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CINEMA
29 Marzo 2024 - 21:07

DIARIO VISIVO (Michael Roemer)

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Tre lungometraggi del dimenticato regista americano di nascita tedesca
DIARIO VISIVO (Michael Roemer)

Non so se Michael Roemer è citato in qualche storia del cinema, ma i suoi film andrebbero assolutamente riscoperti e tolti dall’oblio (in Francia già lo hanno fatto). Fattosi conoscere nel nostro paese grazie ad un documentario del 1961 girato insieme a Robert M. Young, Cortile Cascino sulla povertà e la miseria in un quartiere di Palermo (poi riutilizzato e riportato alla luce da Ciprì e Maresco negli anni novanta per un loro spettacolo teatrale), nel 1964, sempre con la collaborazione di Young, gira un’opera prima di fiction fenomenale, Nothing but a man, sulla condizione della popolazione nera nel sud degli Stati Uniti. “Stai attento a come parli, comportati da negro se non vuoi guai” gli dice un collega di lavoro in una segheria in cui la manovalanza tutta black deve stare agli ordini senza fiatare. La colpa di Duff è quella di parlare di solidarietà tra operai, questo basta per farlo cacciare dal lavoro e renderlo un “paria” nella cittadina in cui vive. Duff non è un eroe o un rivoluzionario, “solo un uomo”, come dice il titolo, che vorrebbe una vita tranquilla di lavoro e famiglia. Questo lo vuol fare però con un minimo di dignità per poter guardare con orgoglio la bella moglie appena sposata (dopo averla “strappata” al padre di lei, reverendo succube del volere dei bianchi in nome di una tranquillità di facciata e un benessere superiore ai poveracci) e poter crescere i propri figli. Nel sud degli Stati Uniti questo però non è permesso ad un uomo di colore, almeno negli anni sessanta (oggi, con il trumpismo ormai dilagante varie etnie saranno nella stessa situazione probabilmente, la storia si ripete), basta non rispondere come vorrebbe lui (“dimmi sì signore”) ad un bianco per finire in disgrazia. Potremmo definire il film un “realismo black” girato con una fotografia da film noir, bianco e nero contrastato che ricorda le pennellate di José Munoz nel fumetto capolavoro Alack Sinner. Il lavoro di Roemer non è mai gridato ma il dolore e la rabbia di Duff sta proprio in quei neri densi, in quelle parole dette a mezza bocca, nella disperazione del padre, nello squallore degli slum dove vivono operai sfruttati, raccoglitori di cotone a 2,5 dollari a giornata. Dove “un negro deve comportarsi da negro se non vuol finir male”… (voto 7,5) Con i tappi di Coca Cola si gioca a dama tra gli operai e la bevanda è tra le più consumate nel film insieme alla birra Schlitz. Quel po’ di product placement è completato da un pacchetto di Marlboro.

“Harry sono io. E’ il punto di vista di un uomo che non si sente affatto al suo posto, l’ebreo del vecchio mondo che si scontra con quello del nuovo. In tutto ciò vi è un po’ di Alice nel paese delle meraviglie” dichiara Michael Roemer a Damien Bonelli in un’intervista riportata sul numero 796 dei Cahiers du cinema. Questo per commentare il suo terzo e ultimo film di fiction, Tutti contro Harry del 1989, l’unico film dei suoi tre non documentari uscito in Italia. Narra la vicenda di Harry, boss della mafia ebrea, che esce di prigione in libertà vigilata e cerca di riagganciarsi alla propria vita scoprendo di esser diventato un pesce fuor d’acqua. L’ex-moglie e i suoi parenti cercano di riportarlo ad una vita “legale” e di farlo entrare nel business, anche perché nel frattempo la sua zona d’influenza è stata “occupata” da una banda di afroamericani, ma il tentativo di avere una “nuova” vita richiede adattamenti e compromessi peggiori che non trovarsi nel sottobosco illegale. Scoprirà anche di avere una figlia adulta a sua insaputa. Tra Woody Allen e le commedie indipendenti del cinema americano tipo Harry Jaglom, la visione di Roemer (coadiuvato dal bianco e nero ruvido del solito Robert Young) è ironica e cinica e ci dà un quadro non certo idilliaco della famiglia ebreo-americana, dei suoi riti, dei suoi compromessi e di come il denaro incanali le loro esistenze tra ipocrisia e nepotismo. (Voto 6,5). Una pubblicità del whiskey Fleishmann e una macchina fotografica Pentax sono evidenti nel film.

Vi è poi un film televisivo del 1984 proiettato anni dopo anche al cinema per il suo valore. Si tratta di Haunted poi rieditato come Vengeance is mine. Film sulla disgregazione della famiglia e sulla necessità imprescindibile di averla, con protagonista la controllata Brooke Adams la quale si adegua all’andamento misurato della regia di Roemer che racconta sottraendo. Jo (la Adams) torna a casa al paese dopo essersene andata per anni. Si lascia alle spalle un matrimonio finito e non viene certo accolta benissimo dalla madre bigotta, ma con freddezza. La madre è malata, la sorella ha appena avuto un figlio e Jo è come esclusa da tutto questo, dalla famiglia. Allora diventa amica di una vicina di casa e ne scopre la fragilità psicologica e le difficoltà di portare avanti il proprio matrimonio tenuto insieme da un filo sottilissimo che si chiama figlia. Jo si insinua nella famiglia, abita con loro e piano piano si sostituisce all’amica negli affetti dei suoi famigliari. Tutto questo innervosisce ancora di più la donna che ha un crollo psicologico definitivo. Tutto sussurrato fino alle urla delle due donne, di disperazione di una e di ritorno alla “realtà” dell’altra che mettono fine ad una situazione ambigua. Tutto crolla. Jo se ne va. (voto 6+) Chevrolet e Bud. Non altri product placement.

STEFANO BARBACINI

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