ANA KATZ. Una donna sola con un bambino di pochi mesi, il marito è lontano a girare un documentario su un vulcano, ai limiti dell’esaurimento perché il figlio non cresce, perché la sua vita non è come vorrebbe, perché forse l’uomo a cui si è accompagnata non è quello giusto. Al parco giochi incontra un’altra madre con cui diventa amica, ne apprezza la voglia di vivere, con lei riesce a lenire i suoi problemi. Però altre madri le dicono di stare attenta, intanto lei non è la madre del bambino ma la zia, in passato ha già “preso in prestito” un’auto senza il permesso, continua a chiedere soldi senza restituirli e pure una giacca. Liz, la donna, comincia a sospettare della nuova amica e di sua sorella: due truffatrici o due ragazze normali con i problemi di tutti? Deve lei accettare la richiesta di accompagnarle in auto in un paese a 116 km di distanza con la sua Wolkswagen? Attenzione, non ci sarà suspence, non ci saranno colpi di scena particolari, non stiamo parlando di un film di Hitchcock ma di un film della “minimalista” argentina Ana Katz e del suo Mi amiga del parque del 2015, un’arguta quanto semplice rappresentazione di donne, le loro nevrosi e frustrazioni, delle difficoltà di coniugare maternità e libertà individuale, delle difficoltà di giudicare il prossimo e delle paure quotidiane nel rapporto con gli altri e contemporaneamente del bisogno che se ne ha. (Voto 6+). A parte Wolkswagen e scarpe Nike nel film per i rapporti a distanza tra Liz e il suo compagno si usa Skype e computer Bangho, product placement di prodotto argentino.
Altro film che indaga tramite un tribolato rapporto di coppia la psicologia individuale di una donna è 99 lune dello svizzero Jan Gassmann. Storia non lineare della liaison amorosa tra una studiosa del comportamento animale (la disinibita Valentina Di Pace) per prevenire i terremoti e le eruzioni vulcaniche e un fricchettone (il selvaggio Dominik Fellmann) che aspira alla vita isolata in montagna ad allevar capre. Lei ha un rapporto tutto personale con il sesso richiedendo incontri a sconosciuti per farsi fare un cunnilingus indossando una maschera per poi abbandonarli sul posto. Lui, incontrata in questo modo lei, non vuole lasciarla andare e chiede di rivederla parlandole d’amore. Nel corso di vari periodi scanditi dal passaggio delle lune (a volte qualche mese, a volte vari anni) seguiamo lo sviluppo del loro rapporto. Entrambi troppo liberi e troppo possessivi sessualmente non riescono a trovare un sano bilanciamento. Lei cerca una fuga con un matrimonio “borghese”, lui vorrebbe un figlio e per questo la lascerà dopo averla reincontrata e portata tra le sue amate montagne. Sarà la volta di lui cercare in un'altra la costruzione di una famiglia ma l’attrazione quasi malata e principalmente sessuale dei due non si lenisce. Le parole del regista (il quale esplora le pulsioni sessuali in maniera piuttosto esplicita) che traggo dalla scheda di Ciak spiegano il suo interesse nel rappresentare le difficoltà di vivere la propria sessualità trovando il giusto equilibrio tra sesso e amore, tra voglia di libertà individuale e aspirazione alla tranquillità famigliare, tra istinto e ragione: “Per me l’amore rimane una sorta di potere anarchico in una società profondamente influenzata da principi economici. Non puoi scegliere di chi innamorarti, né puoi scegliere chi trovare sessualmente attraente. L’amore è pieno di segreti e di conflitti che mi affascinano come cineasta”. (Voto 6+). Poco product placement, un televisore Grundig e uno scatolone di Daarer bier a far fondo ad una masturbazione della protagonista.
WELLMAN. Tra i numerosi film girati ad inizio degli anni trenta, i cosiddetti pre-code, da William A. Wellman vi è anche il dramma esotico L’isola della perdizione (Safe in hell) (1931). Il regista affronta come sovente accade i problemi morali di donne perdute e la loro ricerca di riscatto. In questo caso è la Gilda di Dorothy Mackaill che vediamo ad inizio film prostituta e assassina dell’uomo che l’ha costretta al mestiere più antico del mondo. La speranza di riscatto sta invece in un marinaio innamorato che la raccoglie disperata e la porta su un’isola dei Caraibi dove non vi sono accordi di estradizione e dove Gilda può restare senza correre il rischio di finire in mano alla giustizia. Il problema è che il marinaio, che nel frattempo la sposa, deve tornare per mare e la nostra rinchiusa nella stanza di hotel ad attenderlo per giornate infinite non riesce, finendo preda di un manipolo di malviventi anch’essi in fuga dalla giustizia. Per mantenere la promessa di non tradire il marinaio si immolerà lasciandosi impiccare dallo sceriffo-boia locale piuttosto che cedergli. L’esotismo si riduce a qualche immagine del porto dell’isola, al sudore sui corpi dei personaggi e alle larve messe nell’acqua per difendersi dalle zanzare infette. Per il resto quasi tutto il film si svolge all’interno della locanda che fa da bar e hotel mischiando commedia e istinti malsani maltrattenuti. Tutti gli astanti, uomini, cercano di circuire “l’unica donna bianca dell’isola” mentre la nostra Gilda cerca di fronteggiarli come può fino alla fine tragica per salvare il proprio onore. (voto 6)
La filmografia del cileno Pablo Larrain, oltre che ormai corposa di più di dieci titoli e tre serie tv, è anche decisamente eclettica. Chi ne ricorda i primi film decisamente eccentrici come Tony Manero e Post Mortem, chi quello storico-politico di No i giorni dell’arcobaleno, chi quelli dei ritratti di donne famose come Jackie e Spencer, ma si potrebbe continuare perché altre opere vanno per filoni diversi. L’unico filo che li unisce è la qualità sempre alta delle sue opere. Non è insomma un eclettico ma altalenante come, ad esempio, Winterbottom. L’ultimo suo film è stato presentato a Venezia 2023 ed è una produzione Netflix. Sulla piattaforma è già da un po’ ed è una nuova sorpresa. Si tratta di un film che rende omaggio ai film vampireschi del passato ma impregnato di visione politico-grottesca. Infatti il protagonista, El Conde, il vampiro che dà il titolo al film, non è altro che un vecchio Pinochet ritiratosi in una villa gotica insieme alla moglie e ai figli. Ricordi di orrori passati della vita del dittatore cileno e del sangue “succhiato” popolo di quella nazione, avidità dei figli che pensano solo alla morte del padre per ereditare e l’arrivo di una suora alla villa con l’intento di impalare il nostro ma di cui lui si innamora riprendendo vigore (con litri di sangue naturalmente) e che poi seduce e vampirizza. Il clou dell’ironia e della ferocia di sarcasmo politico è quando si apprende che la madre di tale mostro è niente altro che… Margaret Thatcher, anch’essa vampira e inutile dire a quale sangue succhiato dalla lady di ferro si possa riferire il regista. Opera inaspettata, divertente e cattiva in uno splendido ed elegante bianco e nero. (Voto 6,5)
3 colpi di Winchester per Ringo (1966) è il primo western girato da Emimmo Salvi (personaggio dalle importanti collaborazioni e amico di Fellini ma non di grandi doti da regista) dopo qualche mitologico ed avventuroso-esotico (Sinbad, Alì Baba). Nell’enciclopedico Il était un fois… le western européen (Dreamland Editeur), Jean-François Giré nel breve articolo che ne parla, elogia la sceneggiatura dando un’interpretazione (forse un tantino eccessiva vista la qualità del film) psicanalitica tirando in ballo Edipo e l’attrazione omosessuale dei due protagonisti e citando il critico Jean-Marie Sabatier che lo ha definito: -il più curioso omaggio che lo “spaghetti-western” poteva rendere al romanticismo tedesco. Per fortuna a fine articolo riporta tutto al vero livello del film: “(…) è malgrado tutto una delusione perché la regia è davvero scadente, l’interpretazione è approssimativa, le scene di combattimento sfiorano il ridicolo.” In pratica la regia ha rovinato una sceneggiatura con potenzialità. Due amici entrano in contrasto a causa di una donna, uno, Ringo l’eroe, la sposa e dopo un incendio diventa cieco, l’altro, Frank l’antagonista, resta un avventuriero che si schiererà (ma la sua posizione resterà ambigua) al soldo del potente locale che farà uccidere la madre del primo per impossessarsi di alcune azioni bancarie. Poi Ringo tornerà a vedere e ammazzerà tutti per vendetta trovandosi faccia a faccia con l’ex-amico nel duello finale. La trama sembra intricata e piena di sostanza in realtà il film si risolve in sparatorie ripetute una dietro l’altra ad un ritmo esagerato e tutte mal coreografate. Non aiutano il film i due culturisti notissimi al cinema italiano di genere, Mickey Hargitay e Gordon Mitchell, non particolarmente plastici. (Voto 5)
Qualche anno fa la francese Bach films, casa editrice di dvd con interessi a 360 gradi sui generi cinematografici, fece uscire la collana Sexploitation, poi fermatasi a soli 5 titoli, per recuperare filmini il cui unico scopo era far vedere ragazze nude. Conosciuto come regista di short con striptease di Pin-ups, collaboratore e antagonista del più famoso, nel campo, Bunny Yeager, scopro da Wikipedia che ha avuto una vita ben più interessante che quella di mero sfruttatore del voyeurismo. Fu pilota nella Seconda Guerra Mondiale, poi prigioniero di guerra e in seguito arrivò al cinema come manager di Errol Flynn. Quindi una carriera intensa poi sfociata nel redditizio campo della sexploitation. Perdo tempo a scrivere di Mahon perché del suo film che ho visto della collana Bach, Good time with a bad girl (1967) c’è ben poco da dire. L’esile trama (un anziano e ricco uomo d’affari annoiato dalla sua vita con moglie e due figli grandi, si trova bloccato a Las Vegas dove incontra la sedicente diciottenne Susan, ragazza disinibita e un po’ approfittatrice. Passa una giornata e una nottata con lei ma poi il sodalizio si rompe quando, invitati ad una festa, questa si rivela un’orgia in cui Susan si trova perfettamente a suo agio e lui decisamente no…). Si potrebbero citare Detour o La voglia matta ma non ne vale la pena. L’unico interesse di Mahon è quello di farci vedere le grazie burrose (siamo lontani dalla perfezione dei fisici odierni) di Susan Evans (che negli anni sessanta ha partecipato a vari film del genere) e di sue “colleghe”. (voto 4,5) In giro per Las Vegas la camera di Mahon riprende varie insegne di locali come Denny’s, The Mint, Carousel, Casino Thunderbird e il product placement di brand contempla Alamo Airways, Eja aerei, Texaco, Golden Nugget e J&B.
Debbie does Dallas (1978) fa parte della golden age of porn, quando il porno era casereccio e interpretato da donne e uomini “pelosi”, con fisici normali e peni, seppur grossi, spesso non proprio pronti al punto giusto. E’ uno dei film che insieme a Gola profonda, Behind the green door, The Devil in miss Jones, Misty Beethoven vengono sempre citati nelle storie del cinema hard. La storia (allora c’era una storia nei film porno…) è più semplice che non quella dei film precedenti (in particolare quelli di Gerard Damiano e Alan Metzger erano piuttosto curati da questo punto di vista). Debbie (Bambi Woods, nata Debra De Santo) vuole andare a Dallas per non perdere una grossa occasione per la sua vita ma non ha i soldi. Le amiche dell’Università e cheerleaders della scuola, faranno di tutto per aiutarla accettando lavoretti per l’estate: bibliotecaria, lavamacchine, commessa, raccattapalle… ma capiranno presto che per mettere insieme la somma altri sono i servizietti che servono e vi lascio immaginare quali. Aria sbarazzina e divertente, rapporti sessuali realistici e non da ginnaste del sesso, fu girato in modo pirata all’interno dell’University of Brooklyn quando non c’era nessuno rischiando di essere scoperti in ogni momento e fu denunciato dalle Cheerleaders di Dallas per averle disonorate con questo film. (Voto 6) All’interno del negozio di articoli sportivi dove viene assunta come commessa “tuttofare” Debbie si vedono prodotti Adidas, Everlast e Wilson, Debbie indossa jeans Lee.