In She devils on wheels dopo il The end classico con la polizia che arresta il gruppo di motocicliste Maneaters vi è una coda che ribalta la situazione. Non vi erano abbastanza elementi per trattenere le ragazze ed ora se ne vanno nuovamente con le loro moto a seminar panico. Le due leader si approcciano alla camera e ci sciorinano il loro motto: “Noi non dobbiamo niente a nessuno, non facciamo compromessi. Noi siamo ragazze vagabonde in moto, e noi siamo Maneaters su ruote”. Un inno di libertà e di nessuna conciliazione con la morale comune.
Il film di HGL che come al solito capisce subito le correnti che si sentono nell’aria e si butta sul genere “girls gang on wheels” sdoganato da Tura Satana e Russ Meyer un paio di anni prima e nel 1968 evidentemente molto richiesto dal pubblico dei drive-in visto che in quell’anno sono usciti anche The mini-skirt mob (Maury Dexter) e The Hellcats (Robert F. Slatzer), anticipando tra l’altro l’anarchia sessantottina di Easy rider.
Ma torniamo al finale del film, un finale senza compromessi in cui le nostre motocicliste difendono il loro stile di vita amorale vendicandosi del leader di una gang maschile con cui avevano già scambiato pugni e calci (lotta finita con i maschietti a terra pesti e annaffiati, ahimé fuori campo, dal piscio delle ragazze), dopo che questo aveva massacrato una giovane nuova adepta riducendola ad un “hamburger”. La vendetta è truce e del tutto in stile HGL dato che a bordo di una moto, caduto in trappola, gli viene tranciata di netto la testa dal collo a causa di un filo di acciaio teso sulla strada a bella posta dalle terribili motocicliste. Subito dopo si ha il cedimento di Karen che decide di rinunciare all’amore “tradizionale” per unirsi alle compagne definitivamente nonostante i rischi che ne conseguirebbero (fantastica la serie di primi piani sulle rozze motocicliste con facce dure e occhiali da sole, scegliere loro è veramente una scelta contro ogni convenzione per lei che invece è graziosa e pulitina). Karen infatti rappresenta il lato “conservatore” del sistema, si ritrova in mezzo alla gang senza una vera convinzione e cerca costantemente un rapporto d’amore “normale” prima con Billy (che farà una brutta fine) e poi con Ted, un robusto wasp che la porterebbe probabilmente alla sicurezza di una vita di famiglia, casa e figli.
Un finale decisamente politically uncorrect in cui la nostre sono convinte del loro agire nel difendere il loro stile di vita che ribalta il maschilismo della normalità. Infatti sono loro che periodicamente si ritrovano in un locale in cui si raggruppano giovani maschi prestanti tra cui loro scelgono lo stallone di giornata. Solo sesso, vietato innamorarsi, pena il trascinamento sul selciato dello “stallone” legato ad una moto.
Le ragazze fumano come turchi, si danno ad orge, seminano panico nei paesi, fanno gare di velocità su moto roboanti, picchiano e uccidono chi si mette fra di loro.
Un film femminista all’estremo che ha l’enorme difetto di essere gestito male da Lewis che gira sporco lasciando andare la camera anche dove ci sarebbero voluti stacchi di montaggio per velocizzare un po’ il ritmo. Le interpreti sono vere motocicliste e se il film per ciò ne guadagna in veracità e caratterizzazione ne perde in recitazione e fluidità. Però come non voler bene ad un film che inizia con la fenomenale Get off the road scritta dallo stesso Lewis ed eseguita dalla band del figlio poi portata al successo degli indimenticabili Cramps?
La cicciona del gruppo si vanta della sua Harley all’inizio e il product placement potrebbe finire qui se non vogliamo contare un distributore Texaco inquadrato ai margini ed una veloce carrellata su alcune attività di un paese di provincia.