NORWEGIAN WOOD – Trahn Anh Hung (2010)
Dopo dieci anni si silenzio quasi assoluto (un solo film inedito in Italia) si rivede, grazie all’Asian Film Festival 2011, Trahn Anh Hung, regista vietnamita che aveva raggiunto fama mondiale con i suoi primi tre film, ‘Il profumo della papaya verde’, ‘Cyclo’ (Leone d’oro a Venezia), e ‘Solstizio d’estate’.
Lo ritroviamo in Giappone alle prese con la riduzione di un romanzo di Haruki Murakami uscito in Italia prima con il titolo Tokyo Blues e poi rieditato con quello internazionale con cui è conosciuto Norwegian Wood.
La canzone dei Beatles dà anche il titolo al film di Trahn Anh Hung.
Tre amici Naoko, Kizuki (con cui è fidanzata) e Watanabe trascorrono insieme gli anni a cavallo del ’68 quando scoppiano le prime rivolte studentesche.
Senza motivazioni e senza preamboli Kizuki si sigilla all’interno di un auto e si suicida collegando l’abitacolo al tubo di scappamento. Il gruppo si scioglie così drammaticamente.
Naoko e Watanabe si rincontreranno qualche tempo dopo e diventeranno amanti. La cosa però non dura molto perché la presenza ingombrante del ricordo di Kizuki diventa un problema mentale per Naoko che addirittura chiederà di isolarsi in montagna presso un istituto specializzato nella cura delle depressioni.
Watanabe non riesce però a staccarsi dalla ragazza di cui è innamorato e probabilmente di cui si sente responsabile. Inizierà un andirivieni presso la clinica con incontri tra i due fatti di pulsioni sessuali, speranze di una vita comune in futuro e dolorose ricadute di lei.
Nel frattempo però Watanabe incontra anche un'altra donna, Midori, una splendida e disinibita ragazza che si offre totalmente all’uomo iniziando una specie di competizione a distanza con Naoko.
Il film è pieno di dialoghi con cui si cerca di sondare la psicologia e l’irrequietezza sessual-sentimentale dei giovani protagonisti risultando ovviamente perdente nei confronti della pagina scritta ma un confronto con il testo di Murakami ha poco senso come sempre quando due linguaggi differenti vengono messi uno di fronte all’altro.
Anzi in questo caso probabilmente ha nuociuto proprio il tentativo di Anh Hung di mettere il più possibile di ciò che vi era nel libro sullo schermo mentre alcuni episodi potevano essere tolti dal film rendendolo più secco e incisivo. Ad esempio l’ambientazione durante le rivolte del ’68 vengono forzatamene inserite anche se non aggiungono nulla al racconto e subito tralasciate e anche il rapporto sessuale di Watanabe con la compagna di clinica di Naoko inserito sbrigativamente nella trama senza avere il tempo di prepararlo con adeguati indizi psicologici non evita il rischio di diventare ridicolo.
Il regista è molto più efficace quando invece di perdersi “in troppe chiacchiere” manifesta i turbamenti giovanili utilizzando gli elementi naturali, come il mare, il vento e il paesaggio usati alla maniera dei pittori romantici tedeschi tipo Friedrich.
Comunque un interessante scandaglio sul passaggio da adolescenza a età adulta quando amore e morte rischiano di incontrarsi tragicamente, con ottimi giovani interpreti giapponesi.
Essendo praticamente un film “in costume” dato che è ambientato nel 1967 non vi è product placement diretto ma vi sono decine di firme ringraziate nei titoli di coda tra cui alcune famosissime come CLARKS, CHICAGO e SMITHS ARTIQUE.