“E’ una nuova alba, è un nuovo giorno, è una nuova vita per me. E mi sento bene” canta Nina Simone in Feeling good, brano conclusivo di Perfect days di Wim Wenders. Insieme a Perfect day di Lou Reed, può essere presa a commento di ciò che viene narrato nel film.
Hirayama è un uomo di mezza età che lavora come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo e le sue giornate sono scandite dagli stessi orari e dalle stesse azioni. Si sveglia all’alba al rumore di una vicina che spazza le foglie in strada, si lava i denti, beve il caffè freddo in lattina Boss acquistato dal distributore automatico sotto casa, si reca con il suo furgoncino Dahiatsu superattrezzato al lavoro dove comincia a pulire i water con cura e a ripulire la spazzatura; pausa pranzo al giardino fotografando gli alberi, ritorno a casa verso sera, un passaggio al bagno pubblico per lavarsi e immergersi in acqua con idromassaggio, cena in un localino dove si mangia a bancone e, infine, lettura di un libro sul futon prima che arrivi il sonno. Il giorno dopo si ricomincia.
L’uomo non è molto sociale, parla raramente, non si fa troppo coinvolgere dal giovane collega di lavoro e dalla sua ragazza e neppure dalla proprietaria del ristorante che evidentemente gli fa il filo. Le sue esperienze sono tutte interiori e poetiche. Nella sua vita “analogica” c’è posto solo per la cura delle sue piantine, l’osservazione del vento tra i rami delle piante, le foto alla natura (fatte con una vecchia macchina fotografica Olimpus non digitale), il rock anni sessanta ascoltato nel mangianastri dell’auto in vecchie cassette audio, qualche libro. “Come vorrei che tutto restasse come è” commenta un momento di pace la donna del ristorante prima di cantare una dolente canzone folk giapponese. Ed è quello che probabilmente vorrebbe Hirayama, le sue giornate senza sorprese per gustarsi i brevi incontri, l’osservazione dei bambini e della natura, le canzoni di Lou Reed, di Patti Smith, dei Kinks e i libri di Faulkner e Patricia Highsmith, gustarsi i suoi sogni in bianco e nero… Capiamo che tutto questo però è un guscio in cui il nostro si è rinchiuso probabilmente per seppellire un passato da cui vuole sfuggire e che per un attimo gli si ripresenta quando si ritrova in casa la giovane nipote e reincontra la sorella ricca e che non apprezza la sua scelta di vita al ribasso. E’ una nuova alba, un nuovo giorno e la vita è li da prendere con il sorriso, o forse con le lacrime…
Wenders torna a girare a Tokyo dopo Tokyo-Ga del lontano 1985 e ritrova la delicatezza e la poesia visiva di un tempo con un film riflessivo, pacato e intenso. Non aspettatevi azione o colpi di scena, gli avvenimenti sono solo accennati e potrebbero dar vita a chissà quante narrazioni (il rapporto con il giovane assistente, con la ragazzina che gli sta insieme, con la ragazza solitaria del parco, con la proprietaria del ristorante, con la nipote e/o la sorella, con il marito della ristoratrice ammalato, il gioco del tris giocato con uno sconosciuto) ma nessuno di questi viene sviluppato perché a Hirayama non interessa, non vuole uscire dal guscio e Wenders lo asseconda, solo immagini e lo scorrere della vita di un uomo. Deve bastarvi. (Voto 7+)
Abbiamo già citato alcune marche presenti nel film (Boss, Dahiatsu, Olimpus) ma altre ne troviamo come product placement, la Vespa dell’assistente, le pellicole Holga, le sigarette Peace, la maglietta Russell della nipote.