IL BANDITO DELLE ORE 11/Pierrot le fou (Jean Luc Godard-1965)
“Pierrot le fou” è il film più pensato e che più ha impegnato Godard fino a questo momento.
Giunto al decimo lungometraggio in cinque anni JLG sembra voler tirare le somme di questa prima parte di carriera concludendo una prima parte di percorso e mostrando le avvisaglie delle opere future più politiche e più ancorate all’attualità che verranno.
Finora la narrazione del regista era principalmente rivolta a raccontare una storia d’amore che spesso si confondeva con la propria. Ora finita quest’ultima sono altri gli elementi che prendono il soppravvento.
Se si eccettua “Les Carabiniers” dove il discorso sulla guerra era predominante sul resto, tutti gli altri, anche un film provocatorio come “Le petit soldat”, mostravano “ingerenze” delle idee politiche di Godard ma queste restavano sul fondo piuttosto confuse rispetto alle citazioni letterarie, al lavoro sul cinema, all’analisi del rapporto di coppia.
Adesso l’aria del sessantotto comincia a sentirsi soffiare e JLG si fa trovare pronto.
“Pierrot” riparte dal Belmondo di “A bout de souffle” per narrare di un altro balordo di belle speranze che finisce male. La storia deriva da un romanzo della “Serie noire” (Belmondo abbandona la ricca moglie che non sopporta più per mettersi con la Karina e fuggire con lei dopo aver ucciso e derubato; si fanno credere morti e vanno a vivere in un isola semideserta dove però scoprono di annoiarsi assai; inoltre la Karina ha strane frequentazioni con una banda che sembra volerle fare la pelle, traffici in cui è impelagato un fratello che si scoprirà invece essere il suo amante e Belmondo diventerà solo una pedina per fregare la banda; finale con Belmondo che scoperto l’inganno ucciderà lei e l’amante per poi farsi saltare per aria con la dinamite) e quindi si rituffa nel genere cinematografico ma il noir è qui deviato con il musical di “Une femme est une femme”, con l’amarezza tragica de “Le mepris”, con i tentativi maldestri di rubare ricchezza de “Bande à part”, con gli sperimentalismi sul colore (vi sono scene monocromatiche rosse, blu e bianche che ricordano i viraggi del muto), con le solite citazioni letterarie e cinematografiche; anche un segmento che si rifà al Robinson Crousoe.
Ma vi è anche qualcosa in più, vi è un antiborghesismo prima solo accennato e che qui assurge a toni surrealistici, un ampliamento dell’ironia su un mondo in mano alla pubblicità e al consumismo più spietato (“c’è stata la civiltà ateniese, il Rinascimento, ora stiamo entrando nell’era del culo”), un non più velato antiamericanismo politico contrapposto al fascino culturale che arriva dagli states, una forte critica alla guerra del Vietnam utilizzando i mezzi del teatro d’improvvisazione che caratterizzerà il sessantotto prossimo a venire.
Insomma il tipico caos godardiano ha in realtà una sua coerenza nel tempo e soprattutto una progressione costante verso la realtà che lo circonda senza mai abbandonare comunque la ricerca cinematografica, lo schermo è continuamente invaso da frasi scritte di pugno dal regista e da scritte al neon tipo VITA, CINEMA, LAS VEGAS in stile pop-art. Godard fa cinema, rinnova il cinema.
Elencare tutte le citazioni letterarie e cinematografiche riempirebbe svariate righe e noi invece le impiegheremo per le altrettanto numerose marche citate e presenti nella pellicola.
Il product placement si confonde con l’utilizzo “politico” delle brand, ma come si sa a noi interessa ciò che viene divulgato indipendentemente dai fini, comunque tutto è a pro delle marche esibite.
Peana insistito sulle qualità dell’ALFA ROMEO in primis (ha una grande accelerazione, è un piacere da guidare, ha ottimi freni, perfetto bilanciamento ecc.), poi vere e propri slogan pubblicitari (io uso PRINTIL dopo il mio bagno; TOTAL, metti una tigre nel motore; SCANDALE ligne jeune), altre citazioni e presenze di auto (PEUGEOT, LINCOLN, OLDMOBILE ROCKET 88, FORD) ma anche COCA COLA, LONG JOHN, GALERIES LAFAYETTE, cassoni di CHOCOLAT MENIER e insegne di BIERE DE LUTECE, TWA e perfino una marca di attrezzatura da bowling (BRUNSWICK). Dulcis in fundo l’immancabile FRANCE SOIR.