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CINEMA
23 Giugno 2024 - 08:14

FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA 2024

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Giorno 1
FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA 2024

Marlene Dietrich, forza dirompente del cinema è la sezione omaggio alla grande diva tedesca e hollywoodiana del Festival del Cinema Ritrovato di Bologna 2024. Oltre ad alcuni dei suoi film più acclamati (principalmente quelli diretti da Von Sternberg) sono state inserite in programmazioni anche alcune chicche dei suoi primordi. In Café Elektric film di Gustav Ucicky del 1927, in pieno periodo di maturazione artistica del cinema muto, duetta con Willi Forst, colui che l’ha portata prima sul palcoscenico e poi al cinema, attore e poi regista viennese, star della commedia musicale a tempo di valzer austriaca, sprigionando un erotismo esplosivo. Attorno al Café Elektric, locale notturno in cui bazzicano truffatori, ladri, uomini benestanti in cerca di sesso, prostitute, si intrecciano le vicende del personaggio di Frost, ladro, sanguisuga e pappone, ma dal fascino irresistibile, di Marlene, figlia di un ricco imprenditore con cui ha un rapporto conflittuale, innamorata fino all’autodistruzione di Forst, di una prostituta, Nina Vanna, la protagonista del film messa in secondo piano dall’esuberanza fisica ed attoriale della Dietrich, prostituta che vuol cambiar vita, di un impiegato dell’imprenditore innamorato di entrambe e di altri personaggi secondari tra invidie, compravendita di prestazioni sessuali, sottomissione psicologica, ricerca di redenzione. Un girone infernale umano, tanto umano. Purtroppo il film, in bella copia restaurata, manca del finale andato perduto (6,5) Auto Auburn, vino Johan Kallus e Rossbacher bitter il product placement nel film, ben evidente in molte scene.

Altra retrospettiva del Festival è quella dedicata ad Anatole Litvak, uno di quei registi (come già Rouben Mamoulian e Hugo Fregonese, presentati negli anni precedenti) dalle grandi qualità ma non famosi come meriterebbero. Litvak fu regista apolide, nato in Russia da genitori ebrei, poi giramondo tra Berlino, Parigi, Londra e Hollywood. Il primo film che ci è stato proposto sugli schermi della Cineteca è The amazing Dr. Clitterhouse (Il sapore del delitto) del 1938, black comedy che vede tra i protagonisti Edward G. Robinson (immenso), Claire Trevor e Humphrey Bogart. Robinson è uno scienziato che vuole studiare i comportamenti criminali e per far questo si improvvisa ladro di gioielli e fa in modo di entrare in una banda capitanata dalla ricettatrice interpretata dalla Trevor e da Bogart, cattivissimo ed invidioso della “classe” del “professore” che lo mette in ombra di fronte ai suoi uomini e alla donna. Tra ironia (Robinson che si “lavora” solo con la dialettica i poliziotti è tutto da vedere) e momenti più noir (a tratti Litvak ha lampi espressionistici), il regista non lesina ad inserire una critica sociale. Scrive Eshan Khoshbakht, il curatore della retrospettiva, sul catalogo del festival: “Litvak (…) sperimentava con l’idea della falsa identità come mezzo per superare le barriere di classe e svelare i tanti strati sotto cui un uomo può nascondersi”. (voto 6/7). Un furto commesso dalla banda riguarda pellicce della Vogue Furs, placement per la nota rivista?

Lucretia Lombard di Jack Conway è un altro film muto del 1923 meritoriamente mostrato al Festival del Cinema Ritrovato con copia imbibita di colori spettacolari; narra della protagonista (la Lucretia del titolo interpretata da Irene Rich), una donna mal maritata con un vecchio paralitico e dispotico che, alla morte di lui, si lascia prendere da una travolgente storia d’amore (“inarrestabile come lo scorrere di un fiume”) con un procuratore già fidanzato dell’amica Mimì (una frizzante Norma Shearer non ancora quella diva che diventerà anche nel periodo del sonoro). Melodrammone con finale in cui esplodono gli elementi, tra boschi e case che vanno a fuoco e esondazioni di fiumi, Conway riesce a creare una serie di scene travolgenti che gareggiano in spettacolarità con l’Agonia tra i ghiacci di Griffith (voto 6,5)

E ancora una personale, quella del giapponese Kozaburo Yoshimura viene presentata dal Festival. Abbiamo visto in questa prima giornata Itsuwareru Seiso (Clothes of deception, 1951) ambientato a Kyoto dopo la Seconda Guerra Mondiale nel quartiere di Gion, dove prosperano le Geishe e i loro protettori. Protagoniste sono due sorelle, una che lavora come Geisha nella sala da té della madre e l’altra che non ha seguito la stessa strada ma fa un lavoro “normale”. Entrambe cercano una via per l’emancipazione dal peso delle tradizioni sociali, la prima andando con chiunque (e non solo con un paio di protettori come di solito accade) per dominare gli uomini con il suo corpo e estirpar loro il più congruo gruzzolo possibile, l’altra cercando di convincere l’amato ad andarsene verso Tokyo per una vita migliore nonostante l’uomo, molto meno coraggioso, tentenni. Un film che esplora con tecnica elegante il contrasto tra vecchie tradizioni secolari e la ventata di modernità portata dai “dominatori” americani e quello tra donne e uomini che comincia a vedere le prime alla ricerca di un’indipendenza personale. (Voto 7) Insistentemente inquadrata in primo piano una birra giapponese, ma nel product placement del film entrano anche Vat 69 e liquore Banzai.

Rivedere sul grande schermo, dopo cinquant’anni Sugarland Express (1974) di un giovane Steven Spielberg è stato un piacere. Un frenetico road movie che non manca di qualche momento di intimità sopraffino, e che sviluppa un inseguimento infinito da parte di centinaia di auto della polizia ad una che è stata sequestrata da due giovani svitati (soprattutto la lei, interpretata da un’irresistibile Goldie Hawn) insieme al poliziotto che la guidava. Il motivo è, da parte dei due, poter percorrere buona parte del Texas per giungere a Sugarland dove il figlio della coppia è stato dato in affido, d’imperio, ad una famiglia di quelle parti. Senza pensare alle conseguenze la corsa sfrenata e suicida dei giovani viene accompagnata da folle di gente che vedono eroismo nella madre che vuole recuperare il figlio, da cecchini della polizia pronti a colpire, un capitano che non sa come agire empatizzando sotto sotto con i fuggitivi e anche alcuni fascistoidi che vogliono far “caccia grossa” sui due. Spielberg ai primordi faceva già film d’azione ma con i crismi del B movie, non era ancora quello dei kolossal supercurati e superspettacolari, ma anche qui, nonostante il fascino dell’american way of life sia indiscutibile come la capacità registica di Spielberg, il nostro un po’ sbraga in vari momenti, ma si sa che la “misura” non fa parte del bagaglio del “padrone di Hollywood”. (voto 7) Il product placement più appariscente del film lo troviamo nel finale con un enorme pannello dedicato alla birra Lone Star, ma già in precedenza si possono elencare varie brand di carburanti (Gulf, Exxon, Arco), auto (Chevrolet, Ford) e, soprattutto, Coca Cola.

STEFANO BARBACINI

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