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CINEMA
25 Gennaio 2024 - 13:18

TUTTI BEVONO ROLLING ROCK

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Il cacciatore (Michael Cimino, USA, 1978)
TUTTI BEVONO ROLLING ROCK

Difficile parlare di un capolavoro riconosciuto del cinema di cui ormai si è detto tutto il dicibile, analizzato, sezionato, recensito da centinaia di critici e studiosi. Andando a rivedere (ad uno Space cinema dove meritoriamente proiettano da qualche tempo classici restaurati) dopo poco meno di quarant’anni Il cacciatore (1978) di Michael Cimino al limite si possono confrontare i ricordi di un giovane cinefilo alle prime armi alla visione odierna di un sessantenne che di quel film rammentava il Vietnam, le gabbie in acqua e, naturalmente, la roulette russa finale.

Ma prima di ritrovare De Niro in stile Rambo prima di Rambo, c’è tanta roba. C’è l’acciaieria di Clairton, Pennsylvania dove lavorano (inferno che anticipa un altro inferno) gli amici prima di partire per la sporca guerra, c’è la comunità russo-ortodossa, c’è un matrimonio (di Steven/John Savage con Angela/Rutanaya Alda), c’è una festa girata magistralmente con larghi piani sequenza, molto alcolica e molto preveggente e prodomica ad un futuro che di festoso ha poco, c’è infine la caccia al cervo che dà il titolo al film.

Torniamo alla lunga sequenza della festa e vediamo come è strutturata, occhiate e balli ci mostrano rapporti tesi e ambigui tra i vari personaggi (principalmente si capisce come i due amici fraterni Nick/Christopher Walken e Michael/Robert De Niro amino la stessa donna Linda/Meryl Streep (probabilmente mai così bella nella sua carriera, brava sempre); poi Cimino ci anticipa quel che avverrà, due gocce di vino rosso sangue ci dicono che Steven avrà un futuro tragico, la promessa di sposare Linda da parte di Nick con la frase “se tornerò” corretta subito in “quando tornerò” non ci fa pensare ad un buon ritorno dalla guerra, la richiesta di un’altra promessa di Nick a Michael di recuperarlo e riportarlo a casa in caso di eventi negativi ci anticipa il ritorno di Nick in terra vietnamita dopo il rientro a casa (lui integro fisicamente ma completamente cambiato psicologicamente), l’incontro con un sergente di ritorno dalla guerra che risponde a tutto solo con l’esclamazione “in culo” ci anticipa i traumi che l’esperienza causa ai reduci.

Il film è diviso praticamente in quattro parti e una coda, la prima descrive la condizione operaia dei protagonisti e le loro radici, che cercano di minimizzare in favore del patriottismo e il sacrificio per gli Stati Uniti d’America, questa parte è conclusa con la festa e la battuta di caccia; la seconda descrive la guerra e l’incontro dei tre amici con gli aguzzini vietcong che li costringono a giocarsi la vita con la roulette russa, momento tesissimo ed esemplare per i successivi film sul Vietnam; la terza vede il ritorno a casa di Michael che si riavvicina a Linda e scopre le menomazioni subite da Steven e il mancato rientro di Nick, uno “studio” intimo sui disastri psicologici di quella guerra; infine la quarta con il ritorno di Michael a Saigon per recuperare un Nick ormai fuori di testa, sequenza caotica con la cinepresa che affonda nel magma umano e nella confusione della fine della guerra e finisce con la sfida alla roulette russa, momento indelebile nella storia del cinema, prima del finale funereo. Gran film anche rivisto oggi. Se proprio bisogna trovargli un difetto è proprio la parte dedicata alla caccia, quella tra l’altro da cui probabilmente è partita l’idea della struttura drammaturgica, che diventa commento morale ridondante (con John Cazale che gioca con la pistola come fosse un giocattolo senza capire cosa significhi sparare e uccidere, e rischiare la morte) e che se non ci fosse permetterebbe al film di essere un diretto al mento da knock-out, invece così ci aggiunge qualche ring di studio e schermaglie d’attesa. (Voto 8)

“Lungo ma non troppo lungo, questo lavoro sensibile, doloroso ed evocativo è ad alto impatto emotivo” scrive Maltin nella sua guida; “Film di taglio espressionista che alterna tempi dilatati (il matrimonio all’inizio,il finale col canto di “God bless America”) a scorci fulminei” il Morandini; “Magniloquente e appassionato ritratto dell’America degli anni Settanta, il film mescola abilmente commozione e crudeltà nel raccontare il tormento autodistruttivo che attanagliava gli Usa dopo la sconfitta del Vietnam”, Mereghetti; “Guidato da un De Niro in stato di grazia, l’intero cast si rivela formidabile al servizio di un film attraente e repulsivo, lancinante e contraddittorio” Tullio Kezich nel Nuovissimo Millefilm.

Per quanto riguarda il product placement, questo è praticamente monopolio della birra Rolling Rock, che poi non otterrà la stessa fama del film, che vediamo ovunque. Solo brevi flash di insegne per Air France, Coca Cola, Pepsi, Eagle supermarket.

STEFANO BARBACINI

 www.dysnews.eu