PIETA’ – Kim Ki-duk (2012)
Dopo il “piazzamento” con “Ferro3” nel 2004 (Leone d’Argento alla 61^ mostra di Venezia) arriva anche il premio maggiore e Kim Ki-duk è incoronato re, con questo “Pietà” vincitore del Leone d’oro, dell’ultima mostra veneziana.
Finalmente sdoganato anche in Italia (finora nonostante i suoi film, quasi tutti, almeno in tv o in dvd siano stati editati, il suo nome resta conosciuto solo ai cinefili più curiosi) uno dei maggiori autori della cinematografia moderna.
Il riconoscimento arriva dopo un periodo piuttosto buio del regista che a seguito di un incidente occorso sul set di un suo film (la morte di un’attrice) non trovava più da lavorare e si era isolato in un rifugio appartato dal resto del mondo a meditare, come riportato nel bellissimo autoritratto che è “Arirang”.
Ora, tornato al lungometraggio di finzione, riesce ad ottenere uno dei più importanti premi internazionali con un’opera molto bella ma che non è la migliore della sua carriera piena di film di altissima qualità.
Chissà come il grande pubblico (immagino attirato dal Leone) accoglierà lo stile duro e non certo alla portata di tutti di Kim…
Uno strozzino che lavora per un’organizzazione di usurai, solitario ed impermeabile ad ogni sentimento non si fa problemi a storpiare e picchiare i creditori per recuperare i crediti (inesigibili a causa di interessi altissimi) sfruttando un’assicurazione sugli infortuni.
La sua vita cambia quando si presenta a casa sua una donna che dice di essere la madre che lui non ha mai conosciuto. Prima diffidente (cerca di cacciarla in tutti i modi arrivando anche a costringerla ad un rapporto sessuale) arriverà ad accettarla fino a spingersi a cercare di cambiare vita per avere il suo affetto. Naturalmente non tutto sarà così semplice…
“Pietà” è forse il miglior film sulla crisi finanziaria mondiale. Il denaro è il vero protagonista della pellicola “i soldi sono l’inizio e la fine di tutte le cose . Amore, odio, orgoglio, vendetta… tutte le cose”.
I soldi significano sopravvivenza ma anche sfruttamento, speculazione.
Le conseguenze del bisogno di possedere denaro vengono mostrate dalla camera di Kim che ci mostra con primi piani pittorici, caravaggeschi, la condizione di gente rovinata dalla crisi, costretta a vivere in sobborghi fatiscenti, baracche e rovine, nell’impossibilità di sottrarsi alle prepotenze di usurai ed individui senza scrupoli, la rassegnazione e la rabbia di poveracci storpiati e stuprati nel fisico e nell’anima quando non costretti al suicidio. “Non bisognerebbe mai morire per colpa del denaro. Denaro maledetto…”.
Questa insistenza e preoccupazione nel rendere chiara la denuncia è forse anche il punto debole di un film, altrimenti molto bello e coerente con il percorso dell’autore, andando ad “annacquare” la secchezza di uno stile duro e poetico.
Il film inizia su un paio di ALL STARS che si riveleranno fondamentali nel finale per capire alcune cose non chiare fino a quel momento nella narrazione.
Entriamo così in campo product placement dove troviamo un notevole quantitativo di brand più che altro in giro per le vie della città (LACOSTE, DUNKIN DONUTS, ZARA, THE BODY SHOP ecc.), poi, tra gli oggetti utilizzati dai protagonisti, I-PHONE, ADIDAS ed ENERGIZER.