. Ma anche la sensazione che le capacità di invenzione e follia dei due film del dottor Hitchcock sia solamente un ricordo lontano (…) pochi spunti personali, molto mestiere, molta fedeltà al genere”. (Voto 6) Margaret Lee nel film muore su una Jaguar, Kinski acquista un biglietto aereo della Japan Airlines, non altro product placement.

MIKLOS JANCSO. Continua con Il cuore del tiranno (1981) il “discorso” di Jancso sulla tirannia e sui giovani eredi al trono, solitamente ribelli o inadeguati (Attila in La tecnica e il rito, Ottaviano in Roma rivuole Cesare, il principe Rudolf di Vizi privati e pubbliche virtù), narrando di Gaspar possibile erede al trono di Ungheria nel XV secolo. Egli è richiamato in patria dopo la misteriosa morte del padre (ucciso da un orso o dal fratello in complotto con la moglie?) con al seguito una compagnia teatrale di guitti capitanata da Ninetto Davoli (ultimo legame con l’Italia che ha lasciato e ultima sceneggiatura firmata anche dalla Gagliardo) che vorrebbero rappresentare una commedia di Boccaccio (il film doveva far parte di un progetto Rai sul Boccaccio, appunto) ma viene loro impedito perché scomodo (queste cose si faranno in Italia, non qui). Pare che la madre fuori di testa faccia uccidere una ragazza tutte le sere, un inviato turco lo avvisa che lo zio vuole ucciderlo mentre Ninetto si sollazza con giovani donne nude. Si scoprirà che tutta la festa e tutte le vere o presunte vere morti che avverranno in seguito non sono altro che rappresentazioni teatrali per mettere alla prova Gaspar. Una commedia tragica alla Shakespeare tutta girata all’interno di un unico luogo, il film è visivamente bellissimo, Jancso non abbandona i suoi piani sequenza che rallenta e, con l’utilizzo di piattaforme mobili e vento artificiale, poeticizza all’estremo. In Il cuore del tiranno magnifica la potenza del teatro e dell’attore contro il potere ma attenzione perché, ci dice il regista, il tutto è molto complicato con l’inestricabile discorso tra verità e falsità, tra arte e vita. (voto 7)

Dopo varie opere “storiche” (la storia per Jancso è semplicemente uno spunto per renderla poi personale e atemporale) il maestro ungherese torna a girare a Budapest in età contemporanea anche se poi si sposta presto nella campagna dove riti e usanze ataviche, rappresentazioni cristologiche, scienziati pazzi, omicidi e resurrezioni avvengono nel giorno del sessantesimo compleanno di Kovacs, uno dei protagonisti di La stagione dei mostri (1986). Sembra che Jancso ricominci da Il cuore del tiranno e la strage degli artisti teatrali. Qui, dopo il dubbio suicidio di un amico, vengono uccisi i componenti di una compagnia di artisti da circo che dovevano allietare il compleanno. Sarà stato l’inquietante professor Kamondi che sta studiando il modo di portare l’uguaglianza tra gli uomini intervenendo sul loro cervello? O è tutta un’illusione collettiva creata dal rivale per incolpare lui? Arriverà alla fine però un operaio-Cristo in grado di resuscitare tutti prima di venire a sua volta ucciso come da… prassi, colpevole di essere figlio di colui che ha voluto questo mondo marcio. Naturalmente cercare una linearità nel discorso di Jancso è sempre un problema ma le sue ossessioni su un mondo di assassini, uomini che il potere e la notorietà rendono malvagi, un mondo malato e senza speranze sono piuttosto chiare. Inutile ribadire che il ricorso a piani sequenza lunghi e movimentati resta una delle caratteristiche del cinema di Jancso assieme al cantore che fa da sfondo alle azioni, alle immagini forti riguardanti gli elementi, qui il fuoco e l’acqua, alle resurrezioni, al gioco ambiguo su cosa è vero e falso, alle “coreografiche” belle donne nude (che dopo Vizi privati e pubbliche virtù si sono in verità moltiplicate rispetto alle opere precedenti). Qui di nuovo vi sono i televisori che riportano gli stessi personaggi in altre azioni, contemporanee o meno. Questo utilizzo degli schermi televisivi troverà poi una maggior incisività nel successivo L’oroscopo di Gesù Cristo. (Voto 6,5) Si fumano Marlboro nel film e un attrezzo contadino è della marca Takraf. Si cita pure l’hotel Hilton.

L’ultimo film di Miklos Jancso edito in Italia è il “francese” L’alba (1986). Film anomalo nella sua filmografia, tratto dal libro di Elie Wiesel sul dramma di un ragazzo, Elisha, che entra nella resistenza ebraica contro l’occupazione inglese e che, per vendicare un compagno ucciso dai nemici, è costretto a dover giustiziare per rappresaglia l’ufficiale inglese John Dawson. Il travaglio interiore di Elisha che da vittima deve diventare carnefice è quello di tutto un popolo, quello israeliano. Di stampo quasi esclusivamente teatrale il film trova il suo apice nella sequenza dell’uccisione di Gad, il reclutatore di Elisha (una lunga carrellata sovraesposta con una ripetitiva e martellante colonna sonora, si potrebbe dire alla Camus) e nella sequenza finale in cui Elisha deve andare a sparare all’inglese, sequenza immersa nell’ombra, nella nebbia dei ricordi con l’apparizione dei fantasmi della sua famiglia morta per mano dei nazisti (voto 6/7).

STEFANO BARBACINI

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