L’Odissea (2026) di Christopher Nolan ha scatenato un putiferio (inutile) sui social, tra pro e contro, ancor prima che uscisse al cinema. Caratteristica peculiare della “modernità” è quella di voler commentare tutto e giudicarlo senza avere gli elementi per farlo.
Come sempre ci sono quelli che fanno il paragone con il testo da cui è tratto, infedeltà a questo, sgarbo all’autore ecc. Insomma la vecchia storia del “il libro è meglio del film” che in questo caso è totalmente assurdo (come se di un film tratto dalla Bibbia venisse scritto che il testo d’origine è meglio…). Quando ci si renderà conto che una qualsiasi espressione artistica è mediata dall’artista stesso e che cinema, teatro, arti figurative e letteratura sono tecniche narrative diverse, sarà sempre troppo tardi.
Poi c’è la fedeltà di Nolan al cinema di Nolan stesso. Ovvero, la critica è che gli ultimi film non sono a livello dei primi del regista. Probabilmente quello che manca ai fan di quest’ultimo sono i suoi giochi sul tempo, reale e cinematografico, che hanno caratterizzato vari suoi capolavori (raggiungendo a mio parere il punto più elevato in Dunkirk, una delizia). Bisogna dire che con Tenet probabilmente Nolan è arrivato al punto di non ritorno, lì la struttura era talmente complicata che lo spettatore nell’arrovellarsi a seguire le deviazioni temporali della trama rischiava seriamente di perdere il piacere della visione.
Infine la questione più stupida, quella più inutile, che non meriterebbe neanche di perderci tempo. Quella del fatto che Elena (e Clitennestra) sono interpretate da un’attrice nera (la tutt’altro che sprovveduta Lupita Nyong’o già vista in Noi, Black Panther, in due film di Star Wars, in 12 anni schiavo…). Polemiche assurde, gente che dice di non andare a vedere un film chiaramente rovinato dai ricchi democratici woke (!?), gente che evidentemente non sa che, ad esempio, Orson Welles già a teatro aveva presentato un’attrice di colore ad interpretare Elena (Welles che poi fece colorare di nero Laurence Olivier nel suo Othello cinematografico), che in L’amour fou di Rivette Andromaca era interpretata pure da una attrice nera (ma si potrebbe anche dire della rappresentazione di Cristo da sempre bianchissimo, e interpretato al cinema da attori occidentali, nonostante fosse originario della Galilea ecc…). E allora non ci furono polemiche, l’artista fu rispettato nelle sue scelte, ma i tempi erano diversi e non esisteva l’odio rigettato sul web da gente frustrata ed ignorante. E poi come accusare di eccessi woke Odissea quando i due interpreti di colore interpretano tre dei personaggi più cattivi e subdoli del film? Ora anch’io non ho simpatie per gli integralisti woke (quelli che vogliono modificare testi letterari e censurare l’espressività neanche fosse tornato McCarthy…), ma quelli che si accaniscono sulla scelta di Nolan (magari ha scelto la Nyong’o proprio perché la sua statuarietà e la sua bellezza afro che brillano rispetto alle altre donne del film? Oppure semplicemente perché a lui piace come attrice?) dovrebbero farsi un esame di coscienza, sono veramente anti-woke o semplicemente dei razzisti?
E finalmente parliamo del film. Odissea è fondamentalmente un kolossal classico che, con i mezzi di oggi, avrebbero potuto girare David Lean, Cecil B. DeMille, Attenborough ecc. Un film potente, che dimostra ancora una volta come Nolan sia indubbiamente un grande regista, ma un’opera non priva di difetti. Per far star dentro tutta l’odissea di Ulisse in tre ore di film (sembrano molte ma sono poche per un tal epico racconto), il regista “tira via” alcune tappe dell’eroe (episodio delle sirene, quello di Calypso fiacco, francamente brutti quelli di Polifemo e dei Lestrigoni che sembrano un videogioco, si salva solo quello di Circe più per l’interpretazione arcigna di Samantha Morton che non per altro) per arrivare al nocciolo, a quello che veramente lo interessa. Dove esplode visionarietà e forza distruttiva sono gli episodi del cavallo di Troia (mai così realistica la rappresentazione dei greci all’interno della monumentale costruzione, in mezzo a merda e morte) e il conseguente massacro dei troiani, e quello del ritorno di Ulisse in cui l’eroe fa i conti con la propria coscienza, con le uccisioni dei nemici e le morti dei compagni di cui è stato causa. Il rovello di Ulisse non è in verità una novità (chi ha letto la monumentale Odissea di Nikos Kazantzakis o ha visto il sottovalutatissimo Itaca, il ritorno di Uberto Pasolini sa di cosa parlo) ma la potenza delle immagini di Nolan (che evidentemente richiamano all’attualità) ci porta in un inferno psicologico e globale da colpirci duro. In realtà il tutto mitigato da un finale consolatorio che contrasta con la volontà di mostrare l’orrore del regista (come le eccessive esultanze dopo lo scoppio della bomba da parte degli scienziati mitigavano l’orrore della morte in Oppenheimer…).
Nelle disamine critiche lette su riviste e web si parla molto di quanto di Nolan c’è nel film, di come Nolan sia riconoscibile, di come Nolan (“unico regista al mondo”) abbia ancora fiducia nel futuro del cinema, delle capacità uniche di Nolan di creare certe sequenze spettacolari. Nessun dubbio sulle capacità tecniche e creative di Nolan, ci mancherebbe, ma mi piace ripetere ancora una volta che se i critici vedessero i film senza sapere chi è il regista le recensioni cambierebbero radicalmente e sarebbero più obbiettive (per quanto possa essere obbiettiva la visione di un film). (voto 6/7)
Epica senza product placement, va da sé.