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CINEMA
25 Febbraio 2024 - 23:49

DIARIO VISIVO (Luis Bunuel)

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Gli ultimi tre film del maestro del surrealismo
DIARIO VISIVO (Luis Bunuel)

“Ho già detto (…) quanto mi attirino le azioni e le parole che si ripetono. Stavamo cercando un pretesto per un’azione ripetitiva, quando Silberman ci raccontò quello che gli era appena successo. Aveva invitato a cena delle persone, un martedì per esempio, dimenticando di dirlo alla moglie e dimenticando che quel martedì doveva andare fuori a cena lui stesso. Gli invitati arrivarono verso le nove carichi di fiori. Silberman non c’era. Trovarono sua moglie in vestaglia, all’oscuro di tutto, che aveva già cenato e stava per andare a letto. Questa scena diventò la prima de Il fascino discreto della borghesia. Bastava solo andare avanti, immaginare altre situazioni in cui, senza strapazzare troppo la verosimiglianza, un gruppo di amici cerca di cenare insieme e non ci riesce (…) Ci venne in aiuto il sogno, e perfino il sogno nel sogno. Inoltre sono particolarmente felice di aver potuto dare in quel film la mia ricetta del Martini dry”. Con queste parole di presentazione che si trovano nell’autobiografia Luis Bunuel dei miei sospiri estremi (SE Editrice) il regista racconta genesi e svolgimento del suo film del 1972 (e cita l’unico product placement del film, il Martini). Gli impedimenti alle tre coppie di amici molto borghesi (tra cui l’ambasciatore di uno stato immaginario) che pensano principalmente a far soldi spacciando droga dietro le loro legali attività, far sesso, bere e mangiare, sono dovute a situazioni le più bizzarre. Perché colti da impulsi sessuali i padroni di casa se ne vanno in un campo a… consumare, perché in un ristorante si scopre che in una stanza vi è il feretro del padrone del ristorante appena morto, perché una terrorista vuole uccidere l’ambasciatore, perché un altro ha finito tutte le bevande, perché un gruppo di soldati è in piena esercitazione proprio dietro la casa che li ospita, perché vengono tutti arrestati per le loro “seconde attività”. Il film poi è “riempito” da racconti e sogni macabri (un bambino uccide il patrigno forzato dal fantasma della madre, l’ambasciatore uccide a colpi di pistola un colonnello che lo ha ucciso, un gendarme torturatore ritorna come “zombi”…), il tutto per creare una gustosissima parodia surreale dei rapporti di classe e dello snobismo freddamente crudele degli arricchiti. Ce ne è anche per la chiesa, naturalmente quando si tratta di Bunuel, con un vescovo che si propone come giardiniere in casa di una delle famiglie borghesi e poi si vendica dell’assassino dei suoi genitori uccidendolo dopo avergli dato l’estrema unzione. “(Bunuel ndr) è un poeta che ha scoperto il segreto di dire le cose importanti nella maniera più semplice (…) Bunuel suggerisce che la vita stessa della borghesia occidentale, ai margini di un mondo in totale trasformazione, è un sogno sul punto di trasformarsi in incubo. E’ consigliabile godere questo racconto fantastico non preoccupandosi troppo di correre dietro ai simboli e ai significati: quando ne avremo bisogno per capire la vita che stiamo vivendo, i ricordi del film emergeranno da soli” scrive Tullio Kezich in una lucida analisi del film su Il Millefilm (Oscar Mondadori) (voto 7,5)

Il film probabilmente più surrealista di Bunuel, dai tempi de L’age d’or e de Un chien andalou (quando cioè il regista aveva una trentina d’anni) è Il fantasma della libertà (1974) (quando ormai ne aveva 74), ovvero il grandissimo regista ritrova il massimo della libertà di girare quel che vuole e voglia di farlo dopo quarant’anni, grazie al produttore illuminato e coraggioso Silberman. Il film è “episodico” come il precedente, Il fascino discreto della borghesia, ma stavolta non sono i sogni a scandire i vari capitoli del film ma un passaggio di testimone tra i personaggi da un episodio all’altro, come una ronde dell’assurdo. Surrealismo (frati che giocano d’azzardo tra fumo e alcol, camere invase da galline, struzzi e… postini durante la notte, carrarmati dell’esercito che cercano volpi, Adriana Asti che suona il pianoforte nuda, una moglie morta che telefona dalla… tomba, un mass murder “bretoniano”), situazionismo (foto proibite che si rivelano essere foto di chiese e monumenti, l’iconica scena del capovolgimento del regole borghesi tra defecazione che si fa in salotto con i water al posto delle sedie e nutrizione da nascondere rinchiudendosi in appositi stanzini per mangiare, una bambina data dispersa e ricercata alla presenza della bambina stessa, un condannato a morte che dopo la sentenza saluta e ringrazia tutti e poi se ne va senza problemi…), sessualità fuori norma (un giovane nipote vuole far sesso con la vecchia zia, un uomo chiama i clienti di un albergo nella sua stanza solo per farli assistere ad una seduta sadomaso con la moglie) in un film che procede per immagini “scandalose” per andare a colpire la rigidità dei comportamenti perché “la libertà è solo un fantasma” e la vera libertà, come diceva Bunuel, si raggiunge solo con l’immaginazione. “La libertà, che nella prima scena del film è una libertà politica e sociale (…) assumeva ben presto un altro significato, la libertà dell’artista e del creatore, illusoria quanto l’altra” così scrive Bunuel nella sua autobiografia Dei miei sospiri estremi edita in Italia da SE che puntualizza come “La via lattea, Il fascino discreto della borghesia e Il fantasma della libertà, che sono nati da tre soggetti originali, formino una specie di trilogia o meglio di trittico, come nel Medioevo. Nei tre film si ritrovano gli stessi temi, a volte anche le stesse frasi. Parlano tutti e tre della ricerca della verità, che bisogna fuggire appena si crede di averla trovata, dell’implacabile rituale sociale.” Anche stavolta lucide e precise sono le parole di Kezich nella recensione contenuta nel suo Millefilm: “Arrivando alla fama nell’età in cui gli altri vanno in pensione, il maestro spagnolo scivola in leggerezza sugli argomenti di sempre: e il suo discorso, anche quando sembra risolversi in una pirotecnica di paradossi, ha il tono allarmante dell’autentica saggezza.” (voto 7/8). Gitanes e Perrier su una tavola il misero product placement del film.

La femme et le pantin, romanzo di Pierre Louys, è stato più volte portato sullo schermo cinematografico o televisivo; la storia dell’affascinante femme fatale spagnola Conchita che fa impazzire d’amore un anziano e ricco possidente senza mai dargliela, approfitta della sua “generosità” e lo cornifica con un aitante giovane caliente, ha dato all’arte cinematografica almeno altri due capolavori, Conchita di Jacques de Baroncelli del 1929 con la conturbante Conchita Montenegro e Capriccio Spagnolo di Joseph Von Sternberg con la diva Marlene Dietrich, prima di Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977) ultima pietra miliare piantata da Luis Bunuel nella sua lunga e meravigliosa carriera di regista. Naturalmente la versione bunueliana è adattata all’immaginazione di Don Luis che intanto decide di dividere l’interpretazione della protagonista tra due attrici, Carole Bouquet dall’algida figura “nobile” e Angela Molina pasionaria e calorosa, per mostrare così la volubilità e la doppiezza della donna; poi introduce la vicenda come racconto su un treno tra attenti passeggeri, curiosi di capire perché Fernando Rey (il grandissimo Fernando Rey) abbia appena rovesciato un secchio d’acqua addosso ad una splendida ragazza alla partenza del treno; infine costella gli avvenimenti di attacchi terroristici, colpi di mitra ed esplosioni di bombe con quel tanto di surrealismo che non può mancare (ad esempio una zingara ha in braccio a mo’ di figlio un maialino). “Nel film, che racconta, molto tempo dopo L’age d’or, la storia del possesso impossibile di un corpo di donna, mi premeva instaurare un clima di attentati e d’insicurezza, lo stesso che conosciamo tutti in qualsiasi parte del mondo si viva” spiega Luis Bunuel in Dei miei sospiri estremi. Inutile dire che il film è meraviglioso e “ciò che colpisce maggiormente è la sua capacità (di Bunuel ndr) d’inventiva, per nulla esaurita. Se dissemina il film di attentati politici, altrettanti ne attua sul piano linguistico, a partire dallo sdoppiamento del personaggio femminile in due attrici diversissime che sembrano un’unica figura (…) Echi surrealisti dissacratori (…) attese frustrate tanto del personaggio quanto dello spettatore (…) esaltazione dell’irrazionale (…) ogni dettaglio è curato e contribuisce a perfezionare un meccanismo narrativo sperimentato altrove forse con più spirito d’avanguardia, ma con minore intelligibilità” come scrive il Mereghetti. (voto 8) L’agenzia di viaggio Crediviaje, Le Monde e il Martini tra il product placement.

STEFANO BARBACINI

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