Dopo Terra di Mezzo, Garrone produce e dirige il suo primo vero lungometraggio. Non più l'unione di tre corti ma un film compiuto anche se pure “Ospiti” mette insieme spaccati di vita in maniera realistico-minimalista con narrazione non tradizionale, più episodica e intimista che unitaria e compiuta.
Ancora in bilico tra il suo doppio ruolo di documentarista ed autore di fiction, lo stile del regista ne è il prodotto ovvio. Macchina a mano a seguire persone/personaggi nella vita quotidiana senza grandi avvenimenti da raccontare se non i normali microdrammi di una vita senza felicità
'Ospiti' incrocia le storie di due fratelli albanesi emigrati a Roma e temporaneamente ospiti di un giovane fotografo che cercano di tirare a campare in una nazione non loro, con quelle del fotografo stesso, ragazzo con problemi sentimentali, e con quella, desolante, di un anziano portinaio di un palazzo dei Parioli la cui moglie scompare e viene ritrovata morta.
Quello che interessa il regista sono sicuramente i rapporti umani che si instaurano tra i vari protagonisti del piccolo film che è 'Ospiti'. I rapporti difficili tra i due fratelli causati da una difficoltà di inserimento e da una nostalgia per la famiglia lasciata in Albania, quello tra il fotografo e uno dei due ragazzi albanesi a cui racconta i propri rapporti sentimentali scoperchiando la desolazione della frustrata vita sessuale dell’extracomunitario, quello tra il portinaio e l’altro albanese, incontro di due infelicità e di due personalità ai margini del vivere sociale.
Il finale dovrebbe portare ad un momento di speranza con i tre protagonisti riuniti su una barca a vela per prendere il mare ma è azzerato dalla tristezza della morte della portinaia e dal dolore che attanaglia i protagonisti.
A Garrone, la cui idea per questo film è maturata riprendendo i temi del secondo episodio di Terra di Mezzo, interessano più queste piccole cose destinate a dirci molto che non il grande tema dell’immigrazione in Italia. O meglio, anche questi problemi interessano e sono presenti nel film ma sono risolti con brevi scene (problemi di rapporto con l’altro sesso evidenziati in un dialogo di pochi secondi tra gli albanesi e due ragazze ad una fermata di un autobus, problemi di accettazione espletati in un altrettanto breve dialogo tra il fotografo e dei facoltosi condomini preoccupati per la presenza dei due stranieri a casa del giovane, problemi di lavoro con una sequenza in cui i due vengono ripresi mentre fanno i camerieri e i lavapiatti ed entrano in contrasto per la reazione differente nei confronti di un mestiere che non piace ma è necessario), mentre i silenzi, le emozioni sotterranee, le diffidenze, l’amicizia sono l’essenza della pellicola.
Nel commentare il film lo stesso Garrone riconosce che queste sue prime opere sono tutte ricerche ancora un po’ ingenue e non compiute con la caratteristica evidente di non presentare una storia ben definita. La storia resta un pretesto per il pedinamento delle persone che interpretano il film e le loro esperienze che vanno a comporre una narrazione. In pratica la storia si forma partendo dai personaggi.
Per un opera sottocosto e autoprodotta abbiamo un interessante esposizione di brand.
A parte le varie magliette indossate dai due albanesi citanti film (LION KING) e artisti (LEONARDO, MICHELANGELO) e altri capi di vestiario tra cui scarpette NIKE, sarebbe interessante capire quanto è stato voluto il restante product placement, certamente non evitato, come ad esempio il portacenere CINZANO utilizzato nella casa del fotografo, le BMW e MERCEDES possedute dai ricchi condomini e, soprattutto, la maglietta con grosso logo COCA COLA lungamente indossata da uno degli albanesi.
Particolare anche la scena girata sotto un cartellone pubblicitario dei GS Supermercati in cui è riportata con evidenza anche l’indirizzo: Via Monticelli (vettovaglie gratuite?).