Nel decennio 1920-1930 un gruppo di artisti emigrati russi, in particolare nella persona di Alexandre Kamenka, fonda la casa Albatros che diventerà in quel periodo attiva produttrice di film in Francia fondando quella che chiamarono la Hollywood a Montreuil (dove aveva sede la società). Jean Epstein dopo i contrasti che lo allontanano dalla Pathé trova comunanza con la star della Albatros, il Rodolfo Valentino russo Ivan Mosjoukine, e con lui mette in opera il suo nuovo film del 1924, Le lion des Mogols, su soggetto dello stesso Mosjoukine.
La trama molto elementare ha pretesa di metafora sull’esilio ma si riduce ad un racconto favolistico piuttosto puerile.
Un principe di un esotico paese orientale è costretto a fuggire dalla propria terra perché si è messo contro al padre per difendere la verginità della propria amata finita tra le favorite del Grand Kahn. Si ritroverà a Parigi dove avrà a che fare con un produttore e la sua protetta, un’attrice diventata star dei suoi film. Dato che il nostro si innamora della donna (che scoprirà avere origini della sua stessa terra e un passato comune) entrerà in contrasto con il ricco produttore che prima ne fa una star poi, quando capisce che vuole soffiargli la donna, cerca in tutti i modi di distruggerlo.
Epstein si adegua al cinema “popolare” nella prima parte quando costruisce un frettoloso incipit in cui ricostruisce un regno di cartone con costumi pacchiani e battaglie all’arma bianca improbabili, scimiottando i film di avventura hollywodiani di Douglas Fairbanks (non evitando il kitsch) e non migliora di molto quando costruisce le basi melodrammatiche nell’incontro tra il principe e la troupe che sta girando un film su una nave in mezzo all’oceano. Le frecciatine riservate al mondo del cinema che ben conosce non sono particolarmente ben indirizzate.
Quando però immerge la propria cinecamera nel mezzo della vita parigina degli anni folli esplode tutto il suo cinema fatto di stravaganza, sperimentazione, sovraimpressioni, split-screen e quei primi piani che solo i grandi del cinema muto sono riusciti a rendere così intensi. C’è più “anima russa” in un’inquadratura dei visi di Ivan Mosjoukine e di Nathalie Lissenko che non in tutta la sceneggiatura scritta proprio per questo motivo…
La ricerca dell’oblio da parte del protagonista che lo porta al Jokey Bar (chiaro richiamo al JOCKEY CLUB) cioè al centro della vita notturna della capitale francese, nido artistico della sfrenata icona Kiki de Montarnasse, dove il nostro si ubriaca pesantemente tracannando CRISPIN MUSCAT, RASPAIL, CHERRY ROCHER, difende una ragazza da un ricco porco, la porta con sé e paga un automobilista (alla guida di un’auto sicuramente riconoscibile ma per mia incompetenza non riconosciuta) per farsi portare per le strade a velocità folle alla ricerca di un annientamento “futurista”. In queste sequenze la potenza visiva e tecnica di Epstein raggiunge i livelli già toccati con Coeur fidèle e si allinea alle esperienze per un cinema nuovo dei vari L’Herbier, Gance e Feyder.
Product placemente praticamente tutto concentrato nelle sequenze centrali, le migliori, come già descritto a cui aggiungiamo l’HOTEL OLYMPIC.