Facebook Twitter Canale Youtube RSS
CINEMA
28 Dicembre 2022 - 10:56

DIARIO VISIVO

 Print Mail
Come cani arrabbiati (Mario Imperoli, Italia, 1976)
DIARIO VISIVO

Versione “pulp” dei poliziotteschi con Maurizio Merli, Come cani arrabbiati in realtà è più parte del filone dei giovani delinquenti ribelli della buona borghesia nato dopo i fatti del Circeo e sulla violenza gratuita giovanile sdoganata da Arancia Meccanica (la scena finale ne è un chiaro derivato).

Tre giovani della Roma bene, due ragazzi e una ragazza, seminano il terrore compiendo rapine e uccidendo senza pietà. Tra le vittime anche una prostituta con cui il “capobanda” vorrebbe punire il padre suo affezionato cliente. Sul caso indaga il commissario intrepretato da Piero Santi coadiuvato dalla poliziotta Paola Senatore disposta anche a far da esca immedesimandosi nel ruolo di prostituta…

La trama non si discosta molto da altri film di genere ed è chiaro che a Imperoli ciò che interessa (come sottolinea anche Pulici nel commento al film che si trova sull’edizione Dvd della Cinekult) è esclusivamente il lato exploitation, ovvero violenza ed erotismo esibiti e “gratuiti”. Avere tra le mani la Senatore (ai suoi massimi livelli di imponenza fisica) e la Grapputo (di cui diremo) da questo punto di vista è un notevole vantaggio a questo scopo.

Il film, a parte che Imperoli, pur non avendo le capacità di un Lenzi e neppure l’eleganza formale di un Dallamano, ne conduce correttamente la regia anche e soprattutto nelle scene d’azione, ha caratteristiche interessanti. Ad esempio il commissario non è il cazzuto tutto azione di Merli, ma un personaggio più “umano”, cupo e pessimista che cede alla rabbia e al richiamo sessuale anche quando non dovrebbe. Ma soprattutto vi è il personaggio di Silvia, la componente femminile della “banda” che nobilita il film. Interpretata da Annarita Grapputo (che purtroppo il cinema di genere ha voluto o potuto sfruttare poco, perché le sue interpretazioni ammantate di impertinente erotismo meritavano di meglio e lei una più lunga carriera), Silvia è donna libera e senza morale, pilota automobilistica e centaura nonché vero catalizzatore di tutti e tre le “parti” coinvolte nella narrazione, ovvero è disinibita compagna anche sessuale dei due banditi, amante del ricco padre del capobanda e anche capace di ammaliare e portare alla perdizione (momentanea) il commissario tutto di un pezzo.

Come si diceva prima non ha molto senso trovare un significato politico e sociale ad un film il cui unico scopo era quello di scioccare ed intrattenere nel libero, e certo non politically correct, cinema degli anni settanta, ma… sembra quasi che Imperoli voglia partecipare al dibattito scatenato in quegli anni (quando il dibattito su sinistra e destra aveva un senso decisamente più corposo che non quello vuoto di significati odierno) dalla critica cinematografica che accusava i poliziotteschi di essere film di destra.

Sembra quasi che qui il regista (o lo sceneggiatore Regnoli?) voglia far di tutto per smentire questo assunto. Come? Intanto enfatizzando il personaggio del padre ricco e immorale che in pratica insegna al figlio che l’unica cosa che conta nella vita è fare soldi anche a costo di passare sopra a tutti gli altri senza pietà, anticipando l’edonismo tatcheriano e reganiano degli anni immediatamente successivi; poi inserendo un dialogo tra il commissario incorruttibile e il suo superiore (che invece non vuole andare avanti nell’indagine perché viene coinvolta la parte potente della città) in cui quest’ultimo, dopo aver contestato che “la legge è al di sopra degli uomini” ribattendo: “un cazzo, la politica è al di sopra di tutto”, accusa il commissario di esser un comunista e quindi prendendo posizione su quale parte “politica” rappresentasse la parte sana (seppur ingenua) della società. Infine arriva la scena finale in cui il “cattivo”, figlio marcio dell’alta borghesia, viene linciato dalla folla di operai “rossi” in manifestazione per i loro diritti e subito dopo esce la scritta: “quando muore un assassino non è tempo di lacrime”. Fine.

Per essere periodo in cui il product placement era formalmente vietato (😊) la presenza di marche è spropositata tanto che non ha senso star qui a farne un elenco. Notiamo alcune brand più “esposte” di altre come la A di American sulla cerata degli assassini, il J&B (ma guarda un po’…) richiesto al bar e anche mostrato in bottiglia, l’acqua Fonti di Crodo, lo Zabov, la Nikon e, tra le tante sulla pista automobilistica, spicca anche quella di Paese Sera…

Stefano barbacini

Come cani arrabiati

Regia: Mario Imperioli
Data di uscita: 01/01/1976
Location: Roma
Brand:
JB
Nikon

Attenzione: l'accesso ai link riservato agli abbonati Dy's World


 www.dysnews.eu