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CINEMA
20 Giugno 2026 - 23:42

CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA 2026

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Giorno 1
CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA 2026

Inaugurazione con esplicita dichiarazione d’amore al cinema e al Festival del cinema Ritrovato di Bologna con la proiezione al Modernissimo di una selezione di trailer a cura dell’Academy Film Archive. Guardando alla programmazione di quest’anno (in 10 giorni saranno proiettati 450 film…) sono stati raccolti trailer d’epoca in un’ora abbondante di pillole di cinema, gioiellini che raccontano varie epoche della storia della settima arte. Poi l’apertura con i discorsi dei quattro direttori del festival Cecilia Cenciarelli, Gian Luca Farinelli, Ehsan Khoshbakht e Mariann Lewinsky (quest’ultima amaramente dichiara che questa sarà la sua ultima edizione che la vedrà tra i direttori) e il ricordo della prima edizione di questo festival cinefilo che quest’anno festeggia i 40 anni di esistenza.

Poi le nostre scelte di visione ci portano al primo film della sezione “Cinemalibero” che la curatrice Cecilia Cenciarelli presenta così: “Il titolo di questa sezione è sempre stato, allo stesso tempo, molto semplice e molto ambizioso: cinema libero. Ma naturalmente, come sappiamo, il cinema non è mai del tutto libero. Deve fare i conti con il denaro, la censura, i governi, i confini, i laboratori, gli archivi, la distribuzione, i sottotitoli e a volte persino con il clima. Ma forse è proprio per questo che abbiamo bisogno di una sezione che si chiama Cinemalibero. Non perché i film che mostriamo qui siano stati realizzati in condizioni di perfetta libertà, ma perché ciascuno di essi, in modi molto diversi, cerca di creare uno spazio di libertà là dove questo spazio non esisteva.”

Ed uno di questi registi, spirito libero che osteggiava un cinema di speculazione, un cinema prodotto solo per far soldi, era John Abraham, indiano del Kerala. Era alla ricerca del buon cinema collegato alla realtà ed era studente e discepolo di Ritwit Ghatak (a cui proprio quest’anno il festival dedica una sezione con alcuni suoi film), da lui ha ereditato la voglia di un cinema politico, che parlasse della gente e alla gente, con spirito “comunista” (Abraham era totalmente contro la proprietà privata, non possedeva niente di suo). Abbiamo visto il suo quarto e ultimo film Amma Ariyan (Report to mother, 1986) (Abraham è morto un anno dopo a soli 50 anni per una caduta accidentale da un tetto). Il protagonista è Purushan, un giovane studente che vuol lasciare il paese per andare a studiare con la fidanzata, anch’essa studentessa, in una grande città. Mentre però sta per andarsene incrocia un cadavere circondato dalla polizia. Gli sembra di conoscerlo e chiede come è morto. L’uomo si è suicidato, si è impiccato. Questo incontro cambia completamente le prospettive del ragazzo che decide di restare e di cercare di capire chi è il morto per dare la notizia a sua madre. Andando ad indagare tra amici e conoscenti scopre che l’uomo si chiamava Hari ed era un musicista inquieto, drogato e senza interessi che non fossero la musica. Il film diventa una specie di road movie in cui a Purushan si accodano uno alla volta molti altri personaggi che hanno conosciuto Hari per andare al paese dove è nato e dove ancora vive la madre. Gli incontri portano a flashback che raccontano storie di torture, oppressione, povertà, sfruttamento dei lavoratori, mutilazioni per mancanza di sicurezza sui luoghi di lavoro, dirigenti sindacali “venduti” ai padroni, rivolte popolari finite nel sangue, studenti che fanno espropri proletari (rubando sacchi di farina da magazzini dove vengono tenuti da speculatori) affermando che “è ora di lottare per nuovi valori contro gli interessi politici legati al capitale privato”. Abraham, nonostante alcune sequenze documentarie e immagini fotografiche d’archivio e nonostante utilizzi rigorosamente attori non professionisti, non era un regista neorealista, nel film la sua mano artistica si sente eccome. Piani sequenza e carrellate che non sono meditative e costruite per rallentare il tempo del racconto, ma sono dinamici per dar forza ai personaggi, ai riti collettivi, alle feste e al lavoro. Il suo cinema è una dichiarazione di ribellione al grido “svegliatevi tutti” contro gli “intellettuali apolitici”. Il film inizia su una carrellata soggettiva della madre di Purushan che lo vede andar via da casa e si chiude sul primo piano dolente della madre del suicida. La madre come porto a cui tornare, come rappresentazione del dolore e della tragedia in un mondo violento e ingiusto. (voto 7) Marche nel film ci sono, una Jeep e una pubblicità Marlboro su un casco, ma lontan da me pensare sia product placement.

Dal politico e sociale, quindi da argomentazioni “pesanti”, si passa alla leggerezza della commedia hollywoodiana con l’omaggio a Mitchell Leisen il regista definito come “il grande artefice dello stile Paramount”. L’uomo nasce cinematograficamente come scenografo e per poi passare alla regia negli anni Trenta. “I film di Leisen presentano tratti ben precisi: un ritmo fluido e naturale; un impeccabile senso della composizione; il modo in cui il linguaggio viene impiegato, frainteso e distorto.” (Ehsan Khoshbakht dal Catalogo del festival, che continua ad essere uno dei migliori in circolazione, una piccola Bibbia del cinema). L’intreccio comico di Easy Living (Un colpo di fortuna, 1937) nasce da una pelliccia costosissima lanciata dal “terzo banchiere più importante d’America”, sottratta alla moglie con cui ha litigato per le continue inutili spese, fuori dalla finestra. La pelliccia finisce sulla testa dell’impiegata squattrinata Mary Smith (Jean Arthur) anonima di nome e di fatto. Quando cerca di restituirla, il ricco banchiere (Edward Arnold) non solo la obbliga a tenersela ma la porta in un negozio di lusso e le compra un altrettanto costoso cappello. La donna arriva al lavoro così agghindata e viene licenziata perché sospettata di aver fatto cose non consone alla morale per averla… Diventerà però famosa e ricercata perché il proprietario dell’hotel Louis, tal Louis Louis (uno spassoso Luis Alberni) pensa che sia l’amante del banchiere e la sfrutta per pubblicizzare il suo hotel vicino al fallimento. L’incontro casuale con il figlio del banchiere (Ray Milland) che si fa passare per un commesso spiantato (in un perfetto capovolgimento di ruoli, lei vestita da ricca senza un soldo, lui sedicente povero lavoratore ma con un padre ricchissimo), crea una situazione frizzante di satira sulla differenze di classe sociale, su equivoci e coincidenze, sui rapporti tra uomo e donna, sulla voglia di pettegolezzo della stampa, con sprazzi di “insurrezione” proletaria, che mettono in evidenza come il testo sia del maestro della screwball comedy sociale Preston Sturges. Tutta di Leisen invece è la parte da slapstick che ricorda i film tutti “torte in faccia” della Keyston, soprattutto tutta la sequenza dentro al distributore automatico di cibo dove scivolamenti, cadute, capriole, cibo che vola ovunque e caos causato dall’arrivo di disperate per accaparrarsi vivande gratuite è di questo tipo. Al solito stupendi tutti i caratteristi del film (voto 6,5) Il product placement è tutto per marche d’auto, sono citate Bugatti e Roll’s Royce, mentre la Saxon è denigrata come auto per… poveri.

Chiudiamo la prima giornata di festival con la prima proiezione di un film del giapponese Daisuke Ito a cui pure è dedicata una personale, Ito è regista pochissimo conosciuto in Italia ma famoso nel suo paese natale. Il suo più grande successo Osho (1948) che, stranamente, non è un film storico di “cappa e spada”, il Jidai-geki, genere che lo ha reso famoso e di cui era maestro. Osho è infatti un film melodrammatico con una costruzione da film “sportivo” (ricorda la costruzione, meno pomposa, di Marty Supreme…). Infatti racconta la storia (dal 1906 al 1921) di un campione di scacchi giapponesi, il shogi. L’uomo ha una passione estrema per il gioco ed è disposto, per partecipare ai tornei, a sacrificare famiglia e salute. La moglie disperata per la loro vita in estrema povertà e per le follie del marito, vuole lasciarlo e lui sta diventando cieco. Aiutato da un medico che vorrebbe diventasse il primo maestro di shogi di Osaka, ritrova la vista e riesce a ricompattare la famiglia battendo anche il suo principale competitore. Alla fine però scoprirà che ci sono cose più importanti del vincere… dimostrando di avere “un’anima nobile in un corpo umile: esattamente il tipo di essere umano che Ito aveva sempre amato rappresentare” (Kaoru Mizoguchi sempre dal Catalogo del festival). Il film trascende in un melodrammatico finale difficile da digerire e anche la storia non è particolarmente originale, quello che sorprende è la capacità visiva del regista che riesce (pur girando tutto in studio) a ricreare i quartieri poveri della città in modo realista, ci delizia con carrellate azzardate, costruisce uno scontro tra il protagonista e la figlia come fosse un ring (letteralmente) con tanto di partner agli angoli (la madre e lo zio da una parte e dall’altra) e lo finisce con una notevole sequenza in cui il giocatore si guarda nello specchio e capisce chi è realmente. Psicologia senza tante parole, ai bravi basta la costruzione delle immagini. (voto 6+)

STEFANO BARBACINI

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