Dopo alcuni titoli che respirano l’aria dei tempi con occhio alla cultura popolare (fumetti, 007, musica beat e swing, la London culture), Bitto Albertini si cimenta in due generi più nobili nel senso di più lunga e affermata tradizione. Due film che non vengono considerati praticamente da nessuno a posteriori (i dizionari del cinema li ignorano o mettono giusto il cast e un minimo di trama come nel dizionario del west europeo, perfino lo Stracult di Giusti non ne fa menzione e solo un paio di commenti troviamo anche sul sito Davinotti dove di solito vi è più partecipazione) e che affrontano il genere di guerra e il western.
Almeno per quanto riguarda il primo dei due questa indifferenza non è del tutto giustificata dato che I diavoli della guerra ha un suo perché. Se non altro per l’ambientazione (il deserto africano durante la Seconda Guerra Mondiale) e per gli interpreti finalmente di buon livello (Guy Madison, Anthony Steel e Venantino Venantini, qui nei panni di un soldato tedesco!).
Diviso in due parti ben distinte, il film affronta argomento non banale: lo scontro tra angloamericani e tedeschi in Africa e i rapporti umani tra nemici (può esistere un qualche tipo di amicizia o almeno un rispetto leale, anche tra persone che fino a poco prima tentavano di uccidersi?)
Nella prima parte l’incontro tra l’ufficiale americano George Vincent (Madison) e quello tedesco Heinrich Meinike (Venantini) avviene dopo un prolungato scontro a fuoco all’interno di una caverna dove i nostri si sono rifugiati, teoricamente l’americano con i compagni è fatto prigioniero dagli uomini di Meinike ma in realtà il gruppetto di uomini è isolato dal resto del campo di battaglia e si ritrova a dover fare i conti con il caldo e la sete del deserto, che devono attraversare tutti insieme. Sudati assetati e decimati, restano i due nemici che si lasciano tra riconoscimento di una specie di amicizia virile e una minaccia di morte al prossimo incontro.
1944 inizia la seconda parte. Un colonnello inglese (Anthony Steffen) con i suoi uomini viene arrestato da Meinike e un commando americano è incaricato di liberarlo. A capo del commando, il va sans dire, vi è George Vincent e di conseguenza avremo nuovamente un incontro tra i due...
Se nella prima parte asssistiamo a varie azioni di guerra, la seconda è tutta incentrata sul piano d’azione per liberare i prigionieri (con attenzione ai particolari come Albertini ci ha abituato), in mezzo le vicende dei protagonisti e di alcuni personaggi secondari (in primis un fiancheggiatore degli americani e sua figlia); Bitto gira correttamente e riesce a gestire bene la tensione interpersonale. Insomma tutto sommato un buon prodotto di consumo con qualcosina di più in fatto di emotività.
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