Il cinema quinqui è un genere cinematografico spagnolo popolare a cavallo degli anni ‘70/’80 del secolo scorso ambientato nei quartieri poveri tra delinquenza giovanile e disperati. Uno dei principali registi del genere è stato Eloy De La Iglesia, esponente gay e comunista, oppositore del regime franchista. Un paio di anni fa in Francia è uscito un cofanetto (Arthus film) con tre dei suoi film di questo genere che ne rappresentano un buon esempio per chi, soprattutto in Italia, non lo conosce.
Colegas (1982) si concentra su tre ragazzi di periferia, un fratello e una sorella e il compagno di questa. I tre vivono alla giornata, figli di famiglie operaie, non riuscendo a trovare lavoro. Quando la ragazza resta incinta i due amici, il fratello e il padre del bambino, fanno di tutto per racimolare il corrispettivo di 400 dollari per poter pagare una donna che pratica aborti clandestini. Per fare questo entrano in contatto con bande di ragazzini, malviventi che vendono droga e… bambini, vecchi omosessuali disposti a pagare per far sesso con loro. In pratica scendono nel sordido delle vite marginali con una certa sfrontatezza ed incoscienza. Il film è girato con realismo a tratti quasi documentaristico, non viene lasciato nulla al non detto (anche se non si superano certi limiti di rappresentazione della sessualità) con masturbazioni maschili, nudità di uomini e donne, palle di droga inserite nel retto, rapporti omo e etero sessuali. Un cinema che ricorda quello che faceva Massimo Pirri e, in generale, quello dei migliori poliziotteschi che ravanavano nel torbido con quella spudoratezza e libertà che vi era al tempo. (voto 6,5) Il film comincia con l’inquadratura di una pubblicità della Citroen e subito dopo con l’insegna della Peleteria Carlos. Ma il product placement continua con Michelin su un camion, le sigarette Winston fumate dai ragazzi, il marchio motociclistico OSSA su di una t-shirt, Adidas, Mercedes e la Nivea utilizzata per agevolare l’introduzione… rettale.
Di diversa estrazione sociale i protagonisti del film El pico (1983) ma stessa caduta verso il vortice della disperazione, in questo caso quello innestato dalla dipendenza alla droga. Paco e Urko sono due figli della borghesia di Bilbao, il primo è il figlio di un capitano della Guardia Civil, il secondo quello di un politico di estrema sinistra, ex-combattente tra le fila dell’Eta. I due si ritrovano a provare l’eroina fino a diventarne dipendenti e, non potendone fare cenno in casa, per procurarsi la droga si prostituiscono e diventano spacciatori. Fino a che i due genitori non lo vengono a sapere e si alleano per coprire gli scandali e cercare di salvare i figli. Lo sguardo di De la Iglesia è, come nel precedente, impietoso arrivando a più riprese a mostrare graficamente “el pico” ovvero l’iniezione in vena di eroina. Ma El Pico è anche un film politico mettendo a confronto politici separatisti e fiancheggiatori dell’Eta contro i metodi “sporchi” e crudeli della Guardia Civil. Certo, una visione politica per sommi capi, artistica e morale, infatti il punto principale del film è quello in cui i due padri, di opposte sponde, guardandosi negli occhi si dicono “quanti morti abbiamo visto nelle nostre vite”, intendendo condannare amaramente la violenza avvenuta da una parte e dall’altra, ma anche ammissione di colpa per aver trasmesso ai figli questa stessa violenza, non avendo saputo espletare il ruolo di padri, fermi nelle loro certezze e nei loro compiti nella società. La loro disperata presa di coscienza finale porta alle dimissioni del politico e al gesto simbolico di buttare pistola e tricornio (il cappello caratteristico indossato dai gendarmi spagnoli detto anche “pico” come la siringa, gioco di parole su cui si basa il titolo) in mare da parte del capitano. Il film è duro e diretto anche se in alcuni momenti si lascia andare ad un patetismo da sceneggiata melodrammatica (tutta la parte con la madre di Paco morente di un male terminale e il suo sguardo “morale” sul figlio e di silenziosa condanna al padre) che ammorba un po’ il film di melassa stantia. (voto 6+) Uno dei giovani indossa una polo Lacoste, ancora presenti le sigarette Winston e la Coca Cola nel product placement con anche una citazione della Visa.
Al primo capitolo de El pico, segue subito il sequel El pico 2 (1984) in cui Paco, nonostante il tentativo del padre di insabbiare l’assassinio dello “zoppo”, lo spacciatore ucciso dall’amico Urko prima di perdere la vita anch’esso con un’overdose, viene indagato grazie ad un giornalista d’inchiesta che riesce a far deporre una giovane testimone. Nonostante Paco e il padre, ufficiale della Guardia Civil, fuggano Bilbao per rifugiarsi a Madrid dalla madre e nonna paterna, la giustizia fa il suo corso e Paco è carcerato. Metà film è quindi un carcerario piuttosto duro con scontri, omosessualità, furti tra i detenuti prima che il giovane riesca ad uscire solo per tornare da Betty, la prostituta con cui lui e Urko si facevano, e ripiombare nel vortice dell’eroina. Un incontro fatto in carcere, un ex combattente Eta ora rinnegato alla causa, lo trascina poi in mezzo ad ulteriori guai, facendo capire al padre che è senza speranza e lui, a malincuore, dopo averlo tanto difeso, accetta il compito di rintracciarlo e rimandarlo in carcere. Il protagonista del film tanto se non più del primo è l’ago, la droga iniettata, tanto che vi è una sequenza di siringa e vena, forse la più hard del cinema al riguardo. Il film è sporco, con caratteristi “giusti” e De la Iglesia si permette anche qualche passaggio di ruvida poesia quando vi è un duello in carcere tra un amico e un prepotente e quando, nel finale, vi è il confronto più duro e doloroso tra padre e figlio. Poesia di strada, poesia delle vite perdute. (voto 6+) I “vizi” compongono il product placement del film: sigarette Marlboro, aperitivi Martini, Black & White scotch whisky, birra Mahon. Poi vi sono anche l’immancabile Coca Cola, Ford e Fujica.
“Tre girotondi tragici, ritorni forzati negli stessi territori invivibili della modernità: le torri di appartamenti panottiche di Colegas, fortezza impenetrabile tanto quando vedetta familiare sui vagabondaggi degli eroi, o la cupa Bilbao di El pico, con il suo clima piovoso che incita alla criminalità (come osserva la madre di Paco). Una partenza per Madrid nella seconda parte non risolve nulla, e si torna al punto di partenza.” (Pierre Eugene, Les Cahiers du cinema 801 del 2023, articolo Eloy de la Iglesia, fixeur).
Ma a coda di queste note non si può non citare il film del 1980 Navajeros, film che anticipa la trilogia di cui ho parlato e che già illustra il senso delle opere di De la Iglesia, analisi secche e dure di una parte dimenticata della società fino a che questa non finisce sulle pagine dei giornali. Tratto da fatti veri viene raccontata la storia del quindicenne “El Jaro”, figlio di padre assente, madre prostituta e fratello criminale, tramite la macchina da scrivere Olivetti (parte del product placement del film) di un giornalista alterego dello stesso regista per la curiosità di capire le dinamiche che portano alla delinquenza ragazzini poco più che bambini, giovani cresciuti in situazioni disagiate di periferie difficili. Iniziando da piccole rapine ad anziani, El Jaro e i suoi amici, una vera baby gang antelitteram, alzano il tiro andando a mettersi nei guai con uno spacciatore e poi con la polizia. El Jaro trova riparo nel letto di una donna di mezza età che si è invaghita del ragazzino, il quale mette anche incinta una giovane ventenne. Insomma una vita di strada, bruciata in pochi anni, dentro e fuori dai riformatori. Quando oggi si parla di delinquenza giovanile, criminalità elevata, delinquenza irrefrenabile forse non si ricordano bene gli anni ’70 in cui già presentavano pesantemente il problema dei ragazzini violenti, della droga che imperversava nelle strade con le morti di overdose, la prostituzione sia maschile che femminile, le gang che comandavano sui territori. Ovvero tutto quello di cui di parla il regista nei suoi film con uno sguardo allo stesso tempo comprensivo e inorridito dalle vicende, è vero che qui siamo in Spagna ma in Italia non eravamo molto lontani da lì. Soprattutto in Navajeros la parte quasi documentaria e verista è preponderante, gli edifici e le zone desolate della periferia spesso diventano protagonisti lasciando le figure umane diventare piccole cose sovrastate da quello che li circonda, il dolore e il sangue arrivano inevitabili in inquadrature secche, stilizzate. “Uno sbalorditivo montaggio parallelo eisensteiniano confronta il viso insanguinato dell’eroe, che si è appena fatto sparare da una carabina, con la testa di suo figlio che sta uscendo, non lontano da là, dalla vagina della ragazza che ha messo incinta. Maniera viscerale, pesante, scioccante, di rappresentare la riproduzione sociale sottoforma di una reincarnazione avviata allo stesso mattatoio” (Pierre Eugene, Les Cahiers du cinema 801 del 2023, articolo Eloy de la Iglesia, fixeur). (voto 7) Coca Cola, Puma, Adidas, e le pubblicità che fanno da sfondo ad alcune scene di Mahou, AirFrance, Danone, le altre marche presenti nel film.
Sempre per la stessa casa editrice del cofanetto con la trilogia “quinqui” era stato edito il DVD di Cannibal man, brutto titolo (ma quello italiano è peggio… L’appartamento del 13° piano) di La semana del asesino (1972), film che apparentemente ha poco a che fare con i successivi trattandosi di una specie di horror con un serial killer improvvisato. Sì, perché Marcos, il protagonista, è un operaio che lavora in un macello di Madrid ed abita in una zona periferica e popolare della città, in una casa piuttosto isolata dal resto. Ne seguiamo la sua settimana infernale, dal lunedì al venerdì. Uscito con la sua giovane ragazza ha un battibecco con un taxista ed accidentalmente lo uccide. Questo omicidio che non ha il coraggio di portare davanti alla polizia, diventa il primo di una catena di altri cinque per coprire se stesso, ma la puzza della decomposizione dei cadaveri in casa diventa un problema… non trascurabile. Il film è un horror sui generis, non aggressivo ma pacato e quasi “normalizzato”, infatti a De la Iglesia importa principalmente l’ambientazione desolata, la condizione di asocialità e frustrazione del protagonista, il destino che ti acchiappa improvvisamente e ti conduce verso l’abisso. Una bella sequenza con colonna sonora jazz in cui il nostro si aggira sperduto in mezzo alla folla di frequentate vie di Madrid ce lo fa collegare ai coevi slasher underground indipendenti americani, roba da 42ma strada. Sono condivisibilissime le parole del già citato Pierre Eugene sui Cahiers n. 801 che valgono sia per la trilogia che per questo film apparentemente altro: “Se i personaggi di Eloy de la Iglesia rinchiusi dentro ad un guscio sociologico, pungolati dallo spettacolo dei colpi di forza cinematografici che li assalgono, in minore, disegna un’utopia: l’attrazione tormentata ma distratta, innocente, che passa tra questi corpi ridotti all’azzeramento esistenziale del non appartenere a nulla.” (voto 6+) Mi sembra evidente product placement i gelati Camy, più accidentale la pubblicità della Philips.