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CINEMA
26 Giugno 2025 - 01:18

FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA XXXIX EDIZIONE

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Giorno 5
FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA XXXIX EDIZIONE

Entriamo nel vivo della rassegna, seguitissima tanto che si fa fatica a trovare un posto in sala, del Norden Noir; in questo quinto giorno di proiezioni al Festival Il Cinema Ritrovato di Bologna 2025, ne abbiamo visti due. Il primo arriva dalla Norvegia, Doden er et Kjaertegn (Death is a caress, 1949) ed è diretto diretto da una donna, Edith Carlmar ed è, leggo dal catalogo del festival, il primo film diretto da una regista donna in Norvegia. L’inizio è uguale a quello di John og Irene (che è poi anche quello del riferimento principale del film, La fiamma del peccato), cioè un uomo, il meccanico Erik, si presenta alla polizia e racconta in flashback il suo crimine. Racconta di quando in officina ha incontrato la maliarda Sonja e di come se ne è follemente innamorato. I due diventano amanti in fretta, dopo brevi schermaglie, e fanno sesso a casa della signora, ricchissima e sposatissima, mentre il marito è in viaggio d’affari, e la scena è piuttosto spinta per l’epoca (viene confermato che in periodi in cui il sesso è bandito dagli schermi, sono le donne le più audaci ad esplorarlo…). Le vicende dei due amanti proseguono sfociando nel divorzio di lei e nel nuovo matrimonio con Erik. A questo punto il film più che un noir diventa un simil Liz Taylor-Richard Burton movie. Lui non ne vuol sapere di frequentare il jet set a cui appartengono le amiche di lei e non gli va di essere praticamente un mantenuto dalla moglie, lei è gelosa e facilmente irritabile dando spesso di matto. Il rapporto si fa rovente fino alla tragedia finale. La Carlmar utilizza bene la tecnica dei film americani noir con buone intuizioni registiche ma il film alla lunga è ripetitivo, la femme fatale non è a mio parere all’altezza del ruolo (non è Rita Hayworth insomma…) e non si capisce l’infatuazione totale di Erik che aveva già una fidanzata bellissima e da non lasciar mai andare; il risultato è appena sufficiente. (voto 6-) Product placement concentrato nella Roll’s Royce della donna, nella Jaguar distrutta in officina e nel parallelo fatto in un discorso tra i punti del ricamo “che sono differenti tra loro come una Ford e una Fiat”. Sempre in ambito automobilistico la pubblicità della benzina BP. Il secondo film visionato è decisamente migliore, stiamo parlando di Flicka och hyacinter (La ragazza con i giacinti, 1950) diretto da uno dei registi svedesi più importanti del periodo (prima di subire la fama di Ingmar Bergman), ovvero Hasse Ekman. Qui l’espediente è quello dell’indagine sul passato di una donna che si è suicidata da parte di una coppia di vicini di casa che risalgono di volta in volta a persone da lei conosciute e le intervistano facendosi raccontare (racconti che si trasformano in vari flashback) i rapporti e i comportamenti della donna. Tessera dopo tessera il mosaico si completa con una sorpresona finale. “Si tratta di un melodramma dalle ombre profonde, che si interroga su una vita finita troppo presto e che con il suo meccanismo ricorda Quarto potere” scrive Kajsa Hedstrom sul catalogo del festival Il Cinema Ritrovato XXXIX. Utilizzando piani sequenza ben calibrati, e il bianco e nero dalle scure ombre tipiche del noir, Ekman ci dona un film coinvolgente. (voto 6/7). Qui il product placement è ”liquido” con le bottiglie ben esposte di Cinzano e Jameson. Si vede anche il quotidiano Dagens Nyhetter.

Nella giornata si sono viste anche due opere appartenenti alla sezione Cento anni fa: 1925. Il primo è un film indiano, ma diretto dal tedesco Franz Osten assieme all’ideatore Himanshu Rai, dal titolo Prem Sanyas (Il principe del Nirvana, 1925), conosciuto internazionalmente come The light of Asia per dare quel respiro esotico che troviamo anche in molti passaggi del film. Su questo si è espresso Shivendra Singh Dungarpur, regista ma anche archivista e restauratore di film, che ha introdotto il film sottolineandone da una parte l’importanza per lo sviluppo dell’industria cinematografica indiana e dall’altra proprio questo visione esotica coloniale “che noi non vorremmo ricordare”. Il film narra le vicende della vita del principe Siddharta Gautama che rinunciò al suo titolo, ai suoi averi e alla bellissima moglie di cui era innamoratissimo, per diventare un predicatore a favore dei poveri, degli ammalati e dei vecchi, fino a fondare il buddhismo. Il film contiene scene grandiose di massa, imponenti elefanti, lotte per la conquista della principessa Gopa ed è quindi tutt’altro che noioso pur essendo un biopic religioso. Soprattutto di questo film ricorderò la bellezza gentile della giovanissima attrice anglo-indiana Seeta Devi, uno splendore. (voto 6+). Sempre all’anno di grazia 1925 appartiene anche Evrejskoe scaste (Jewish luck) del regista sovietico Aleksej Granovskij. Il film appartiene in realtà alla sottosezione Isaak Babel’ i racconti di Odessa, dedicata a film che vedono in qualche modo coinvolto lo scrittore Isaak Babel’; nato a Odessa nel 1896 da famiglia ebraica, sopravvissuto al pogrom del 1905, divenne importante scrittore ucraino che ai tempi della Grande Purga staliniana, nel 1939, venne condannato come terrorista, trotzkista e spia e fucilato nel 1940. Jewish luck è una commedia yiddish prodotta da uno dei più noti teatri d’avanguardia a livello internazionale, in cui protagonista è Menachem Mendel (interpretato in modo eccessivamente gigionesco da Solomon Michoels), un trafficone che vediamo ad inizio film cercare di vendere assicurazioni sulla vita. Visto il fallimento dell’attività passerà poi a contrabbandare merci (ma il costo della corruzione dei doganieri per evitare la prigione gli eroderà tutto il guadagno) per inventarsi poi sensale di matrimoni in collaborazione con un altro azzeccagarbugli come lui. Il film tra l’umorismo yiddish contenuto nelle didascalie spiritose di Babel’, un rapporto amoroso di due giovani amanti che mette in evidenza la differenza classista all’interno della stessa comunità ebraica, cucine condotte da prosperose cuoche, vivaci scenette divertenti come i due sensali che al matrimonio combinato portano due spose e nessuno sposo, ha un suo lato (probabilmente il più interessante) surreale che trova il suo compimento in un sogno di Mendel che si immagina sensale che porta alla salvezza l’America (che ha poche donne disponibili…) caricando una nave piena di spose da portare al di là dell’Oceano. Le donne vengono caricate come fossero merce agganciate e sollevate con delle gru! (voto 6)

In una spettacolare copia restaurata ho poi rivisto L’orologiaio di Saint-Paul (1974), esordio interessantissimo di Bertrand Tavernier tratto da un romanzo di Simenon (al proposito, contemporaneamente al festival, al cinema Modernissimo di Bologna si tiene una mostra sul grande e prolifico scrittore francese che avrà durata fino al febbraio 2026). Il film non sembra certo un esordio per come è diretto con sicurezza dal regista, che oltre a questa professione è sempre stato cinefilo e studioso di cinema e quindi ha approcciato la regia con competenza di conoscitore della materia. La storia è quella del personaggio Michel Descombes (un sempre perfetto Philippe Noiret), orologiaio di un quartiere di Lione, persona ordinaria, vedovo con un figlio ormai grande. Proprio il figlio, che evidentemente l’uomo non ha mai conosciuto come avrebbe dovuto, metterà nei guai l’uomo andando ad uccidere il padrone della fabbrica in cui lavorava la sua fidanzata. I due fuggiranno per qualche giorno alla polizia mentre Michel si domanderà dove ha sbagliato e perché non ha capito nulla del figlio, mentre l’opinione pubblica vi vede un substrato politico dato che stiamo parlando del periodo in cui nasceva l’estremismo di sinistra, in cui in fabbrica entravano poliziotti privati armati e in cui (ma in questo caso il “periodo” continua anche oggi) i padroni si permettevano di insidiare le proprie operaie (si sospetta che la ragazza sia stata violentata dalla vittima). Il processo e la condanna del ragazzo riavvicineranno tragicamente padre e figlio. Dialoghi spesso diretti e precisi, a tratti divertenti e caustici anche grazie al personaggio dell’ispettore interpretato da Jean Rochefort. “Perfetta leggibilità, rigore di linguaggio, ottima direzione degli attori, ammirevole equilibrio tra psicologia dei personaggi e descrizione dell’ambiente” scrive Morandini sul suo dizionario dei film (ed. Zanichelli 2011). (voto 7)

Film sorprendente quello visto in fine di serata e facente parte della retrospettiva su Lewis Milestone. Hallelujah, I’m a bum del 1933 è un film quasi sconosciuto anche nella stessa America dove fu un fallimento. Eppure questo musical comico con protagonista Al Jolson (il primo a parlare sullo schermo con Il cantante di jazz) nei panni (laceri) di un barbone felice di esserlo che è protetto dal sindaco della città (che ha salvato dalla mattonata di un contestatore) e che si innamora, dopo vari equivoci, della stessa donna amata dal sindaco, è decisamente singolare. Chiaramente un film pre-code ma anche pre-maccartismo dato che due dei personaggi principali sono un barbone che professa la disoccupazione come unica possibilità di vivere liberi e uno spazzino comunista che inneggia alla rivoluzione contro i plutocrati (eh una volta era la sinistra che si scagliava contro i ricchi potenti e manipolatori della società…)! Un film totalmente anticapitalista e “rosso”, impossibile da produrre solo un anno dopo. Il film è divertente per la tipicizzazione azzeccata dei personaggi, caricaturali e spassosi ed è apprezzabile il recupero alle scene, oltre che di Jolson, di altri protagonisti del cinema muto come i comici Harry Langdon con la sua faccia perennemente triste e Chester Conklin, cocchiere dalla moglie “impossibile”. Una di quelle scoperte che solo un festival come Il Cinema Ritrovato può svelarti. (voto 7)

Stefano Barbacini

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