Come riuscire a dare un po’ di originalità ad un film su dei serial rapist che sequestrano ragazze per abusarne sessualmente e poi ucciderle? Intanto Ben Young, ispirandosi alla vera storia di una coppia australiana che si dilettava in queste nefandezze, raddoppia la figura del sexual serial killer mettendovi a fianco una compagna altrettanto psicopatica, poi gira in maniera “artistica” e freddamente hanekiana con carrellate, zoomate e tanto ralenty. Inoltre il regista elimina quasi totalmente le parti violente lasciate dietro le porte (dimenticatevi il torture porn nonostante la trama si presterebbe perfettamente...) interessandosi più alla tensione che nel film raggiunge densità quasi fisica. Anche l’immagine è insolitamente, per il genere, curata, sgranata con colori desaturati; se non fosse stato costretto da budget e tecnologie ad usare il video HD sicuramente l’esordiente Young avrebbe utilizzato il buon vecchio 16 mm, poesia visiva di tanto underground.
Siamo a Perth, la più isolata delle grandi città del mondo. I due protagonisti facendosi forti della presenza della lei di coppia, Evelyn, ambiguamente gentile e materna ma contemporaneamente capace di parlare alle giovani “ribelli” (promette loro amicizia e cameratismo proponendo joint e vino...), attirano giovani nella loro casa dove le incatenano al letto per usarle a loro piacimento e poi ucciderle senza pietà. Ci si aspetterebbe un film in cui assistiamo alla lotta della final girl, in questo caso Vicky, per salvarsi dagli orchi, ma Houds of love non è solo questo. Quello a cui principalmente assistiamo è il crescendo e lo svelamento dei rapporti di forza e il disagio psicologico e sociale di tutti i personaggi in scena. Rapporto di forza principalmente tra la coppia dove lei sembra la vittima, innamorata e dipendente da lui, ma in realtà la vera conduttrice del gioco usando la sua apparente sottomissione (non è sempre così nel rapporto sadomasochistico tra vittima e carnefice quando di mezzo vi è la passione?). Ma anche quello di lui con il mondo, frustrato per la sua incapacità di avere una vita normale (vive rubando denaro dalla posta dei vicini ed è vittima di bruti a cui deve dei soldi, che lo bullizzano) e di lei con la sua vita passata (un’infanzia di violenza proseguita con un divorzio da adulta e dall’allontanamento dai due figli). Il dominio su una terza persona e la complicità nelle sevizie (che trascendono a in scenate di gelosia verso la vittima da parte di Evelyn) sono una specie di rivalsa deviata alla loro vita piena di debolezze. Ma è costruito in modo interessante anche il rapporto di Vicky con il suo ragazzo (con cui ha un rapporto, nella sua normalità, che potrebbe essere assimilabile a quello, in versione psicotica, dei due assassini) e soprattutto con la madre a cui non perdona di aver lasciato il padre e da cui tenta di fuggire (proprio la fuga di notte per andare ad una festa la farà finire tra le braccia dei due pazzi). Al di là della facile morale tipica dei film di vittime torturate e uccise ovvero “ragazzi ascoltate cosa dice la mamma” è la mancanza di un solido rapporto sociale e familiare che interessa Young quale causa di una degenerazione psicologica e spesso pericolosamente fisica.
Insomma un film di genere solo sulla carta, un film in realtà pieno di altre cose (non ultima una colonna sonora interessante che culmina con Atmosphere dei Joy Division, dark per un film dark come pochi) che non sarebbe così riuscito se non ci fosse la superlativa interpretazione di una Emma Booth che nel ruolo di Evelyn si prende il film per mano e non lo lascia più.
Poca roba tra il product placement, una marca di caffè solubile e una di fiocchi di crusca che sembrano casuali e una sospetta doppia apparizione del Sunday Times.