Rebecca Zlotowski è una regista dalle indubbie capacità ma che alterna buoni e ottimi film (Grand central) ad altri in cui tende a perdere la misura. Di questa categoria fa parte Un’estate con Sofia (Une fille facile, 2019), un film che vuol essere accattivante per come indaga la psicologia di due tipi di ragazze diametralmente opposte, due cugine, una di 22 anni ed una di 15. E’ interessante come il titolo italiano punti a spostare l’attenzione sulla più giovane, Naima, mentre quello francese metteva il focus sulla ventiduenne Sofia. In effetti si tratta di un coming of age di Naima attraverso le esperienze fatte a Cannes durante le vacanze frequentando Sofia. Naima non ha bene in testa quel che vuol fare nella vita: iniziare a lavorare come apprendista cuoca, fare recitazione come vorrebbe l’amico del cuore, continuare a studiare? L’arrivo di Sofia, a cui è appena morta la madre, è un ciclone che la travolge e ne mette in discussione alcune certezze. La ragazza ha fisico appariscente, qualche ritocco per farla sembrare una bambola sessuale, una spigliatezza e una spudoratezza sessuale esibita. “A me non interessano l’amore, a me quello che piace sono le sensazioni, l’avventura. Per me i sentimenti non contano niente. Vuoi un consiglio? Non dobbiamo mai aspettarci niente, dobbiamo provocare tutto noi.” Dice Sofia e questo si traduce nel provocare un ricco collezionista giunto con il suo yacht, farci subito sesso e per questo ottenere lussuosi regali. Naima osserva, stringe una sorta d’amicizia con un consigliere-servitore del riccone (che ha con lui un rapporto simile a quello tra Naima e Sofia ma, naturalmente, limato dall’esperienza essendo molto più grande d’età) e alla fine scorge anche le crepe nell’esibita spensieratezza di Sofia. In realtà è una ragazza che soffre, che è insoddisfatta e non sa bene dove andare. Quando il ricco arriverà ad accusare le ragazze di furto per liberarsi della presenza di Sofia, una volta soddisfatti tutti i desideri fisici, la donna ne risulterà sconvolta e sparirà. Naima capisce che, usando una frase fatta, non è tutto oro quel che luccica. Purtroppo il film non ha la sottigliezza d’analisi della psicologia femminile che aveva ad esempio Belle épine e che avranno I figli degli altri e Vita privata, molto luccichio e rapporti troppo radicali (si sente un po’ di moralismo di fondo) nella rappresentazione delle due ragazze. Ma non la pensa così Ariane Allard che su Positif n. 103 scrive del film: “Un racconto ironico e contemporaneo che mette sottilmente in discussione la rappresentazione della femminilità”. Dove invece il film, a mio parere, acquista punti è nel mostrare l’ipocrita ed insopportabile trattamento, da parte delle classi sociali patrimonialmente superiori, nei confronti dei sottoposti e di questi a loro volta di quelli ancora più sotto, questo sì svolto in maniera al tempo sottile, precisa e non troppo esibita. (voto 5/6) Una borsa di Chanel ha un importante ruolo nel film che non è zeppo di product placement ma almeno Coca Cola, motori Mercury e lo Studio di tatuaggio Tahuna sono presenti.
Ormai Nuri Bilge Ceylan è un autore che, dopo anni di riconoscimenti ai festival e della critica, viene regolarmente distribuito in Italia. Un autore turco da circoli d’essai i cui film richiedono pazienza e coinvolgimento intellettuale. Se vi ci approcciate con queste intenzioni ne avrete gran soddisfazione. Ho recuperato su Mubi il suo ultimo film Racconto di due stagioni (2023) e per farlo ho aspettato di aver una serata in cui ero tranquillo e pronto per affrontarmi le tre ore e un quarto di film che già prevedevo impegnativo. Subito come spettatore sei “raffreddato” in un paesaggio immerso nella neve, in un paese sperduto nell’Anatolia, tipica ambientazione per anime sperdute. Il milieu è quello degli insegnanti. Il protagonista è un professore di arte che spera di essere all’ultima stagione scolastica in questo buco dimenticato, finalmente potrà richiedere il trasferimento a Istambul alla fine dell’anno. Se all’inizio vediamo un annoiato e disilluso uomo che mal socializza con i colleghi, lo stesso Samet ha però incontri con personaggi considerati non proprio consoni: siamo in terra curda e aria di ribellioni passate e ricordi di violenza restano accese come braci non ancora completamente spente, il racconto si dipana poi in due direzioni. Un’incomprensione tra l’insegnante e un paio di ragazzine che interpretano male la sua volontà di comprenderle (tutto sembra girare attorno ad una lettera d’amore ad un altro ragazzino), Samet e un collega/amico, Kenan, vengono accusati dalle bambine di averle toccate (niente di che, un braccio attorno alla vita e alcuni pizzicotti sulle guance, ma bastano per additarli alla vergogna pubblica nonostante l’accusa sia falsa). Questo avvenimento causa conseguenze nei rapporti tra i due amici che diventano di diffidenza e rivalsa e come causa/tramite viene utilizzata l’amicizia con un’altra insegnante (la seconda direzione del racconto che alla fine si lega all’altro), Nuray, una donna solitaria che ha subito il trauma dell’amputazione della parte inferiore di una gamba a seguito di una bomba (la politica che rientra dalla porta di servizio). Nuray è intelligente e vogliosa di una vita indipendente come donna (sta cercando di acquistare e imparare ad usare un’auto per avere la libertà di spostarsi in autonomia e decide lei come gestire i propri legami sentimentali). Di Nuray si innamora Kenan ma sarà Samet a riuscire ad andarci a letto. Il rapporto ambiguo tra Nuray e Samet viene sviscerato in una magnifica e lunga sequenza in cui la donna “legge” l’insoddisfazione di Samet come connaturata a lui e non a causa del luogo dove è costretto a vivere. L’uomo cinicamente ha avvicinato Nuray solo per dispetto a Kenan e riesce a conquistare la donna probabilmente solo per il bisogno di lei di un rapporto di questo tipo, sentirsi desiderata, e lui lo sfrutta. Tutto ciò rappresentato da Ceylan con un piano sequenza in cui l’attore lascia letteralmente il film per attraversare il set cinematografico e poi tornare da lei, mostrando così l’artificio dietro al sentimento. Un film denso di significati sotterranei che lo spettatore deve essere capace di portare alla luce, o lasciarsi comunque andare alla bellezza del raccontare del regista e alla bravura dell’attrice Merve Dizdar che mette nell’interpretazione di Nuray un’adesione al personaggio commovente. (voto 7/8) L’auto desiderata da Nuray è una Honda, marca che compone il poco product placement del film che contiene una citazione di Instagram, Coca Cola e una banca locale, Ziraat Bankasi.