Viaggio nell’inferno della sanità iraniana nel periodo dello Scià per Dariush Mehrjui che porta, nel 1974, sullo schermo un racconto di Gholam-Hossein, Dayereh-ye mina (The cycle, 1974). Un ragazzo porta all’ospedale il padre malato, ma nonostante venga riscontrato che è grave non è così semplice entrarvi. Aiutato da una bella infermiera che lo prende a ben volere (anche in senso… sessuale), lui e il padre si accampano all’esterno della struttura sfamati e accuditi dall’infermiera. Nel frattempo Alì (così si chiama il ragazzo) comincia a frequentare l’ospedale e a capire le dinamiche su come viene gestito. Scoprirà, ad esempio, che un dottore ha messo in piedi un’attività di donazione sangue a pagamento da rivendere all’ospedale lucrandoci sopra. Alì si offre di aiutarlo e comincia a raccattare poveracci dagli slump e a consegnarli al medico senza scrupoli che preleva il sangue, in un sotterraneo umido marcio in mezzo alla sporcizia e senza controllare nulla. Infatti il sangue arriva all’ospedale infetto ed un professore più deontologicamente corretto si mette contro al traffico per salvare vite. Ma la burocrazia, e la spietatezza di chi ci guadagna, fanno di tutto per non permetterglielo. Alì entrerà sempre più nel meccanismo (mette in piedi anche un traffico di cibo da strada utilizzando gli scarti della cucina dell’ospedale) senza alcun impedimento morale. Comincerà a guadagnare bene senza pensare alle vite in pericolo (anzi propone di far morire qualche paziente per dar la colpa al professore che si è messo contro) e senza più pensare al padre che intanto muore solitario… Alla fine Alì finirà percosso da amici del padre e finirà a strisciare nel fango, quel fango in cui sta immergendosi non solo fisicamente ma anche moralmente. L’ospedale è rappresentato come un girone infernale mal gestito tra corruzione e approssimazione; il regista indugia (ma neanche tanto, più che altro ci “documenta”) su paesaggi aridi e semidesertici e volti rugosi, malati, sporchi che emanano odore di povertà, volti che mostrano la loro disperata rassegnazione. Come scrive il curatore Khoshbakht sul catalogo del Festival del cinema ritrovato di Bologna 2026: “Il film ci introduce così in una società affetta da una sepsi economica, sociale e culturale – una società che, nel tentativo di curarsi, finirà per tagliarsi i polsi con la Rivoluzione del 1979” (voto 8) Sigarette Winston l’unico possibile product placement del film.
L’esperienza con il narratore benshi a commentare un film di Daisuke Ito, viene ripetuta con la proiezione dell’unico film del periodo muto del regista ad esser stato ritrovato completo: Oatsurae Jirokichi koshi (1931). Questa volta con l’aggiunta di due musiciste giapponesi dal vivo (assieme al pianista, naturalmente) creando un’esperienza sensoriale completa notevole. Ormai abbiamo individuato quali sono gli interessi che Ito vuole rappresentare nei suoi film: un antieroe che è un bandito dal cuore buono o comunque un uomo di umili origini con uno spiccato senso dell’onore e della giustizia, da contrapporre a nobili e notabili che, invece, si rivelano avidi e disposti a tutto per ottenere denaro e potere. Poi vi sono le donne. Poca attenzione alle “ricche”, ma molta a quelle nate in condizioni di povertà, costrette a diventare geishe o concubine, comunque al servizio e sottomesse agli uomini. Così è anche in Jirokichi the rat (titolo internazionale). L’eroe è il “solito” ladro alla “Robin Hood”, ricercato dalla polizia, il quale fa innamorare di sé due sorelle. La prima costretta dal fratello a fare la geisha in un locale, l’altra che lo stesso fratello vorrebbe “vendere” ad un vecchio ricco… Amore, soprusi, sacrificio e morte in un film che fin dalla carrellata laterale iniziale si presenta come pieno di azione ed avvenimenti. Molte sono le sequenze suggestive nel film, dalla caccia al bandito con gli inseguitori che si manifestano solo con le lanterne luminose che sorreggono nella notte, alcuni primi piani “drammaticamente hollywoodiani” e una splendida luna nel cielo… (voto 6/7)
Il film Protsess o tryokh millionakh (Il processo dei tre milioni, 1926) di Yakov Protazanov è una critica parodica del capitalismo, fin troppo facile e scontata da film di propaganda. Si parla di un “paese borghese”, probabilmente l’Italia, in cui vivono tre ladri, un poveraccio topo d’appartamento, uno più raffinato tipo Arsenio Lupin e… un banchiere. La tesi del film sostiene che anche tra i ladri vi sono differenze di classe, il primo, sempre considerato un disgraziato da maltrattare, diventa famoso e coccolato da carcerieri e stampa quando sembra che abbia rubato tre milioni al banchiere (invece è stato “Lupin”). Ma il ladro maggiore è il banchiere stesso che (assieme a religiosi altrettanto avidi capitalisti) sfrutta il calo produttivo di alcune terre di contadini di cui si appropria e rivende, appunto, per tre milioni. In pratica la dimostrazione del detto brechtiano “il vero ladro non è chi rapina una banca, lo è chi la fonda”. Sarebbe robetta propagandistica se il talento di Protazanov e dello scenografo costruttivista Isaak Rabinovich non si dimostri tale. Il lavoro di Rabinovich permette al regista di costruire splendide immagini armonico-geometriche. In particolare da ricordare la scena del ballo e quella del tribunale “kafkiano”, sequenza che si conclude con un montaggio frenetico per mostrare l’avidità del denaro, la “dittatura” dell’accaparramento, della proprietà. Vi si sentono anche echi vertoviani quando la notizia del furto finisce sui giornali: in un film americano avremmo visto subito le varie copie dei giornali che uscivano con i titoloni, Protazanov prima di questo indugia a mostrarci la macchina, gli ingranaggi e i rulli delle rotative come in un documentario di fabbrica. (voto 7-)
Come chiede il curatore della sezione “Cento anni fa” del Festival del cinema ritrovato di Bologna 2026 Oliver Hanley al pubblico di cinefili della sala Mastroianni: chi conosce Charles R. Bowers? “Per decenni Charley Bowers è stato il Signor Nessuno del cinema comico muto, così dimenticato che quando i suoi cortometraggi cominciarono a riemergere, negli anni Settanta, nessuno aveva la minima idea di chi fosse. Così unico da non avere seguaci, Bowers costituiva un genere a sé.” (Steve Massa dal catalogo del festival). Con Now you tell one (1926), un corto di venti minuti, ne apprezziamo la genialità. Lo stesso Bowers interpreta un ingenuo inventore che scopre un preparato chimico che fa sviluppare la vegetazione in modo esageratamente subitaneo e gigantesco e, se si fanno i giusti innesti, può far nascere qualsiasi cosa, da un albero di Natale ad un… gatto. Purtroppo quando presenta il miracoloso prodotto a chi può esserne interessato (fattori per lo più) ha la scalogna di fare danni e non viene preso in considerazione, addirittura il suo racconto diventa ambito per… la più grande menzogna d’America. Il film è un incrocio del cinema di Buster Keaton (a cui Bowers assomiglia) e delle “mirabilie” di Melies (Bowers gestisce perfettamente il passo uno e gli espedienti tecnici del maestro francese). La sua comicità non si appoggia semplicemente alle buffe e impacciate azioni del protagonista, ma gioca con l’assurdo. Tanto per dare qualche esempio: un topolino impugna una mini-pistola per affrontare un gatto; il padrone di casa per scacciare i topi utilizza varie scope, quelle di scorta gli vengono date da un… caddy che lo segue come fossero mazze da golf; lo stesso uomo lo troviamo attaccato al tetto a testa in giù sempre nella lotta conto i fastidiosi animaletti… Un concentrato di invenzioni divertentissime e sorprendenti. (voto 7)
Ancora un film di Daesuke Ito completa la giornata festivaliera. Oedo gonin otoko (Five men of Edo, 1951) è un classico del cinema di samurai giapponesi. Si rappresenta uno scontro tra gli hatamoto, un gruppo di samurai e ronin che dettano legge sulle città con metodi anche violenti, e il popolo, a cui capo si mette il saggio ed esperto Chobe (Tsumasaburo Bando all’ultima partecipazione ai film di Ito prima della disgraziata morte che lo ha raggiunto un paio di anni dopo), un impresario teatrale che tiene testa ai prepotenti usando cervello e parole più che la spada. Quando Jurozaemon Mizuno, designato capo degli hatamoto, uccide la sua giovane concubina con un pretesto assurdo (un piatto, seppur di valore, rotto), il giovane e impulsivo delfino di Chobei fa mettere, provocatoriamente, in scena la crudele storia dell’omicidio con espediente shakespeariano. Questo atto causa la rabbia e la vendetta degli hatamoto che vengono fermati, prima di un possibile massacro, dal sacrificio di Chobei, in un finale che sembra più appartenere al cinema di yakuza (gli hatamoto ne sono gli antenati storici…) che con quello di “cappa e spada”. Tadao Sato vede nel film “una delle espressioni della reinterpretazione moderna della classe dei samurai a cui Daisuke Ito lavorava da tempo, nonché un esempio della tendenza del cinema in costume postbellico ad assumere una posizione critica nei confronti del feudalesimo.” (dal catalogo del festival). (voto 7,5)