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CINEMA
28 Gennaio 2017 - 23:34

APPLICAZIONI APPLE PER COMUNICARE CON GLI ALIENI

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Arrival (Denis Villeneuve, USA, 2016)
APPLICAZIONI APPLE PER COMUNICARE CON GLI ALIENI

Arrival di Denis Villeneuve è sicuramente un film interessante. Fantascienza “d’autore” in cui non è importante l’azione ma l’atmosfera e l’argomento. Affascinato da scienza e matematica il regista parte dal romanzo breve di  Ted Chiang per soffermarsi principalmente sui problemi di comunicazione e sul concetto di tempo non lineare.

La protagonista è Louise Banks (la sempre perfetta Amy Adams), esperta glottologa che, come il resto dell’umanità, si ritrova a dover fronteggiare l’arrivo sulla terra di dodici navi aliene in dodici punti diversi della terra. Louise Banks è chiamata  dall’esercito a provare, assieme all’altro esperto Ian Donnelly (Jeremy Renner), di comunicare con gli alieni (sono una specie di grosse piovre con sette tentacoli che si aprono a stella). Gran parte della durata del film è occupata da questo tentativo di comunicazione che si svolge tra la tensione e allo stesso tempo la fascinazione dei due esperti al cospetto degli esseri sconosciuti. Poi nella seconda parte, quando la comunicazione avviene (e non è nulla di quanto da noi concepito al di là dei segni grafici di cui si compone, ma ha a che fare con il tempo e la mente) il film si fa più politicamente ovvio, nel senso che si ripropone la solita opposizione alieni buoni/cattivi, scienziati/militari, concilianti/guerrafondai di una lunga tradizione di film con esseri da altri mondi. In più un po’ d’attualità con il problema della solidarietà tra nazioni: esiste o è talmente fragile da essere solo apparente anche se avvenisse un evento che colpisce tutti come questo?

Il film è a tratti affascinante ma mai coinvolgente come vorremmo. Delude per non riuscire a percorrere fino in fondo le due strade che Villeneuve aveva davanti, quella del film d’autore puro e duro e quella del film di genere. Non riesce in quella del film d’autore(senza preoccuparsi della mancanza di vera azione) che non porta a compimento perché non “astrae” abbastanza ed è come se facesse resistenza alla visionarietà dell’immagine accontantandosi dell’architettura kubrickiana (basta recuperare i film di fantascienza di Tarkovski per capire cosa intendo); ne risulta un Terrence Malik annacquato, uno Shyamalan senza la nota capacità di attrarre verso di sé lo spettatore (spesso abbindolandolo, è vero, ma anche questa è una qualità). Non ha il coraggio, ad esempio, di continuare ad esporre le difficoltà e i meccanismi della comunicazione in una lingua sconosciuta, ad un certo punto, probabilmente per non rischiare di tediare lo spettatore, “lascia andare” e velocizza con buchi di sceneggiatura.Non riesce però neppure nella seconda strada, quella del film di genere, perché non si scosta dall’ovvio almeno fino alla spiegazione finale.

Ma poi sorge un dubbio: il “io Jane tu Tarzan” non dovrebbe essere la parte più evoluta a porla?

Product placement: principalmente Mac APPLE poi SKYJACK che fa parte dell’attrezzatura necessaria al film e alla narrazione. Infine canali tv da tutto il mondo (notiziari) di cui sicuramente esiste MSBC gli altri (principalmente il più mostrato, CNAC) da verificare.

Stefano Barbacini

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