Non è capitato spesso ultimamente di trovare tanta unanimità di critica riguardo ad un film. Elle di Verhoeven appare tra i migliori film nelle liste di fine anno di riviste molto diverse tra di loro come approccio cinematografico, risulta il migliore dell’anno per Nocturno così come tra i primi anche per i Cahiers e Positif, nonché per Filmtv. Insomma un peana totale e un’unicità di giudizio che ci riconcilia con la critica cinematografica e su che cosa questa debba essere. In un momento in cui ci si diverte a mettere sulle stesse pagine le diverse opinioni dei recensori, una totalmente positiva e una totalmente negativa, come se fosse normale questa totale opinabilità della critica senza capire che ciò sminuisce la stessa perché se non vi è un minimo di obbiettività ed un minimo di parametri per cui uno studioso di cinema riesca ad essere in grado di discindere cosa è di qualità e cosa no, si rischia di lasciar spazio ad una semplificazione del tutto che comporta la possibilità per chiunque sia in grado di mettere insieme due frasi d’italiano di ergersi a recensore anche se magari ha visto una manciata di film, e magari tutti dello stesso genere, nella sua vita.
Accogliamo quindi con favore questo unanime riconoscimento alla qualità del film del regista olandese, transfuga da Hollywood per tornare a girare in Europa, tanto più che non siamo di fronte ad un film facile per il pubblico. Si rischia così una collisione tra critica e pubblico come avveniva anni fa, cosa che se da un lato può essere vista negativamente, dall’altro non può che contribuire a ri-elevare, finalmente, il livello dello spettatore comune ultimamente perso tra supereroi, action movie pirotecnici, commedie insipide e romanticherie giovanilistiche.
Un incontro tra le pagine caustiche di Philippe Dijan e il cinema carnale di Verhoeven non poteva non fare un botto notevole. Ed è materiale bollente quello che scorre sullo schermo. Su una struttura da thriller polanskiano e quindi già derivativo (Hitchcock, Chabrol) vengono innestate le deviazioni misantrope di Dijan (Elle, c’est moi…) e l’ironia antiborghese di Verhoeven. E’ proprio il regista che rispondendo alle domande di Michel Ciment e Philippe Rouyer su Positif 664 riguardo la discrepanza tra narrazione realistica (e tradizionale di un normale thriller aggiungo io) e l’irrealismo delle suddette “deviazioni” dice: “Questa divergenza, è quello che io sono, io non posso fuggire dalla mia natura. Anche se mi piazzo in un quadro realista, non posso impedirmi di essere eccessivo o (…) “scatenato”!”.
Ecco allora che tutto il racconto che riguarda la violenza sessuale subita da Michèle da parte di uno sconosciuto mascherato che poi la tampina con sms sessualmente espliciti e lascia tracce di sperma sul suo letto e il “whodunit” che vi sta dietro (lo svelamento del mistero avviene quando mancano ancora 45 minuti di film) è un grande McGuffin per poter parlare d’altro. Per poter parlare di Michèle, questa donna che da bambina ha dovuto assistere alla follia del padre che a Nantes ha ucciso tutti gli abitanti della strada dove abitava, casa per casa, e che, diventata donna e rifattasi una vita fino a diventare ricca grazie alla sua casa di produzione di videogiochi, continua ad essere sporadicamente insultata per il suo passato e per essere la figlia di; per poter parlare della Michèle diventata fredda, misantropa e vendicativa e del suo strano rapporto con il suo violentatore, rapporto che diventa sadomasochistico e portato all’estremo, un gioco dove la protagonista può o venirne uccisa (e espiare così un passato che ha subito) o uscirne vincitrice vendicandosi così per interposta persona dell’uomo che le ha rovinato la vita, il padre; per poter parlare della misera umanità della società odierna, del figlio e del marito inetti, dell’amante tristemente macho e traditore, della madre che non si rassegna alla vecchiaia rendendosi ridicola accoppiandosi con giovanotti aitanti, della bigotta vicina di casa che copre un segreto non proprio da… brava cristiana. Quest’ultima parte è magistralmente esplicata nella corrosiva scena del pranzo di Natale che ricorda altre cene antiborghesi (per tutte citiamo il Lunga vita alla signora! di Olmi) ed è di una ferocia notevole. Al proposito sempre il regista nella succitata intervista: “M’interessava descrivere questo gruppo di persone che circondano Michèle durante la cena di Natale e volevo sapere se ero capace di mettere in scena questo genere di riunione che non avevo mai girato prima. Sono tutti seduti attorno alla tavola e hanno dei comportamenti particolari. E’ questo che mi aveva attirato del libro.”
E poi c’è lei, Isabelle Huppert, uscita direttamente da La pianista di Haneke portando con sé le antieroine chabroliane. E’ incredibile nel gestire il difficilissimo ruolo di Michèle, che lei stessa ha fortissimamente voluto, nel mostrare i suoi sentimenti “razionalizzati”, la sua glaciale determinazione a porsi contro tutti. Ritratto di donna con un folto pelo sullo stomaco dovuto a tal passato. Determinata e decisa a non lasciar passare nulla, a scontrarsi con la meschinità che la circonda. Capace di affetto per gli animali quanto di imperturbabilità con gli umani da cui però non resta estranea perché è donna che desidera, fagocita e riesce pure ad essere compassionevole dei confronti di tal figlio e tal marito. La sua determinatezza in qualche modo femminista ad attaccare per poi difendere il punto segnato. Capace di rinchiudersi in difesa di se stessa subendo il possibile e oltre pur di non incassare il gol e poter poi ripartire in contropiede. Carnale e decisa. Passionale e fredda allo stesso tempo. Capace di tradire la migliore amica dicendoglielo senza remore e comunque capace di riuscire a conquistarne la complicità per far squadra contro un mondo di uomini idioti o impotenti. Le parole di Verhoven in un’altra intervista, questa rilasciata a Mad Movies (e qui ribadisco la capacità del film di conquistare critici di ogni “parte”), spiegano meglio la grandezza della Huppert: “E’ una delle attrici più fantastiche del pianeta, non ne ho mai viste altre come lei. E io ho lavorato con tante grandi attrici (…) ma Isabelle Huppert è a un livello che non riesco neppure a comprendere. Sul set, ero talmente affascinato dalla sua recitazione ce a volte, dimenticavo dare lo “Stop”! E’ così che ho imparato a lasciarla continuare a recitare perché questo dava dei risultati molto interessanti, anche se non ho conservato tutto nel film. Il suo contributo al film è veramente unico, non posso immaginare nessun altro capace di fare quello che lei ha fatto.”
Product placement abbondante ma spesso contrastante. Ad esempio vi è una gamma eterogenea di auto utilizzate, la VOLKSWAGEN del figlio di Michèle è un’utilitaria da mettere in contrasto con la lussuosa AUDI della madre. Il vicino di casa guida una grossa VOLVO ma appaiono pure RENAULT e PEUGEOT. Allo stesso modo i telefonini, Michèle ha un I-PHONE ma vediamo anche ACER. Con ACER andiamo sul sicuro che si tratti di placement, visto che tutti i computer per la computer grafica che appaiono sono loro. Così come il figlio trova lavoro in un fast food della catena QUICK posto proprio di fronte ad un MCDONALD’S. L’X-BOX è presente come la PLAYSTATION 4. Abbiamo poi una borsa della catena BIO C’BON, GOOGLE, RED BULL, citazione per LE PARISIEN e mutande ARMANI oltre ad altro.