L’altro hardcore presene nella sezione Sex del Tohorror 2026 è Through the looking glass (in Italia uscì con il titolo L’inferno di una donna 1976) e questa volta è l’horror psicologico il genere con cui è contaminato. Il film è stato presentato da due docenti universitarie che ne hanno dato una dotta spiegazione psicosessuale citando Freud e Fromm mi sembra di ricordare, concentrandosi sul narcisismo e il doppio ma non citando le due cose che mi sembrano più importanti nella pellicola, che come si è capito non è un “banale film pornografico”. La prima è l’incesto, il complesso di Elettra che spinge la protagonista a desiderare il padre defunto (e questo non può esser loro sfuggito ma probabilmente non volevano spoilerare il film, precauzione eccessiva visto che lo si capisce già dopo pochi minuti di pellicola…), ma soprattutto non hanno parlato di quello che principalmente è il contenuto del film, ovvero un attacco alla borghesia e alla sua ipocrita faccia perbenista di questa. La protagonista come Alice (il titolo richiama il libro di Lewis Carroll), passa al di là di uno specchio e vi trova il lato oscuro di questa facciata borghese. Se nel mondo reale troviamo frigidità sessuale, finzione, comportamenti freddi, in quello al di là dello specchio vi troviamo ingordigia di cibo e sesso, orge, perversione e vi si trova anche il padre che tra lo zombie (appare verdastro all’inizio) e il fantasma rende succube la figlia, la corrompe e la costringe ad una sudditanza psicologica. Il film avanza guardando principalmente al mondo del gotico della Hammer (con qualche momento di flou che piacerà tanto a David Hamilton) ed ha un finale allucinante con la rappresentazione dell’inferno dei borghesi ridotti al ritorno primordiale, alla condizione di bestie: sembra di essere dentro un film di Pasolini (Porcile e la merda di Salò) con visionarietà delirante che ricorda le opere di Cavallone e quelle più cialtrone di Polselli. Il sesso in tutto ciò? Siamo nel periodo in cui esistevano registi porno, tra cui il Jonas Middleton che dirige questo film, che trovavano normale narrare inserendo l’atto sessuale, proprio come accade nella vita vera, cosa mai veramente accettata dal cinema mainstream. Qui il sesso non ha intenti onanistici ma, appunto narrativi, tanto che il primo rapporto sessuale completo lo troviamo dopo 40 minuti di film, e per questo quando arrivano queste scene (con quelle pornostar improbabili per età e corpi che solo allora si vedevano sullo schermo del genere) sono proprio per questo più eccitanti che non i meccanici rapporti sessuali del porno successivo alla Golden Age. Il film è diretto e recitato benissimo (con un Jamie Gillis demoniaco e in ottima forma) ed è decisamente un capolavoro del genere. (voto 7/8)
Un film piccolo piccolo, un film di zombie girato con un bianco e nero sgranato, dal Perù, in concorso al Tohorror 2026, Omnipresentes (2026) parla di zombie ed è stato presentato come un aggiornamento della Notte dei morti viventi di Romero, in realtà assomiglia più a L’ultimo uomo sulla terra di Ubaldo Ragona e Sidney Salkow da Richard Matheson. Una città deserta, un uomo solo che si aggira con un fucile ad uccidere zombie e ad entrare nelle case vuote per procurarsi cibo, finché non si incontra con una coppia pure di sopravvissuti all’infezione che sta trasformando gli uomini in morti viventi… Di Romero invece resta l’utilizzo del genere zombie come metafora sociale e anticapitalista che prende corpo nelle sequenze del flashback che ricostruisce dove è nata l’infezione virale. Un film silenzioso, con pochissimi dialoghi, disperato, praticamente senza colonna sonora ma con la voce dei media che si sente in sottofondo e che dà un panorama di desolazione, povertà, lavoro nero, morti tra gli operai, mentre le istituzioni tranquillizzano: la situazione è sotto controllo… (voto 6+) Film a bassissimo budget quindi senza product placement anche se poi nel film abbiamo una scena ambientata in una piscina della YMCA, alcune targhette Visa su una porta e una pubblicità di sfuggita della Volkswagern.
Filmone indipendente anglo-statunitense diretto da Jordan Downey (The head hunter) e presentato in anteprima al Tohorror 2026 (sarà distribuito presto in Italia) è The cycle (2026) un film che inizia come un “normale” film di detection poliziesca che vede protagonista l’antropologa forense Meg Garland, interpretata da Deborah Ann Woll, conformata alle tante indagatrici di serie tv polizieschi con le turbe provenienti dal passato, la vita solitaria, i contrasti con la madre… qui costretta ad investigare sulla morte misteriosa del proprio padre che non vedeva da quando era bambina. Gli indizi e gli esami sul cadavere portano su una strada inattesa cambiando anche di genere. Inutile dire di più per non spoilerare troppo. Il film ha quel gusto delle cose che ci piace rivedere anche se ormai le conosciamo e non ci sorprende ciò che incontreremo, ma ne godiamo per la buona rispondenza visiva e cinematografica. Insomma, nulla di nuovo ma fatto bene. (voto 6+) Toyota, Motorola, Panasonic, Adidas nel product placement del film.
I tipi di Cineunderground https://cineunderground.com/ in collaborazione con il Tohorror 2026 riesumano un film del 2001 Jesus Christ Vampire Hunter del canadese Lee Demarbre, il suo primo lungo, stando a Imdb, prima di continuare una “carriera” nella parte indipendente e trash del cinema. Con una certa inventiva perversa veste il sodale Phil Caracas (attore quasi esclusivamente per i suoi film) di veste e scarpe da ginnastica e ne crea un Gesù Cristo che torna sulla terra chiamato a combattere dei vampiri assassini di lesbiche! Il pubblico nel festival vi cerca principalmente il delirante e il divertimento casereccio trova pane per i suoi denti. Combattimenti piuttosto impacciati e volontariamente irreali contro gli avversari dai denti aguzzi (che inquietano come la vicina di casa a Carnevale), battute sarcastiche e irriverenti (la più divertente quando Gesù Cristo dopo un dialogo con il Padre si sente dire alla fine del dialogo “e ricordati di chiamare tua madre...”), interventi di preti punk e de… Il Santo del Wrestling direttamente dai film di serie B messicani e altre amenità… Un film da prendere come curiosità non certo come opera di valore, si ha sempre l’impressione del film girato tra amici con pochissimi soldi e anche l’inventiva ha il fiato corto. (voto 5,5 considerando i mezzi) Lungi da me pensare vi sia vero product placement, cito però che nel film viene usata una moto Honda, una Nikon e si mangia da Hooters.