Il documentarista francese Chris Marker (uno dei più importanti registi di documentari ma anche importante voce politicizzata che negli anni attorno al '68 diede vita assieme, tra i molti altri, a Joris Ivens e Juliet Berto al gruppo Medvedkin, gruppo che si proponeva di far sentire la voce degli operai e di fare un cinema militante) nel 1992, in un momento fondamentale della storia mondiale, cioè in piena perestrojka e fine del comunismo, decide di girare Le tombeau d'Alexandre sorta di inchiesta/saggio sulla storia del cinema sovietico e del suo rapporto con il comunismo. Prendendo a riferimento la figura di Medvedkin perchè praticamente nato con il secolo e morto nel 1989 e quindi uno che ha vissuto tutta la parentesi dell'utopia "rossa" dalla Rivoluzione d'Ottobre (fu soldato tra le fila dell'Armata Rossa), passando per il realismo socialista fino alla sua caduta.
Il film diventa un'inchiesta di significato politico, ideologico (cosa portava i grandi registi sovietici a credere nel comunismo e quale era il loro livello di compromesso?), storico (nell'opera si parla di tutti i grandi del cinema sovietico: Karmen, Vertov, Eisenstein, Dovzenko, Ilya Trauberg, ma anche del teatro come Meyerhold, della letteratura come Isaac Babel, dei registi allineati al sistema come Ciaurev, Pyriev, Alexandrov, per finire con gli uomini importanti di questo secolo in Russia, partendo dall'ultimo zar, passando per Stalin, Lenin, Bukharin, Grosky, Trotsky), personale (la domanda a cui Marker cerca di dare una risposta, se cioè aveva un senso credere nel comunismo e, se lo aveva, quando distaccarsene per non essere compromessi con i crimini stalinisti e del KGB, è probabilmente una domanda che il regista fa anche a se stesso come artista simpatizzante).
Perchè ho voluto rivedere questo documentario? Lo spunto mi è venuto da un interessante saggio di Pietro Bianchi intitolato "Il buco nero del comunismo" pubblicato su Cineforum n. 524 che consiglio. Scrive Bianchi: "Il tombeau dunque non è solo per Medvedkin ma riguarda anche e soprattutto Marker: la scomparsa di Medvedkin non è solo la scomparsa del punto di riferimento di una vita, coincide con la fine stessa di una generazione che aveva fatto in prima persona la rivoluzione e con il collasso dell'esperienza sovietica, <l'incarnazione dell'idea stessa di utopia> si dice in Le Tombeau".
Gli spunti di ragionamento che questo intenso documentario (misto di interviste, immagini da film storici, considerazioni personali, fermi immagine godardiani) contiene sono numerosi: il rapporto finzione/realismo, la ricostruzione e l'importanza delle immagini, la realpolitik, le guerre, i movimenti cinematografici nella storia sovietica (il cineocchio di Vertov, il cinetreno di Medvedkin da cui Marker prese spunto per il suo collettivo a lui dedicato, il cinema di Eisenztein). Ma lo spettro che aleggia su tutto il film è sempre quello che abbiamo già accennato come scrive Bianchi: "Marker in Le Tombeau d'Alexandre ci spinge a pensare in termini maggiormente problematici e complessi il rapporto tra ideologia e arte; libertà e potere; individualità e collettivo."
La figura di Medvedkin non è quella di un Babel o di un Meyerhold che hanno pagato con la vita per le loro posizioni, non è quella di un Eisenstein esiliatosi volontariamente, ma neppure quella di un Pyriev, regista di regime conscio di esserlo per opportunismo personale più che per ideologia. Medvedkin fu soggetto attivo tra i protagonisti della rivoluzione quindi credeva nella grande utopia comunista, poi con le esperienze del cinetreno cominciò a fare una cosa coerente con i suoi ideali, cominciò a filmare ciò che non funzionava e ad insegnarlo agli operai e ai contadini dei kolkhoz (fedele al principio del proverbio cinese che dando un pesce ad un povero lo sfami per un giorno, insegnandogli a pescare lo sfami per tutta la vita), quindi non dava loro film, ma insegnava a filmare, a denunciare le storture del sistema. Naturalmente tutto ciò non piacque a Stalin come non gli piacque il suo primo e importante film, La felicità, un film anarchico ed irriverente, pieno di ironia e di sberleffi al potere. Messo a tacere, durante la guerra si riavvicinò alla causa sovietica diventando documentarista di guerra poi negli anni '70 si riavvicinò all'ideologia filmando inchieste di propaganda anticinese. Perchè questo strano andamento? Perchè non prese mai posizione contro il delirio del realismo socialista? Bianchi ne fa un'analisi dotta e teorica citando Deleuze, ma a me sembra che la risposta più semplice sia quella che dà la documentarista Marina Goldovskaya intervistata al proposito nel film: "io penso che lui credesse ancora nell'utopia comunista, era sincero, come anch'io quando ero giovane e partecipavo alle grandi manifestazione del 7 novembre e del 1 maggio, mi sentivo felice in mezzo alla moltitudine con in mano la bandiera rossa e vedendo Stalin nel suo mausoleo, sentivo di appartenere a una grande nazione, con un popolo trionfante, capace di vincere e creare e penso che Medvedkin pensasse lo stesso quando accettava di girare quei film di propaganda." Insomma bisogna essere russi e aver vissuto quella storia per capire cosa successe e quale diritto si ha dall'esterno di giudicare il livello di compromissione di un artista di questo spessore.
Marker ha girato questo documentario con passione e dolorosa partecipazione e non penso avesse per la testa nessun tipo di product placement ma un elogio di una macchina fotografica SONY e l'intermezzo del suo gatto che ascolta musica sdraiato su un piano YAMAHA qualche sospetto lo generano (più della citazione del TIMES) ma le dobbiamo probabilmente prendere nel senso godardiano dell'esposizione delle marche.