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CINEMA
25 Dicembre 2024 - 13:47

DIARIO VISIVO (Richard Lester 2)

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I tre film satirici e il capolavoro d'epoca Petulia
DIARIO VISIVO (Richard Lester 2)

Liberatosi dell’ingombrante, seppur utilissima (per la fama), presenza dei Beatles, Lester può scatenare la sua vena comica in Dolci vizi al foro (1966) mettendo assieme un attore brillante come Zero Mostel (qui in quella che probabilmente è la sua più memorabile interpretazione per il cinema, con una mimica facciale che fa pensare al miglior Totò) con situazioni da commedia degli equivoci, ambientazione storica (nell’antica Roma), rocamboleschi inseguimenti a bordo di bighe che scimmiottano Ben Hur (performance per stuntmen di qualità con capriole, cadute, acrobazie, salti), battute da screwball comedy (“avrai il mio corpo ma non il mio cuore”, “mi accontenterò…”), tradimenti, scambi di persona e di… sesso, tante canzoni (il film è tratto da un musical di successo). Su tutto il personaggio impersonato da Mostel, lo schiavo Pseudolus che per ottenere la libertà, e salvarsi la vita, deve riuscire a mettere assieme il giovane padrone con una vergine che, però, è già destinata ad un condottiero sanguinario. Tutto il suo armamentario di bugie, voltafaccia e facciatosta viene sfoggiato per imbrogliare, irretire e ottenere i suoi scopi. Nume tutelare della storia è la figura del vecchio viandante interpretato da Buster Keaton. “Benchè sia un film di puro divertimento, Dolci vizi al foro, affronta con spregiudicatezza il mondo di Roma antica: e rinfresca senza complessi archeologici i toni salaci del teatro classico. Le situazioni sono quelle tradizionali, dall’equivoco alla sorpresa; i personaggi, dal servo astuto al soldato millantatore, dal giovane innamorato al mezzano intrigante e alla cortigiana, suscitano reminiscenze scolastiche. Ma la città in cui si inseguono, si amano e s’imbrogliano ha le caratteristiche di un luogo vero”. Tanta cura al realismo della scenografia (inconsueta per un film storico tratto da uno spettacolo da palcoscenico) è testimoniata dal fatto che Lester lasciò marcire la frutta utilizzata sul set come dimostrano le mosche che si vedono aggirare nei pressi. (voto 7) (il virgolettato è tratto da Il Millefilm, dieci anni al cinema 1967-1977, Tullio Kezich, Oscar Mondadori, 1983)

Dopo la travolgente rappresentazione comica dell’antica Roma, Richard Lester ambienta la successiva farsa comica nella Seconda Guerra Mondiale. Come ho vinto la guerra (1967) è infatti la storia surreale e satirica del comandante di plotone, inetto, Goodbody (Michael Crawford, abituale interprete per Lester nel suo inizio carriera) che parte per l’Africa con i soldati ai suoi ordini tra cui: uno sovrappeso che ha problemi con la moglie che lo tradisce regolarmente con assicuratori e macellai, un altro che si veste da clown per rallegrare la truppa, un pauroso che per non combattere si denuda, due che seguono gli altri colorati, volto completo, uno di verde, l’altro di rosa, un sergente che cerca di dare una parvenza di logica (senza riuscirci) al comandante e… John Lennon che partecipa a questa operazione “pacifista” come interprete del soldato Gripweed (e quindi non nella parte di se stesso come nei precedenti film “beatlesiani”). La missione di Goobody è quella di preparare un campo da cricket nel deserto e il nostro è più interessato alla pulizia e alla cura dei piedi dei suoi sottoposti e che non a preoccuparsi della guerra che lo circonda. Il film avanza con situazioni assurde e comicità stralunata (qualcuno lo ha paragonato alla Guerra dei fratelli Marx), personaggi che parlano direttamente alla camera e sanno di essere “in un film”, parodie di discorsi di Churchill e Montgomery, delle spettatrici in un cinema commentano il film che stanno guardando e che è proprio Come ho vinto la guerra, ma le morti rappresentate sono “reali”, la guerra fa orrore comunque anche sotto la patina di divertimento e Lester non lesina nell’inserire materiale d’archivio della Seconda Guerra Mondiale e a girare sequenze in un bianco e nero che rendono crude le immagini di morte. Insomma uno strano oggetto filmico che un po’ delude (il lato comico), sconcerta (le soluzioni eterogenee) ma fa pure pensare e colpisce per i sui sprazzi di drammaticità con considerazioni sinceramente antibelliche come quella del morente personaggio di Lennon che dice: “almeno sapessi le ragioni per cui ho combattuto, la sola che conosca è che ho sempre combattuto per restare vivo. Ora che purtroppo non ci sono riuscito, sapere perché ci ho lasciato la pelle sarebbe già qualcosa…”. Per Lester questo è il film per cui vorrebbe essere ricordato e giudicato e questo dimostra quanto intenso fosse il suo desiderio di riprodurre artisticamente l’insensatezza della guerra. “Al di là dello schema celebrativo, il film affronta con l’aria di scherzare le verità più ingrate: e pur diseguale nel ritmo, spesso interrotto da un gusto dilatato dalla clownerie, coglie nel segno soprattutto quando analizza una singolare azione del reparto, la conquista di un campo sportivo, nella sua intrinseca stupidità e nel suo criminale disordine.” (Tullio Kezich, recensione raccolta ne Il Millefilm 1967-1977, Oscar Mondadori, 1983) (voto 6+)

E’ lo stile, la voglia di innovare, la freschezza delle nouvelle vagues che si riversano nel montaggio, nei dialoghi, nella leggerezza con cui racconta vicende anche dolorose, che fa di Petulia (1968) uno dei capolavori di Richard Lester. Una storia piuttosto basica di un adulterio-fuga da un marito violento-e ritorno ambientata a San Francisco (ma con spirito evidentemente britannico) diventa qualcosa di frizzante, di fuori dagli schemi, un’innovazione nel racconto cinematografico e nello spirito con cui è affrontato l’argomento a tratti anche spinoso e sanguinoso, grazie al montaggio inusuale in cui flashback si intrecciano con pensieri per illustrare in brevissimi frammenti uno stato mentale e grazie alla splendida Julie Christie “all’apice della sua bellezza e gloria” che dà vita alla protagonista, una moglie ancor giovane di un bellissimo uomo (Richard Chamberlain), il quale cela lati oscuri, che con spigliatezza e impudenza si impone (più che concede) al più anziano primario ospedaliero (George C. Scott), conosciuto mentre opera e salva un bambino protetto di lei, facendolo innamorare quando questo non pensava di esserne più capace. Un film figlio di tempi di cambiamento e di sfrontatezza, rivoluzionari. “In una certa maniera, Petulia è un film unico tra quelli di Richard Lester, allo stesso tempo fuori dalle norma e quintessenza del suo stile, puzzle brillantemente ludico con i suoi diversi prestiti e riferimenti ad altri film (…), o con le sue influenze sulle opere a venire – per esempio, le future regie del suo brillante direttore della fotografia, Nicolas Roeg (…) Petulia è un ufo: un film di studio hollywoodiano contaminato dalla politica degli autori all’europea”. (Yann Tobin, Un joyau a multiples facettes, articolo su positif n. 745). Incontro di due generazioni, quella del non più giovane primario Archie e la coppia appartenente alla Pepsi generation (product placement…) formata da Petulia e dal marito. “Petulia è una figlia del secolo che ha il dono di mettere in crisi il prossimo parlando e comportandosi con ostentata spregiudicatezza (…) In Petulia ci sono alcune fra le notazioni più acute finora viste al cinema sul problema del divorzio, dei nuovi matrimoni, della condizione dei figli (…) Ma il pregio maggiore del film (…) sta nella capacità di scoprire la violenza della vita moderna sotto apparenze amabili (Tullio Kezich, Il Millefilm, Oscar Mondadori). (voto 7,5)

“Charlton Heston incontra sua Santità in un incontro di Wrestling” è una delle notizie date da un annunciatore televisivo inserendo una testa nella parte frontale di una televisione senza più schermo. Da qui si capisce subito il tono del film. Ambientato in un mondo in cui non esiste più una civiltà come la conosciamo a causa della bomba (solo alla fine qualcuno riuscirà a pronunciare la parola per portare tutti alla realtà), Mutazioni (1969), presenta ciò che resta delle vestigia del passato inglese e le sue convenzioni societarie ormai spazzate via dalla distruzione atomica. I protagonisti vivono in situazioni assurde cercando di riproporre i riti della vita “normale” (matrimoni, incarichi politici, professioni, gravidanze, riti religiosi) ma nell’impossibilità pratica di farlo. Allora si entra in un mondo paradossale in cui i personaggi sono lord che si stanno trasformando in monolocali (!), un padre che vuol diventare ministro perché ha “la gamba di mezzo di 22 pollici!” ma si trasformerà in un pappagallo che poi verrà mangiato dai parenti (“è il politico più… buono di sempre”), un’infermiera è interpretata da Marty Feldman (e non bisogna aggiungere altro.), una madre prima di diventare un… armadio, viene dichiarata morta da un documento ufficiale e pertanto tale ritenuta nonostante sia viva e vegeta, un vagabondo dimenticato in una stanza insieme agli oggetti perduti spera di venir riscattato insieme ad un baule, due poliziotti ricercano proprio quel baule “e quando lo troveremo capiremo perché lo cerchiamo” e così via… Richard Lester con l’aiuto di alcuni collaboratori dei Monty Python licenzia un’opera pacifista e anticonformista con dialoghi alla Ionesco ed altri con sagacia alla Woody Allen (ad un uomo a cui propongono un pacchetto “matrimonio e divorzio” tutto incluso risponde: “per ora mi sposo, quando guadagnerò di più potrò prendere in considerazione il divorzio…”), illustrando un mondo futuro fatiscente e in rovina, immerso in una luce livida e nebbiosa. Chiaro è il riferimento alle opere di Becket, alle atmosfere da fine del mondo di “Finale di partita”, ai personaggi che finiscono dentro buchi e cunicoli impediti a fuggire come in “Giorni felici”, al teatro dell’assurdo di “Aspettando Godot”. Decisamente un film controcorrente e da questo punto di vista riuscitissimo che però fu un insuccesso che mise in difficoltà la carriera del regista. (voto6/7)

Stefano Barbacini

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