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CINEMA
22 Novembre 2020 - 01:03

LA CONDANNA ARRIVA SU YOUTUBE

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A shot through the wall (Aimee Long, USA, 2020)
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Un poliziotto sinoamericano durante l’inseguimento di un sospetto estrae la pistola da cui parte accidentalmente un colpo che, attraversando una parete, andrà a colpire e uccidere un ragazzo di colore. Questo è l’avvenimento da cui parte il film seguendo le vicende del poliziotto accusato di omicidio di secondo grado ma, soprattutto, di omicidio razzista. Il giovane anch’esso figlio di immigrati e domiciliato da sempre a Brooklyn dove la convivenza con la gente di colore è normale, tanto che la sua fidanzata è afroamericana, si ritrova in un incubo tra sensi di colpa, difese da accuse ingiuste e la reale possibilità di finire in carcere.

In qualche modo “A shot through the wall” presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2020 online edition è un film a tesi. Da una parte una generazione, quella degli afroamericani, che si sente demonizzata e per questo tra giuste recriminazioni rischia di travalicare facendo diventare tutto una questione di razzismo anche quando probabilmente non la è; dall’altra un ragazzo con un’arma in mano e quel po’ di potere che gli dà la divisa, commette un errore per inesperienza ma anche per paura e per le pressioni dovute alle storture di una società violenta e sclerotizzata ed è costretto a ripensare alla propria vita. Ma la regista è brava a mantenere ambiguità nelle sue "tesi" non così facilmente definibili; infatti se è vero che il poliziotto probabilmente non è razzista è pur vero che i ragazzi fermati per strada se non fossero stati neri probabilmente non avrebbero avuto le attenzioni della polizia; se è vero che il ragazzo non aveva alcuna intenzione di uccidere nessuno comunque per imperizia e fretta ha ucciso un coetaneo, quindi da assolvere o no?

Ma le vere protagoniste della storia sono le due madri, la cinese madre del poliziotto e l'afroamericana madre della vittima, sono loro a rappresentare il vero interesse della regista esordiente Aimee Long. Due madri che devono affrontare il dolore della privazione dei figli. Ma soprattutto il film è un atto d’accusa ad una società violenta, ingiusta e non più in grado di darsi un senso della misura. Una società che tutto tritura in nome della spettacolarizzazione di TV e social. Negli USA sembra dirci la Long, siamo ancora al far west con le armi in pugno e una bassissima consapevolezza di collettività e quasi totale perdita dei valori umani.

Coors, Apple, Adidas e Youtube il product placement presente.

Stefano barbacini

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