Insectasy (2026), presente nella sezione Freakshow del Tohorror 2026, arriva dal Canada ed è stato presentato dalla meravigliosa attrice protagonista Tirion Healy, la quale non si è fatta troppi problemi a recitare scene di sesso con… grilli, tarme e blatte… Infatti, il film diretto da Angus Silver, è una disanima decisamente originale della sessualità femminile. Sadie riesce ad avere orgasmi solo quando sente su di sé le zampette degli insetti e diventa sempre più esigente arrivando ad introdurseli direttamente nella vagina. Non che abbia difficoltà ad avere rapporti con esseri umani, maschi o femmine (d’altronde la sua bellezza non è indifferente), ma probabilmente la sua ritrosia alla socializzazione e alle convenzioni sociali la bloccano. Solo con gli istintivi e laboriosi (e taciturni) insetti trova il proprio io. Film bizzarro sicuramente che si accoda ai body horror di ultima generazione che guardano alla donna come corpo protagonista e non più da utilizzare dal maschio, è girato richiamando lo stile pop tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, quello che dal free cinema inglese arriva fino al giallo thriller italiano, sia nella ricerca visiva con alterazioni dei colori in questo senso (ma con tratti psichedelici ed utilizzando spesso la macrofotografia per riprendere gli insetti), sia nelle acconciature e nei vestiti indossati dalla Healy. Un film che ha solo il difetto di essere un po’ troppo verboso in alcuni punti ma sicuramente interessante per chi lo vuole recuperare. (voto 6/7)
Quando si cerca di voler esagerare con il grottesco e il bizzarro nel cinema, la linea tra ottenere qualcosa di geniale nel genere o produrre una cazzatona è veramente esile. Qui al Tohorror 2026, nella sezione Freakshow, ne abbiamo avuto un esempio del primo caso (Fuck my son!) ed una del secondo, ovvero il giapponese Amazing monster (2026). Se guardiamo alla trama il film poteva avere dei punti da marcare. Ambientato in una setta fondata da Lord Gonzo in cui si venera Dio e un Pollo…, è guidata da un’anziana che vorrebbe le proprie figlie e nipoti come ragazze-santuario, una specie di vestali. La vita nella cittadina di Hallelujah town dove vive la setta si vive di regole, divieti, preghiere, canti, lavoro e mangiando solo le uova del Pollo… Vi è una porta che non si può passare perché porta all’inferno. Quando una nipote la varca diventanto una ragazza-santuario metal (!!), questa scopre che “l’inferno” non è altro che il nostro mondo con i suoi piaceri (qui non si mangia un uovo ma si mangia l’intero pollo arrosto e saporito…) e i suoi difetti (violenza, corruzione ecc…). Il problema se è meglio un mondo regolato, pulito, in cui non si conosce la violenza, asettico e illiberale o un mondo libero ma soggetto al vizio e al crimine è certamente interessante (se non nuovo al cinema partendo da L’uomo che fuggì dal futuro…) ma è come è stato realizzato il film che si rivela un disastro. Il regista vi mette dentro di tutto raggiungendo livelli di demenzialità da rivaleggiare con le peggiori parodie americane (e non capirò mai come i giapponesi, ed evidentemente anche gli occidentali a questo punto, visto che questo tipo di film arriva spesso nei festival di genere…, come possa essere divertente vedere attori adulti recitare come se fossero bambini scemi) e la differenza con l’altrettanto demente, ma in senso cinematograficamente positivo, film citato, Fuck my son!, sta ad esempio nell’utilizzo delle musiche, le canzoni sono numerose in entrambi i film, ma se nell’americano si scimmiotta intelligentemente i musical hollywoodiani, qui si imitano le inascoltabili giovani star pop del Sol Levante… (voto 5-) Se nel film il product placement latita fino al finale, si esibisce quando la ragazza giunge nel mondo esterno, tra i grattacieli si scorge Starbucks e tante altre marche in ideogrammi…
Periferia di una grande città francese, nella banlieue tra una popolazione di dimenticati colored e arabi, tra delinquenza e polizia repressiva, si staglia un grattacielo bruciato e disabitato che porta dietro di sé una storia di morte e violenza. Pare però che ancora qualcuno vi sia dentro e la sparizione di un poliziotto mette all’erta alcuni giovani che, incautamente, vogliono capire chi vi può essere nascosto… Dovranno fronteggiare tra i piani e le stanze piene di rottami, mobilio distrutto e sporcizia, un feroce assassino… I due registi Chabane e Jourdain-Rhodes in Kraken (2026-in concurso al Tohorror 2026) raccontano una storia action che non ha nulla di originale ma che viene trattata con una certa potenza visiva alternando momenti Pov a montaggi rapidi, mostrando una violenza grafica notevole e un’inquietante colonna sonora di musica dissonante. Non manca anche un po’ di ironia e un substrato politico-polemico. (voto 6) Il personaggio “comico” della storia indossa una tuta Nike “di colore della Fanta” ottenendo in una sequenza un doppio product placement. Poi troviamo Netflix ma non ci stupisce visto che il film è una sua produzione.
Altro film in concorso al Tohorror 2026 è The peril at Pincer Point (Uk, 2026), anche questo diretto da due registi. L’inizio è un omaggio metacinematografico ai film di animali giganti degli anni ’50 del Novecento, ma poi diventa la storia di un’ossessione, quella di un tecnico del suono inviato in un paesino sulla costa, dal regista del film incentrato su dei granchi giganti che abbiamo visto all’inizio, per cercare il suono della voce di una donna che però è scomparsa. Quando il nostro viene a conoscenza di una leggenda che coinvolge fantasmi di marinai e del suono “che solo le anime possono sentire” ne diventa ossessionato e vuole catturarlo con i suoi strumenti, disposto a sacrificare anche la vita. Il film mantiene per tutta la durata un aspetto piacevolmente retrò, in rigoroso bianco e nero, con gusto postmoderno. Un piccolo film da gustare come quando si ritrovano i sapori dei manicaretti che ci faceva la mamma… (voto 6+) Il celebre manifesto vintage art-deco dello Chamagne Rochegré ci riporta agli anni di inizio secolo, ma le All stars ai piedi del protagonista e un registratore Decca sono product placement della modernità.
Quest’anno al Tohorror 2026 vi è la sezione retrospettiva che si occupa degli intrecci tra sesso e cinema di genere. Tra i film selezionati (Henenlotter, Borowczyk, Miike, Svankamajer gli altri autori scelti) vi sono anche due porno appartenenti alla Golden Age of Porn. Due pietre miliari del primo porno quello che aveva una qualità immaginifica e narrativa mai più ottenuta in seguito. Il primo visto è Café flesh (1982) di Stephen Sayadian che come regista hard si firmava Rinse Dream. E’ una perla rara nel panorama del genere ed è stato scelto perché è un porno fantascientifico. Siamo in un mondo post-nucleare in cui le radiazioni hanno modificato il genere umano dividendolo in due categorie: quelli negativi sessuali, che non possono più copulare a rischio della vita, e quelli positivi che invece possono continuare a godere del sesso ma, essendo solo l’1 per cento della popolazione mondiale, sono praticamente costretti ad avere rapporti di fronte ai negativi per dar loro soddisfazione (più frustrazione in realtà…) almeno voyeuristica. Il luogo più famoso dove si tengono gli spettacoli hard dei positivi è il Café flesh. Il film è così una serie di scene su un palcoscenico con un pubblico di “negativi” che partecipa alla storia (un po’ come in Behind the green door). La visionaria concezione del film da parte di Sayadian pesca dal teatro, principalmente dal cabaret, dal varietà e dal teatro dadaista (vi è una scena con braccia e mani che escono dal palcoscenico, altre in cui i performer indossano maschere da topo o da… matita), ma anche dai videoclip della nascente MTV. Le coppie o i trio che fanno sesso reale sono sempre accompagnati da comparse bizzarre (uomini vestiti da neonato che fanno uno strano balletto, ballerine, una dattilografa che ripete sempre la stessa frase, una donna sotto un casco da parrucchiera, tutte rigorosamente nude) e da tanta musica. Un individuo un po’ punk e un po’ drag queen presenta in modo bislacco e invadente gli spettacoli e i rapporti sessuali sono piuttosto corti e sempre “disturbati” da un montaggio che manda immagini di volti del pubblico o dei caratteristi sul palco. Il film è visivamente splendido con una fotografia glamour (sembra, a tratti, di essere di fronte al technicolor di un film di Douglas Sirk) e davvero unico nel suo genere. Protagonista, con il nome di Pia Snow, non è altri che Michelle Bauer che poi diventerà una delle più famose scream queen del cinema di serie b. E’ uno dei porno degni di stare nei primi cinque posti qualitativi del genere di tutti i tempi. (voto 7,5) Non vi è product placement specifico ma un pacchetto di sigarette Lucky Strike si intravede spesso su un tavolo del locale.