LA PELLE CHE ABITO – Pedro Almodovar (2011)
Partiamo dalla pelle bianca, soffice, liscia, diafana di Elena Anaya, già ammirata distesa sul letto di “Parla con lei” dove se ne stava immobile per tutto il film. Partiamo dalla sua figura esangue (non per nulla è stata scelta come vittima di Dracula in “Van Helsing”) e sofisticata (cercando, senza riuscirci troppo, di dimenticare l’apparizione un po’ meno…elegante, ai limiti del porno, in “Lucia y el sexo” dove praticava un’esplicita fellatio ad un dildo) perché proprio la bianca superficie del corpo della Anaya è stata scelta da Almodovar per rappresentare un nuovo tipo di pelle inventata dal chirurgo plastico Robert Ledgard, esperimento di epidermide impenetrabile e “incorruttibile” che è il pretesto/metafora per imbastire la storia di “La pelle che abito”.
La trama incentrata sulla storia del chirurgo interpretato da un invecchiato Banderas (che torna a lavorare con il regista del suo lancio nel mondo del cinema dopo più di un decennio), dedito all’oppio per dimenticare un passato di morte e dolore e bramoso di vendetta, non si può qui raccontare per non svelare gli inevitabili spoilers.
Vi basti sapere che tutto il mondo di Almodovar viene rappresentato. Troviamo la ricerca di un’identità sessuale, il sangue, il feticismo, la vendetta, il romanticismo passionale, il dolore, le citazioni artistiche (Louis Bourgeois, i libri di Alice Munro…), l’estetica queer (abiti assurdi come un completo da tigre, trucchi eccessivi, canzoni d’amore interpretate dalla suadente Buika)…
Il regista torna alla sanguigna spontaneità dei suoi primi noir bislacchi (“Matador”, “La legge del desiderio”) senza paura di sfiorare il ridicolo in alcuni passaggi riconquistando un’immediatezza e una genuinità che si erano un po’ perse nella perfezione raggiunta con le commedie (mi riferisco principalmente a “Tutto su mia madre” e “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”) e nell’attenzione alla costruzione dei melodrammi come “Volver” e “La mala education”.
A proposito di costruzione (con l’intreccio temporale e lo svelare per indizi i legami dei personaggi) e tematica non ci si allontana molto da “Gli abbracci spezzati”, ma è proprio la mancanza di definizione, la libertà di svolgimento a differenziare i due film, come se, con un paragone letterario, il film del 2009 fosse il tentativo di scrivere un best seller mentre questo fosse un’edizione da edicola, d’appendice.
L’esagerazione non è più trattenuta e il romanticismo flamboyant, eccessivo (che ricorda i melò messicani), gli scatti di violenza, le pistole impugnate con approssimazione e gli scarti devianti (tutto fatto per solleticare i sensi, indifferente alla testa, alla logica), compongono un magma almodovariano che sicuramente non piacerà a tutti ma che ci restituisce un autore ormai ultrasessantenne ma ancora con lo spirito del ragazzino della movida madrilena .
Il film è pieno di schermi PANASONIC funzionali alla narrazione e al bisogno scopico del personaggio di Banderas. Il chirurgo plastico usa costantemente, nonostante i vari salti temporali, una BMW e investe un motociclista in groppa ad una HONDA.
Diegetico anche il riferimento ad un furto commesso in un negozio di BULGARI di Madrid e l’utilizzo di una gamma di cosmetici CHANEL. E’ questa solo una parte del product placement, numeroso, presente nella pellicola.