1950, Freddie Quell è congedato dalla marina, ha appena preso parte alla Seconda Guerra Mondiale e dopo aver passato infruttuose sessioni con psicologi militari in allerta sugli eventuali traumi subiti cerca di tornare alla vita civile.
Purtroppo la psicologia denuncia evidenti limiti per sondare la mente di quest’uomo sessuomane, insofferente e spesso violento nei confronti degli altri esseri umani. Un asociale che ha problemi a tenersi un lavoro e ad adattarsi alla vita in generale.
L’incontro casuale con il leader di un movimento pseudo religioso, Lancaster Dodd (crede nella reincarnazione e nella capacità di rintracciare nelle vite passate i problemi di oggi; è ispirato alla figura di Ron Hubbard, scrittore e guru di Scientology), inizia un rapporto che di volta in volta diventa quello di un padre con un figlio, di un maestro con un discepolo ma anche quello fatto di forte amicizia venata di odio e amore, accordi e contrasti.
Il film di Paul Thomas Anderson è un viaggio nei meandri della mente umana attraverso questi due personaggi che mettono in evidenza tutta l’impossibilità di sondare con precisione la psiche e non solo quella dei pazienti/accoliti.
Sottile il confine tra credulità ed evidenza, finzione e realtà, plagio e professionalità in questo campo e “il maestro” stesso, nella figura pennellata da Anderson, è ambiguo: ci è o ci fa?
Il racconto viene affrontato dal regista con la consueta struttura secca, non fluida.
Per raccontarci la figura di Freddie nei primi minuti riporta alcuni episodi, non consequenziali, della vita militare del protagonista, episodi solo apparentemente non particolarmente significativi, in realtà epifanici del carattere del soggetto.
Quando inizia il rapporto tra Dodd e Quell, Anderson ci ripropone il suo cinema (asciugato assai rispetto alle opere precedenti “Il petroliere”) in cui la scorrevolezza è sacrificata alla consistenza del significato. Più che la linearità del racconto sono importanti gli avvenimenti episodici, i sogni inseriti senza soluzione di continuità con i fatti “veri”, le ellissi che spesso dicono più del mostrato.
Ma ragionare per episodi, sogni e indagini del non detto non è il metodo della psicoanalisi? Ecco che al fine tutto torna.
Molti spettatori trovano il tutto noioso e difficile da seguire, ma in realtà non lo è affatto, solo che il cinema impressionista del regista (sicuramente uno dei talenti più interessanti di Hollywood) richiede un’ attenzione non normale e per questo ostica rispetto al comune entertainement.
Nel finale si ha anche la chiave per scoprire le reali intenzioni di Anderson che sicuramente contengono tutto quanto detto sopra, ma fondamentalmente ci rivelano che “The master” è un film sulla prevaricazione di una mente più scaltra su una più semplice, sul bisogno di sentirsi superiori plagiando gli altri. Mentre a Dodd non riesce di domare la follia di Quell, quest’ultimo imparerà ad usare questi metodi di sottomissione mentale su una mente ancora più ingenua della sua.
Non si può terminare senza sottolineare le impressionanti prestazioni attoriali di Philip Seymour Hoffman (una carriera senza…bassi) e di Joaquim Phoenix. Quest’ultimo visto un paio di anni fa nel documentario (probabilmente falso) in cui veniva ripresa la sua decadenza fisica e morale, ormai panciuto e imbarbarito, e rivisto in questo film di una magrezza ai limiti dell’anoressia, ingobbito e con una smorfia perenne in volto, fa veramente impressione.
Product placement unico ma assai presente quello delle sigarette al mentolo KOOL, che sono fondamentali nel legame tra Dodd e Quell e citate spesso durante la pellicola. Brand attivo negli anni ’50 ma anche oggi.