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CINEMA
25 Febbraio 2017 - 11:07

DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI e dintorni)

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Il bacio (Jacques Feyder, USA, 1929)
DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI e dintorni)

Per finire la “deviazione” al di fuori dei confini francesi, mi rivedo Il bacio con il quale il regista Feyder abbandona il suolo della Marsigliese per altri lidi (nel 1928 accettò di firmare un contratto con la MGM). Il ventennio d’oro del cinema “impressionista” francese sta per finire ma la sua eredità si sentirà anche nel cinema del futuro, quello sonoro.

Il bacio è apparentemente un drammone hollywoodiano con omicidio (Greta Garbo fotografata flou come si vuole ad una diva del suo calibro è una femme fatale che, “moglie perfetta di un uomo che non ama”, prima fa innamorare di sé un importante avvocato, poi un giovane rampollo della buona società. Tutto ciò alle spalle del ricco e anziano marito ora in bancarotta e destinato a finire “sparato” lungo disteso nello studio di casa. Chi lo ha ucciso?) pieno di glamour, erotismo e colpa. In realtà Feyder nella sua prima fatica americana, riesce comunque a inserire quello che da sempre è stato il suo principale interesse, una critica alla società altoborghese, una società fatta di individui insoddisfatti, schiavi delle convenzioni sociali e disposti alla menzogna pur di difendere la loro posizione sociale.

Dovutosi adeguare ai canoni del cinema statunitense già codificato verso le grandi opere degli studios con enfasi ed esaltazione degli attori, non perde però il suo tocco come dimostrano la costruzione dettagliata degli ambienti, la sequenza del falso flashback della Garbo dopo la morte del marito che ci rende praticamente senza didascalie le difficoltà di “inventarsi” un ricordo diverso dal vero per adattarlo alla “bugia” che sta costruendo (luce accesa o spenta, finestre chiuse o aperte ecc…), e l’ironia che esplica tramite la deliziosa presenza di tre donne delle pulizie che commentano il processo mentre puliscono l’aula.

Secondo Peter Von Bagh (Derrière les silences, Cinegrafie n. 14, Le mani) però fu proprio la presenza della diva ad esaltare l’opera di Feyder. “Non pochi film famosi (…) sfiorano talvolta la noia a causa dell’inadeguatezza delle loro star-inadeguate a restituire quel senso dell’autentico mistero che può nascere tra le cose ordinarie (…) Ed è esattamente questo il punto che spiega perché Feyder sia così naturalmente stato il miglior regista della Garbo muta: aveva sviluppato tutti gli elementi come in un laboratorio, e aspettava solo la vera diva che occupasse il centro”

Product placement inesistente se si eccettuano le auto utilizzate.

STEFANO BARBACINI

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