Futurismo ovvero L’inhumaine è una delle opere che hanno reso secondario tutto il resto del movimento impressionista francese, almeno al di fuori della Francia. Non tanto perché il film sia molto più bello degli altri (anzi, per coesione narrativa e densità emozionale non è affatto tra i migliori del periodo) ma perché contiene il lavoro di tanti artisti appartenenti al milieu avanguardistico dell’epoca a Parigi. Oltre a L’Herbier partecipano all’opera: gli attori Jaque Catelain (fu anche musicista, editore e poi regista), Philippe Heriat (fu soprattutto scrittore, ha vinto anche un Premio Goncourt) e la protagonista Georgette Leblanc (famosa cantante); le scenografie sono state divise tra Robert Mallet-Stevens, Claude Autant-Lara, Alberto Cavalcanti, Fernand Leger, cioè gran parte dell’avanguardia cinematografica e pittorica del periodo (era stato contattato anche Picabia). In pratica sullo schermo viene portata un’esperienza di vita non una storia.
L’Herbier presenta il suo film come “un riassunto o una sorta di catalogo, miscellanea di un’arte nuova”. Pertanto la storia, la trama (tra l’altro rimaneggiata ad uso delle volontà della prima donna Georgette Leblanc che oltre ad esserne la protagonista era anche la finanziatrice e promotrice del film) è di una semplice lineareità “sulla quale io ho costruito degli accordi plastici”. Infatti la prima parte, finita in sé, racconta del mondo che vive attorno alla cantante e ammaliante padrona di casa (una casa costruita con i dettami dell’architettura “moderna”, misto di futurismo, dadaismo e cubismo) che un eterogeneo gruppo di ospiti (un pugile, un poeta, uno scienziato, un inquietante umanista, un marajah, un magnate…) cerca di ingraziarsi. Lei è evidentemente innamorata di un giovane scienziato che però tiene a distanza. Il giocare con i sentimenti dell’uomo porterà questo (in una sequenza con montaggio alternato tra la sua corsa folle in macchina e la donna che canta per gli ospiti) a suicidarsi buttandosi con l’auto in un burrone. Quando la vicenda diventa pubblica la donna viene giudicata durante il suo primo concerto da “inumana” per la freddezza con cui ha liquidato la faccenda.
La trama finirebbe qui se non che vi è una seconda parte, folle e fantascientifica, dove L’Herbier mette tutti i suoi interessi di artista, la doppia vita (lo scienziato non era affatto morto ma ha simulato il suicidio e la cosa si ripete similmente anche in altri due film del regista di quegli anni, Le vertige e Il fu Mattia Pascal), la fantascienza (prima di Metropolis guardando a Frankenstein), le ricerche scientifiche principalmente rivolte al progresso tecnologico (in pratica lo scienziato anticipa l’invenzione della televisione…), il lavoro sul montaggio e sulla visionarietà (vi mette tanta “roba” nelle inquadrature che è difficile allo spettatore “tenere” tutto e aggiunge anche pezzi di pellicola colorata per ampliare il senso di “magnificenza”).
“Quello che è importante non è per me lo svolgersi degli avvenimenti, è ciò che è verticale: è l’armonia plastica” (tutte le dichiarazioni di L’Herbier sono tratte da Marcel L’Herbier l’art du cinéma, Laurent Véray, afrhc).
E’ evidente che tenere tutto insieme non è cosa da poco per il regista che infatti ci restituisce un’opera sicuramente fondamentale, sicuramente immaginifica, sicuramente “artistica” ma stravagante ed eccessiva miscela di celebrità moderna, “orientalismo” e fantascienza (Frame stories. Il cinema francese degli anni Venti, Richard Abel, su Cinegrafie n. 14).
Product placement. Intanto la citazione di luoghi celebri dell’epoca come il TEATRO CHAMPS ELISEES, il LONDON PAVILION, le FOLIES BERGERE dove si esibisce la Leblanc, poi LE PETIT PARISIEN, giornale che riporta le cronache degli accadimenti del film e l’orologio MAGNETA che risalta nel laboratorio dello scienziato. Ma in un film nato per l’esportazione, principalmente negli Stati Uniti, e “in effetti presentato come una vetrina dell’arte francese, e (…) occasione di una grande pubblicità per gli artisti che collaborano al film” (Marcel L’Herbier l’art du cinéma, Laurent Véray, afrhc), non si può non citare anche il poster del balletto di JEAN BORLIN affisso sulle pareti del Theatre de Champs Elisées.